L’intera storia del cinema ruota intorno all’invenzione della cinepresa e alla consecutiva esplorazione di tutte le effettive potenzialità che questa macchina semplice e miracolosa nasconde.
Bernardo Bertolucci, nato il 16 marzo 1941, ha fatto fare grandi passi avanti a questa ricerca e affascina scoprire, grazie alla cinebiografia di Donatella Baglivo dedicata a questo straordinario regista, come sia avvenuto il suo incontro con il cinema B.B.: “Da piccolo volevo fare il poeta e presto cominciai a scrivere poesie. Certo lo feci per spirito di pura emulazione; molto probabilmente, se mio padre fosse stato un falegname, avrei cominciato a piallare il legno”. Attilio Bertolucci, padre di Bernardo, è stato un grande poeta del nostro secolo, ma anche uno stimato critico cinematografico. Forse è a questa seconda attività del padre che Bertolucci deve la sua passione giovanile per il cinema, e così racconta alla Baglivo, B.B.: “La prima giovinezza l’ho vissuta in campagna, dove sono rimasto con i miei fino all’età di dodici anni. In seguito, io e la mia famiglia ci siamo stabiliti a Parma, città che per me rappresentava un universo tutto nuovo, reso magico dalla presenza del cinema. Quasi ogni settimana andavo a vedere un nuovo film, possibilmente un western, poiché era un genere che io amavo tanto”. Il giovane Bertolucci resta uno spettatore fino all’età di vent’anni, quando il grande e controverso regista Pier Paolo Pasolini gli propone l’incarico di aiuto regista per il suo primo film. B.B.: “Pier Paolo era un amico di famiglia e frequentava spesso casa mia, ancora ricordo l’emozione che provai quando mi chiese di aiutarlo. Risposi che non sapevo nulla di come si facesse un film ed egli, con grande naturalezza, mi disse di essere esattamente nella stessa situazione. Così, almeno, eravamo in due”. Il film è “Accattone” (1961). Questa esperienza sarà una vera e propria scuola di cinematografia per Bertolucci. B.B.: “Quando avevo sedici anni, mi prestarono una piccola cinepresa con la quale girai la mia opera prima, “La teleferica” (1957).Con il film “La commare secca” (1962), Bertolucci esordisce nella regia affrontando un soggetto pasoliniano. B.B.: “Avevo ventun anni quando scelsi di lasciare definitivamente la poesia per il cinema. Nel momento in cui mi proposero di fare la regia della “Commare”, film incentrato sulla morte di una prostituta e sulle conseguenti indagini, scrissi la sceneggiatura cercando di fare mio quel soggetto che apparteneva a Pasolini. Mi chiedevo quale fosse il messaggio che volevo esprimere come regista”.Fin dai primi fotogrammi,La “Commare secca”, dimostra di avere una regia di impronta forte e decisa. A tal proposito, spiega a Donatella, B.B.: “Mio padre basava la sua poesia sull’immediatezza, sulla poeticità delle piccole cose. Infatti nel mio primo film la mia attenzione si concentra sulla poesia insita nelle cose dette in tono sussurrato, sullo sgretolarsi del giorno”. Il secondo lavoro di Bertolucci, “Prima della rivoluzione” (1964), racconta la vita di un giovane borghese, la sua educazione sentimentale e politica. È un’opera in cui si intrecciano citazioni filmiche e autobiografiche, una pellicola forte, che descrive la sconfitta di un’intera classe sociale. Ebbe scarso successo al botteghino in Italia, mentre in Francia, tra il ‘67 e il ‘68, riscosse un inatteso successo. Per finanziarsi dovette girare alcune pellicole occasionali come “La via del petrolio” (1967), un documentario per la RAI, e l’episodio “Agonia” per il film “Amore e rabbia” (1967), B.B.: “Il cinema è lo strumento attraverso il quale riesco a esprimere liberamente, spinto da una specie di trance creativa, tutto quello che di me, normalmente, resta nascosto. Un modo come un altro per curare le nevrosi”, conclude sorridendo il regista. Nel 1968, “Partner”, un film sul movimento sessantottino in Francia e in Italia, il cui soggetto viene tratto liberamente dal ‘sosia’ di Dostoevskij. Dopo questo nuovo lavoro, Bertolucci rimette in discussione il suo modo di fare cinema. B.B.: “Provavo una sensazione di vuoto, come se mi trovassi dentro a un vicolo cieco, sentivo che dovevo passare da un cinema di monologo a un cinema di dialogo. Avevo bisogno di stabilire un contatto con il pubblico e fu in quegli anni, soprattutto con “Ultimo tango a Parigi”, che scoprì il grande piacere della comunicazione”. Fondamentale è “La strategia del ragno” (1970), in cui il regista fa un omaggio all’opera di Jean-Luc Godard e alla Nouvelle Vague, spiegando così a Donatella, B.B.: “Il cinema mi è sempre servito come valvola di sicurezza, e questo film mi ha permesso di esplorare e approfondire la complessità del rapporto padre-figlio”. 1970 “ Il Conformista”, film di successo la cui sceneggiatura vale a Bernardo Bertolucci una nomination all’Oscar. Il tema centrale della pellicola, tratta da un’opera dello scrittore Alberto Moravia, è l’incisiva analisi del rapporto intercorso tra la borghesia italiana e il fascismo. B.B.: “Conoscevo bene Moravia, e per un lungo periodo ho cenato quasi tutte le sere con lui, Elsa Morante e Pasolini; il clima intellettuale che si respirava stando assieme a loro era straordinario”. Ma Il conformista ha dato anche un piccolo dolore al suo regista, come racconta a Donatella Baglivo, B.B. : “Ricordo, era il ‘70 ed ero a Parigi. Invitai Godard a vedere il mio film e ci demmo appuntamento a mezzanotte per un incontro dopo la proiezione. Quando egli giunse, non mi guardò neanche ma mi passò un foglietto per poi subito allontanarsi. Sul foglietto c’era un ritratto di Mao Tse Tung con su scritto”Bisogna lottare contro l’egoismo e l’imperialismo”. Ricordo che mi arrabbiai moltissimo e che strappai il biglietto in mille pezzi, perché avrei voluto parlarne con lui. Peccato, perché se lo avessi tenuto, oggi sarebbe un pezzo buono per un museo del cinema”. “Ultimo tango a Parigi” (1972) è il film che lo consacra come regista internazionale e che, paradossalmente, gli vale la messa all’indice nel cinema italiano. La censura ne richiede a più riprese il ritiro dalle sale cinematografiche fino a ottenere la condanna a due mesi di prigione per Bertolucci e i suoi attori, accusati di ‘concorso in spettacolo osceno’. Per questo motivo, spiega a Donatella, B.B. : “Fu un grande dolore per me e non dimenticherò mai il giorno che andai a votare e mi dissero, anzi, mi ricordarono che non potevo farlo perché avevo perso i diritti civili in seguito alla condanna”. Ma non ebbe ripensamenti: fare quel film era stato importante per Bertolucci, perché aveva avuto modo di esprimere un ulteriore elemento autobiografico, confessando così a Donatella, B.B. : “Desideravo molto vivere una storia come quella che travolge Marlon Brando e Maria Schneider, un rapporto fatto di incontri clandestini nel quale nessuno sa niente dell’altro e per questo si conserva l’unicità e l’intensità del primo incontro, se ne mantiene la purezza”. Quando la Baglivo afferma che lavorare con un attore come Brando deve essere stato difficile, Bernardo Bertolucci sorride e le spiega che tra loro era nata una segreta complicità, una facile intesa, B.B. : “Io credo che l’attore debba portare tutto se stesso nel personaggio che interpreta, rendendolo vivo, dandogli vero spessore. Forse ci sono riuscito anche con Brando e questo spiegherebbe sia i nostri ottimi rapporti, sia la sua perplessità quando vide il film appena montato. Credo che abbia dato di sé più di quanto volesse”. Quando, nel 1976 Bertolucci inizia a lavorare a “’900” certo non immaginava che il suo affresco storico, nato per raccontare i primi quarantacinque anni di questo secolo, sarebbe cresciuto a dismisura fino a raggiungere le cinque ore di lunghezza. L’opera narra la storia di due uomini, uno figlio di contadini, l’altro di ricchi proprietari, e di come si evolvono i loro rapporti, di come cambia la loro vita attraverso due guerre. Nel cast ci sono attori d’eccezione, ancora giovanissimi, come Gérard Depardieu, Robert De Niro e Stefania Sandrelli, ma anche un vecchio gigante come Burt Lancaster. Parlando di Lancaster, il regista confessa alla Baglivo, B.B.: “Quando lo incontrai, mi disse che il mio budget non era sufficente per pagarlo, ma che a lui il film piaceva e voleva farlo lo stesso. Venne a lavorare con noi per poche lire”. Le riprese durarono quasi un anno, la compagnia divenne quasi una famiglia. D.B.: “Ma perché fare un film come 900?”, B.B.: “Ho voluto fare un film sulla società agraria italiana, su ciò che essa ha rappresentato. Volevo ricordare agli italiani questo mondo che credo abbiano dimenticato”. “La luna” (1979) e “La tragedia di un uomo ridicolo” (1981), con interprete Ugo Tognazzi; film difficili che trattano di droga, di incesto e di terrorismo. 1987: “L’ultimo imperatore”: premiato con nove Oscar. D.B.: “Perché hai scelto di fare una pellicola così importante proprio in Cina?” B.B.: “Volevo andare il più lontano possibile dall’Italia, perché ero stanco di quell’atmosfera di falsità e corruzione che l’avvolgeva. Sentivo che se vi avessi girato qualcosa, anche la mia cinepresa avrebbe cominciato a mentire”. La strada per giungere sul set de “L’ultimo imperatore” è stata difficile: la difficoltà nel reperire i fondi, la diffidenza dei produttori, il lungo lavoro diplomatico necessario a conquistare la fiducia delle autorità cinesi, l’incognita dell’essere i primi a girare un film su un set così inusuale. Solo la grande determinazione di Bertolucci, sostenuto dal vecchio amico ed eterno compagno di lavoro, Vittorio Storaro, Oscar per l’ottima direzione della fotografia nel Piccolo Buddha, ha permesso la riuscita dell’impresa. La Baglivo chiede ora al regista del suo film “Il tè nel deserto” (1990). B.B.: “Ho voluto raccontare, prendendo spunto dal romanzo di Paul Bowles, la storia dell’agonia di una coppia. I due protagonisti sono prigionieri di un amore che c’è ancora, ma che non dà più gioia e cercando di salvare il loro rapporto, arrivano alla distruzione. Confesso che mi fa paura”. Dalla Cina all’Africa, al Tibet del Piccolo Buddha (1993), D.B.: “Perché ami così tanto cambiare totalmente l’ambientazione dei tuoi film?”,B.B. : “Io vivo nel terrore di ripetermi. Non voglio rimanere prigioniero del mio successo, finire col riproporre le stesse formule come è già capitato ad altri”. D.B.: “Che cosa hai imparato raccontando la vita del Buddha?”, B.B.: “Mi ha affascinato scoprire che Buddha insegnava, cinquecento anni prima di Cristo, che gli Dèi non esistono se non come nostra creazione e quindi dentro di noi. L’insegnamento del Buddha valorizza l’uomo”. D.B.: “Credi nella reincarnazione?”. B.B.: “Sì, se per reincarnazione intendi il passaggio di valori, esperienze e saggezza di padre in figlio. Ognuno di noi si reincarna nella propria discendenza, questo è ciò che credo”. Dopo film imponenti e straordinarie esperienze, dopo aver consolidato il suo successo all’estero, Bertolucci torna in Italia, in Toscana, per girare “Io ballo da sola”, una commedia leggera con Liv Tyler, e Jeremy Irons. La cui tematica, amore e morte, è frequente nei suoi film. 1998: “L’assedio”, una storia d’amore in cui Bertolucci sembra tornare alle origini, riprendendo le immagini quasi come lavorasse a un documentario, agendo con libertà. La critica lo ha definito un inno al cinema. Nel 2003, realizza “The Dreamers” – I sognatori, ambientato a Parigi. Viene narrato l’incontro fra uno studente americano e due ragazzi francesi, con in comune la passione per il cinema. Nel 2012, dirige il suo ultimo lavoro: “Io e te”, tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammanniti. La storia segna un ritorno nel proprio paese, raccontando di due anime perse in un luogo chiuso, una tematica a lui cara. Per paradosso sarà proprio in seguito a questa esperienza che i due protagonisti prometteranno a loro stessi un cambiamento interiore.
D.B. Qual è il tuo Dio? B.B.: Voi avete sempre pensato che vi ha creati Dio. Perché non pensate che voi avete creato Dio, perché avete bisogno di questa figura, ma che allora Dio è dentro di voi, perché lo avete creato voi. Dio è nell’uomo, praticamente è quello che penso, che avevo sempre pensato, senza mai essere riuscito a verbalizzarlo. Si parla di reincarnazione ma io penso che mi reincarno dopo ogni film.
Il cineasta ci ha lasciati il 26 novembre 2018 a Roma.
Donatella Baglivo

