Venerdì 14 novembre alla Sala Bartoli, ridotto del Teatro Rossetti di Trieste, ha debuttato, dopo un’acclamata anteprima tenutasi in luglio nell’ambito del Mittelfest di Cividale del Friuli, “Argo”, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e dallo Stabile di Bolzano.
Lo spettacolo, diretto da Serena Sinigaglia, esplora il tema della memoria, fondendo il significato storico con le esperienze profondamente personali. Una compagine tutta al femminile che vede protagoniste Ariella Reggio, Maria Ariis e la giovanissima Lucia Limonta.
La storia è ispirata al “mémoire” dal titolo “Storia di Argo” di Mariagrazia Ciani, che racconta la fuga dall’Istria, dopo la Seconda Guerra Mondiale, affrontando temi delicati e illustrando il dolore della separazione attraverso il legame di una bambina di cinque anni con il suo cane York.
Il titolo, abbiamo detto, è “Argo”: nome dai mille significati e dai mille richiami e collegamenti che aprono la mente a innumerevoli sentimenti.
Argo il cane di Ulisse: l’amore, la mancanza, la fedeltà
Argo (mitologico): mostro della mitologia greca, gigantesco e fornito di innumerevoli occhi sempre aperti tutti insieme, praticamente insonne: essere vigile e presente a cui non sfugge nulla
Argo (mitologico) – il mostro i cui occhi vennero trasformati da Era nella coda del pavone: splendente, colorato, luccicante;
Argo (zoologico) – Uccello simile al fagiano, con piumaggio scuro e grandi penne della coda con macchie chiare: veloce;
Argo (storico-mitologico) – la prima nave della storia avente un nome, utilizzata da Giasone e i suoi Argonauti per navigare in tutto il mar Mediterraneo alla ricerca del vello d’oro. La nave Argo era equipaggiata con tutte le attrezzature e gli strumenti necessari per il governo e la guida della nave in mare aperto: l’archetipo del perfetto mezzo di navigazione;
Argo (costellazione) – Antica costellazione dell’emisfero Sud, raffigurante la nave degli Argonauti: la vittoria sulle forze della natura;
Argo (geografico) – Antico nome greco della regione del Peloponneso nord-orientale (oggi Argolide), con città come Argo (la capitale), Micene e Tirinto: la civiltà micenea;
Argo (scientifico-tecnologico) – Rete globale di oltre 3.000 boe oceanografiche automatizzate (parte del programma Argo), che misurano temperatura, salinità e correnti oceaniche per studiare il clima e gli oceani: la ricerca, la tecnologia, la scienza;
Argo (chimico) – Dal greco argos, gas inerte: bianco, luminoso, veloce;
Argo (italiano arcaico) – ozio, inerzia
Il nome Argo evoca quindi luce, velocità, audacia, ma anche abilità artigianale, capacità di costruzione in senso stretto e in senso lato, spirito di scoperta, scienza, acume, anche inerzia, riflessione, meditazione, vittoria, civiltà, storia, fedeltà, luce, ricerca, lucentezza, bellezza. Nello spettacolo le ritroviamo tutte.
La scena della pièce è essenzialmente potente: un lucore abbagliante, quintature nere, luci dal basso. Una lunga fila di sedie bianche, anonime, come quelle delle sale d’attesa, allineate e affiancate sul fondo entrano ed escono dalle pareti buie della scena.
Nel silenzio che precede l’inizio di tutto, mentre nella mente risuonano i meccanismi dell’inesistente ma immaginario sipario, in questa strana “boîte” entrano tre figure. Figure femminili. Tre generazioni che indossano abiti consoni alle proprie generazioni. La più giovane, inizia con un lapidario: “tre donne”. Poi si presentano con il classico: “Io sono…”.
Vera, ottantacinquenne. Beatrice, sua figlia cinquantacinquenne. Clara, figlia trentenne di Beatrice.
Sono pronte per uscire di casa in ore antelucane: indossano capispalla adatti, abiti adatti, borse capienti adatte. Niente di attillato. Tutto ampio. Ampio per contenere i sentimenti, la storia, le storie.
Vera esule istriana dall’età di cinque anni, ha iniziato a soffrire del morbo di Alzheimer che le sta via via sbiadendo il presente mentre i ricordi si affievoliscono e si scontornano. Beatrice decide di portarla a ritrovare i suoi luoghi della prima infanzia, a Pola, da cui Vera è fuggita. Un argomento delicato quello di Vera, un ricordo di cui ha parlato molto raramente, che giace nel suo profondo ma che lei non vuole esternare e far riemergere nella sua interezza. Neanche la sua data di nascita è nota. La figlia e la nipote la presumono ma non la conoscono.
È notte. È il momento della partenza. C’è tensione. La macchina è stracolma di bagagli pesanti, difficili da stivare in una macchina piccola e scassata. Ma il viaggio c’è e deve iniziare e continuare. Non importa quanto lungo e quanto semplice. Non importa se le tre solitudini esistenziali si incontrano e si scontrano, se sarà necessario dare voce e sfogo ai propri bisogni. Ci sarà da cambiare strada poiché ci saranno blocchi, ostacoli imprevisti e nel cambiare strada ci saranno pericoli, temporali improvvisi, campi da profanare, fango da cui uscire, desiderio di rinunciare. Soprattutto pesi: fardelli da abbandonare senza rimpianti e senza recriminazioni. Sarà sicuramente un viaggio salvifico. Faticoso sì, però salvifico. Deve assolutamente esserlo.
Nella mente, negli occhi e nel cuore di Vera, solo un ricordo di quell’epoca è più vivido e ancora molto presente: un cane di nome Argo. Durante il viaggio, le tre donne si confrontano con il loro passato e svelano le loro reazioni e le loro relazioni, riflettendo sulle sfide della perdita di memoria, sulla voglia di libertà, sulle scelte da operare e sui sentimenti irrisolti tra loro. La narrazione affronta con delicatezza la pesantezza a volte soffocante della facoltà di ricordare, suggerendo che lasciar andare certe esperienze può portare alla guarigione e a nuovi coinvolgenti inizi colmi di speranza.
L’esodo forzato degli italiani dall’Istria è sì al centro della storia, però lo è attraverso il cane della protagonista, abbandonato in mezzo al tumulto: simboleggia non solo il rapporto tra una persona e il suo passato, bensì anche la lealtà, l’attesa e il rammarico di aver lasciato solo sia il cane che il passato stesso.
L’abile e sensibile regista Serena Sinigaglia, stimolata dalla folgorazione avuta da una delle protagoniste, Maria Ariis, ha cercato e proposto, con meticolosità e con tanto cuore, una sceneggiatura particolare e originale, adatta a riflettere l’essenza del libro, ambientandola nella più assoluta contemporaneità e nell’interazione tra le tre generazioni di donne. Così nasce “Argo”, dalla collaborazione con Letizia Russo, giovane drammaturga italiana, feconda e prolifica nel donarsi al teatro e a chi lo ama, a chi lo fa, a chi lo vive. Il breve e intenso libro ha ispirato questa dolce, delicata, emozionante, profonda, viva opera teatrale che incarna la metafora della vita dove tutti possiamo ritrovarci. Il viaggio in sé è fondamentale, è la nostra esistenza, piena di quei ricordi profondi, nascosti, accantonati e rimpiccioliti che il nostro essere razionale tende a mettere via.
Ariella Reggio, Maria Ariis, Lucia Limonta, tre grandissime: si fa fatica ad immaginare altre interpreti. Lucia Limonta, giovanissima, con un trascorso di tutto rispetto che traspare appieno nel suo introiettare Clara (colei che è illuminante, luminosa, splendente), è davvero abilissima nel porgere lo scalpitare di una ragazza che non ha ancora chiarissimo lo scopo della sua esistenza. A lei è stato affidato prepotentemente il duplice ruolo di descrivere le situazioni e contemporaneamente viverle. Stupenda.
Maria Ariis è perfetta. È lei. È Beatrice (colei che rende felici, colei che dà beatitudine), colei che appare più rigida ed intransigente, che non riesce a dipanare la matassa del suo esistere convivendo con la sua solitudine, con le sue nevrosi, col suo fumare di nascosto, col suo rammarico di non aver goduto e approfittato della presenza-assenza di suo padre.
Vera (colei che è protezione, difesa, che ha fede in qualcuno o qualcosa, che è una persona vera, reale), prende vita e voce in Ariella Reggio, un’eccellenza nell’arte della recitazione, magnifica presenza del piccolo e del grande schermo, gloria dei palcoscenici triestini e non solo, sensibile e nobile figura che incarna appieno, anche grazie alla sua triestinità, le esperienze di coloro che hanno dovuto affrontare lo status di profughi. La sua interpretazione colpisce gli spettatori nel profondo, per mezzo della complessità emotiva: il dolore, l’affetto nei confronti di un cane immaginario (chi ne ha uno coglie tutti i suoi gesti di affetto) e il morboso attaccamento al luogo e alla memoria, da cui però sembra anche rifuggire.
La regia di Serena Sinigaglia è caratterizzata da uno stile elegante, sofisticato e intellegibile, ricco di sentimento, sublime generatore di emozioni, supportato egregiamente dalle luci, dalla colonna sonora nostalgica, evocativa e immortale, dalle scene e dai costumi. Tutto è vuoto e tutto è pieno, in quella scatola che è la nostra vita, il nostro mondo, il nostro racconto.
Uno spettacolo magnifico, il pubblico ha applaudito con commozione decretando un successo per un tema molto sentito, porto però con una grazia inaspettatamente sorprendente. Indimenticabile!
Il tema di fondo della trasmissione della memoria e del trauma dello spostamento e del distacco, col conseguente ricostruirsi, emerge nel tentativo di Beatrice di restaurare i ricordi delle vite delle tre donne. La dinamica tra passato e presente si adagia al ritmo sinusoidale delle pause e dei silenzi, nelle immagini che vengono create dalla nostra mente in un caleidoscopio di frammenti di vita, di memoria e di dolore
La regia e la sceneggiatura mantengono un delicato equilibrio, consentendo l’autenticità del personaggio di Vera, credibile e mai sdolcinato.
L’autrice Maria Grazia Ciani è Professoressa già ordinaria di Storia della tradizione classica all’Università di Padova è nata a Pola nel 1940, ha studiato letteratura greca a Padova e si è diplomata in pianoforte. La sua ricerca si è concentrata su epica, tragedia e la sopravvivenza dei miti nelle letterature e nell’arte occidentale. Ha curato famose e apprezzate traduzioni di classici (Omero, Euripide, Sofocle) e dirige le collane “Il convivio” e “Variazioni sul mito”. Questo il suo curriculum: in “Argo” la sua variegata esperienza e conoscenza si mescola magicamente come in uno shaker e dà vita alla profonda cicatrice che lascia il dover abbandonare il proprio luogo e i propri luoghi: l’impatto forte emerge in ogni parola.
Il delicato tema dell’esodo è stato affrontato in maniera davvero molto poetica, umana, dolce, fuori dai cliché, fuori dalle polemiche, fuori dalle dialettiche politiche, come ha dichiarato a ragione Serena Sinigaglia. Il suo adattamento è l’emblema di chi si separa da una terra, da una casa, dalla sua storia. È il dramma nel quale si assomigliano tutti gli esuli. Tutti. Per qualsiasi motivazione. Per chi fugge dalla disperazione di ogni tipo e per chi cerca qualcosa di nuovo e di diverso. I luoghi nei quali vivrai, potranno di certo divenire tuoi ma non saranno I TUOI. Ci saranno sempre gli originali Tuoi nei tuoi racconti, nelle tue origini, nel tuo DNA. E verranno sempre a galla. Come per Vera, se hai l’opportunità e la volontà di ritornarci, ti ritrovi ma non ti ritrovi più. Tu cambi e anche essi cambiano. Sarai più ricco di esperienza, di esperienze, di tradizioni, di usanze, di conoscenza e di vita… ma sarai sempre esule dentro di te, nella profondità del tuo “Io”.
Da Trieste per oggi è tutto.
Rosa Zammitto Schiller

