TUM e il Lato Oscuro del Minigolf: un viaggio tra musica e metafore

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A cura di Luca Vettoretti

Con The Dark Side of Minigolf, TUM porta l’ascoltatore in un viaggio tra metafore e atmosfere musicali ricche di contaminazioni. In questa intervista, l’artista racconta la genesi del concept dell’album, i viaggi che hanno influenzato il suo percorso creativo e le sfide della transizione da band a progetto solista. Tra introspezione e ironia, TUM ci guida attraverso le buche del suo minigolf interiore, dove ogni brano è una piccola storia di vita, scoperta e musica.


Il tuo nuovo album The Dark Side of Minigolf utilizza la metafora del minigolf per raccontare la vita. Puoi raccontarci come è nata questa immagine e in che modo si è trasformata nel concept del disco?
E’ un ricordo di una serata diversa dal solito con qualche amico a Riccione, non sono solito frequentare la movida romagnola né tantomeno giocare a minigolf ma è come se quella serata fosse stata un turning point nelle nostre vite. Non so spiegarti ma da quel giorno è cambiato qualcosa. Ho pensato a quelle buche da minigolf un po’ creepy e quasi in disuso e ho cercato il contrasto tra un gioco spensierato e un thriller spaventoso, è tutta qui la somiglianza con la vita.

Nel tuo percorso hai fatto molti viaggi (India, Lapponia, Giappone, ecc.) e hai scritto canzoni durante quegli spostamenti. Quale viaggio ti ha cambiato di più come artista e perché?
Non so dirti quale mi abbia dato di più, forse a livello musicale in questo disco il Sud Africa è quello che mi ha aperto la mente maggiormente, soprattutto quando il country folk è arrivato lì e si è lasciato contaminare dalla musica tribale, una cosa pazzesca.

Passando dalla tua esperienza con la band Pocket Chestnut a diventare solista, come è cambiato il modo in cui crei le canzoni — sia a livello di contenuto che di modalità operativa?
Non molto, sono cambiati gli interlocutori ma scrivo canzoni con altre persone e ascolto molto i loro consigli. Su questo disco c’è una canzone che si chiama Toronto e quando l’ho sentita in studio ho capito che avrebbe potuto sbucare da un disco dei Pocket, è un pezzo molto scanzonato e folk come quegli anni là.

In The Dark Side of Minigolf emergono temi come “lotte interiori”, “piccole catastrofi quotidiane” e autoscoperta. Quanto è stato per te un percorso di auto‑rivelazione questo album e quali sono state le sfide principali?
Sicuramente selezionare le canzoni non è stato facile, tendo ad avere dei periodi in cui accumulo tantissime demo e poi mi ci affeziono così come sono e non capisco se hanno le potenzialità per diventare pezzi arrangiati o no. Qui devo tanto alle orecchie di Gabri e Stefano che mi consigliano con le loro idee.

Hai già avuto modo di presentare The Dark Side of Minigolf dal vivo? Come ti sei trovato a trasporre le atmosfere dell’album sul palco?
Ho fatto qualche data l’anno scorso a Milano ma ho suonato solo qualche canzone, sono molto contento di poter portare sul palco questo suono diciamo nuovo e farlo con 3 persone di cui mi fido ciecamente, per cui il 17 dicembre al Detune di Milano vi aspetto.

I brani di The Dark Side of Minigolf raccontano un periodo passato della tua vita: non senti mai che possano risultare “vecchi” o distanti da chi sei oggi?
E’ la fotografia di un periodo come tutti i dischi raccontano una parentesi, sono sempre fotografie sfocate perché ci si muove sempre. Qui ho raccolto qualche ricordo, alcuni mi fanno sorridere, altri mi fanno un po’ soffrire però è così: prendo il pacchetto completo e in un certo senso mi compiaccio di essere stato capace di chiudere l’ennesima parentesi.

Musicalmente il tuo lavoro mescola indie, folk, blues, atmosfere internazionali e contaminazioni sonore. Quali nuove direzioni o suoni senti di voler esplorare nei prossimi progetti?
Non ho ancora pensato a un eventuale prossimo disco, voglio godermi questo e farlo suonare live il più possibile come è stato registrato. Siamo in quattro per cui dovremmo ingegnarci, ma è questa la parte divertente.

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