L’amore rinsavisce i “Furiosi”

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Il furioso all’isola di San Domingo è il secondo titolo del Donizetti Opera 2025, Festival internazionale dedicato al celebre compositore orobico celebrato sui palcoscenici dei teatri di Bergamo. Dopo la tragica vicenda di Caterina Cornaro è la volta di una partitura semiseria (La gazza ladra di Rossini, per far un esempio), forma operistica in cui gli elementi buffi e seri coesistono in mélange omogeneo e del pari importanti; un genere, se si vuole, un po’ lontano dalla sensibilità odierna, assuefatta a temperie operistiche sempre più drammatiche che han contribuito a plasmare il gusto delle platee. Il furioso all’isola di San Domingo andò in scena in prima rappresentazione a Roma, Teatro Valle, 2 gennaio 1833, ricevendo accoglienze lietissime, soprattutto per il protagonista Giorgio Ronconi. Dopo Roma l’opera fu messa in scena a Torino, poi alla Scala. Nel giro delle stagioni successive raggiunse i palcoscenici di ben settanta palcoscenici italiani e anche all’estero riscosse una buona notorietà. Lavoro liberamente ispirato a un noto passaggio del Don Chisciotte di Cervantes, la trama piacque a Donizetti per l’esotica ambientazione, per la storia dal carattere “fantastico” e un po’ surreale, in cui intravide la possibilità di situazioni inedite e la creazione di un carattere maschile dai profondi risvolti esistenziali. L’opera è un lavoro originale che ha al centro Cardenio, baritono, di cui il compositore si serve per delineare un personaggio sfaccettato: uno dei rari esempi di pazzia al maschile. Il protagonista “sceglie” la pazzia quale rifugio all’avvelenamento dell’anima per i tradimenti perpetrati dall’amata ma anche qual paravento all’ insano suo furore. I sopra titoli permettono di gustare appieno il sapido e intelligente libretto scritto da Jacopo Ferretti, attento e bilanciato nel versante patetico e comico, dalla brillante versificazione. Nota curiosa: fu proprio il libretto a essere ripescato dall’oblio, prima della musica, quando Gianandrea Gavazzeni ricavò da “Il furioso all’isola di San Domingo“, un balletto che andò in scena a Bergamo nel 1940, recuperato nel 1998 per il Donizetti Festival, coreografie di Micha van Hoecke. Il furioso all’isola di San Domingo si presenta ora in un nuovo l’allestimento, in scena nell’edizione critica a cura di Eleonora Di Cintio, curata per Casa Ricordi con la collaborazione della Fondazione Teatro Donizetti. Il protagonista Paolo Bordogna sfoggia un’intensa sensibilità interpretativa nella parte di Cardenio, voce musicale seppur un po’ velata, e non sempre sicura nell’acuto. Afflitto nel secondo atto da un’indisposizione che l’ha obbligato a rifugiarsi fra le quinte, il baritono è riuscito fortunatamente a riprendersi permettendo la conclusione dello spettacolo. In Raggio d’amor parea fa valere bel colore di voce, ma non grande risonanza in basso e non convince sempre quando sale agli acuti, un po’ oscillanti. Tutto è velen sfoggia intensità nel recitativo, come lo stesso fa il direttore in orchestra nel sottolineare il momento di tristezza struggente. Dei begli occhi tende a chiudere troppo il suono salendo e nella seguente Era il sorriso è sempre credibile e appassionato, ma ancor più nel racconto delle sue vicissitudini in Vive un german, Le fibre m’arsero e D’amor furente e cieco. Una parte veramente articolata, quella scritta da Donizetti per baritono. Ah! Pian pian diradan l’ombre! Scena di delirio in cui dispiega tutta la maestria, anche se vocalmente non sempre impeccabile. Provato nel duetto Rapito in estasi, coraggiosamente portando a termine la recita. Godibile Eleonora di Nino Machaidze, di bella presenza scenica in pose divistiche, drappeggiata in bel vestito bianco con tournure, la voce mostra qualche segno di usura pur rimanendo avvolgente. In Vedea languir quel misero ingrossa i suoni per carenza di bassi, e gli acuti sono spinti nel seguente Non piangete. In Che il sorriso mio primiero gioca l’aria con un fare da primadonna mentre tende a forzare i suoni in Nel mio sguardo mezzo spento. Se mi leggessi in core contraddistinta da grand’ impegno di fraseggio, pregnante, Se non nieghi ai pianti suoi fa valere l’intensità di un fraseggio convincente, sapendo cogliere la ricca opportunità che il compositore mette a disposizione del soprano nel brillante rondò conclusivo Se pietoso – Che dalla gioia oppresso. Elettrizzante Fernando di Santiago Ballerini, capace fondere il registro di testa e di petto, dotato di acuti non sempre squillanti per quella parte di tessitura molto acuta, incrinando la perfezione del canto, ma senza niente perdere nell’intensa interpretazione, a ricordare i fasti di Lorenzo Salvi, il primo interprete tenorile contraltino. Dalle piume in cui giaceva il timbro mostra un riverbero di “lacrima”; possiede bel legato, capace di sfumature sia nei suoni sia nel fraseggio, sfruttando un bel personale in scena. Ah! Dammi, o ciel pietoso sfoga in alto, pur non limpidissimo in acuto, è caratterizzato da un leggerissimo vibrato che fa palpitar la voce. Fa finezze e smorzandi nell’aria finale Se ai voti ma gli acuti non squillano appieno. Gustoso interprete in scena Bruno Taddia nel dar corpo al pavido Kaidamà, contrasto buffo del furioso e dolente protagonista, sa accattivarsi le simpatie in coinvolgente recitazione senza spingere sul pedale della buffoneria. Non lo stesso si può dire dell’organizzazione vocale, che suona fluttuante e “vuota” nel corpo. Di lusso la Marcella di Giulia Mazzola, che sin dall’iniziale Freme il mar mostra offre voce rotonda e timbro saporoso, unita a una divertente azione scenica. Ottimo Bartolomeo di Valerio Morelli, dalla voce perfettamente immascherata Co’ i capelli dritti in fronte eseguita con proprietà. Pregevole la direzione del Maestro Alessandro Palumbo alla guida dell’Orchestra Donizetti Opera: variegata, briosa e scattante quanto patetica, con finezze alle introduzioni delle arie (La mia vittima è qui!), con punte di struggente sentimento per le pene del protagonista Cardenio. Giusta partecipazione e impeto nelle dinamiche richieste dalla partitura. Sapida al fortepiano Hana Lee.
Puntuale il Coro maschile dell’Accademia Teatro alla Scala diretto da Salvo Sgrò.

L’esito della realizzazione di un’opera semiseria non è scontato: c’è voluto l’impegno del regista Manuel Renga a creare uno spettacolo scorrevole e fascinoso, inserendolo in un contesto colorato di lussureggiante tappezzeria alla “Rousseau”. Caratterizzato da un’articolata regia, Manuel Renga parte da un efficace utilizzo di zoom fotografico, che inquadra e rastrema e focalizza le diverse situazioni: elementi scorrevoli entrano ed escono dalla scena, fino ad esserne sorprendentemente sospesi in aria, velami cascanti dall’alto si fondono in un teatro fatto di idee gustose. Scene di Aurelio Colombo, sottolineate dalle sapienti luci di Emanuele Agliati. I costumi dello stesso Colombo trovavano perfettamente la cifra per inserirsi nel contesto scenografico. Regia attenta che non ha lasciato prevalere il versante comico a discapito del coté serio, con tutti i cantanti molto partecipi in palcoscenico. La sala del Donizetti mostrava una grande affluenza di ospiti stranieri che hanno apprezzato lo spettacolo, in primis per la musica donizettiana, in cui il lato patetico, l’ironico e il serio sono in perfetto equilibrio, e la maestria del compositore sa tener sempre vivo l’interesse dell’ascoltatore. Successo entusiastico per la compagnia di canto e per il Direttore, con punte di commozione finale per il baritono Bordogna. Al Teatro Donizetti di Bergamo.

gF. Previtali Rosti

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