Intervista a COMAGATTE: Quando le difficoltà diventano la voce del riscatto

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Comagatte, all’anagrafe Serena Maria S., classe ’92, è una rapper che ha incontrato l’hip hop a soli sedici anni. È stato il suo primo rifugio e il modo più naturale per esprimersi. Passava ore ad ascoltare rap americano ed europeo, e quella passione l’ha spinta nel 2010 a scrivere i suoi primi testi, dando vita al suo primo EP che ha segnato l’inizio del suo percorso artistico.

Negli anni successivi ha continuato a sperimentare, partecipare a progetti e portare la sua musica dal vivo. È salita sui palchi dei contest locali, conquistando diversi riconoscimenti: dal quarto posto al “The Flow” di Terlizzi al secondo posto allo Street Rap Contest di Barletta. Ha anche condiviso la scena con nomi affermati, come nella serata freestyle di Casamassima in cui si è esibita come guest prima di Ntò.

La sua identità artistica nasce dall’incontro di due mondi: il Sud, con il suo calore e la sua energia, e il Nord, con una mentalità più pragmatica e diretta. Questo mix si riflette in brani come lo splendido singolo “Comme l’italien”, in cui combina lingue e dialetti per raccontare la realtà degli artisti indipendenti e, più in generale, un’Italia vista attraverso gli occhi di chi arriva dal basso. Le sue parole sono semplici, chiare e pensate per arrivare subito a chi ascolta.

La sua presenza online è forte: con oltre 110 mila follower su Instagram, Comagatte sta costruendo una comunità attenta al suo messaggio e ai suoi contenuti.

Nelle sue canzoni più personali, come “Mamma” o “Bolle di sapone”, emergono le difficoltà che ha vissuto, ma anche la forza con cui le ha superate. Racconta il peso della strada, che l’ha segnata ma le ha anche insegnato a resistere e a non arrendersi. Questo è lo spirito che vuole trasmettere soprattutto alle ragazze che vivono situazioni complicate: far capire che un futuro diverso è possibile.

Oggi Comagatte guarda al suo percorso con lucidità: quei sogni che da bambina le sembravano lontani stanno diventando reali. E il suo viaggio, di fatto, è appena iniziato.

Andiamo a conoscerla.

Il tuo singolo “Comme l’italien richiama subito la lingua francese, ma “rimanda” anche all’intercalare del dialetto pugliese, la tua lingua di nascita. È solo un gioco sonoro o, al contrario, un modo per raccontare le diverse anime della tua identità? Oppure c’è anche una lettura più critica, magari uno sguardo ironico sull’Italia di oggi?

 “Il gioco sonoro per un rapper è la prima cosa che arriva, come se fosse d’istinto combinare i dialetti del mondo, perché effettivamente di dialetti parliamo. In realtà oltre a rimandare alla mia lingua madre cerco di far capire che non siamo così tanto diversi nel mondo; le emozioni e le esperienze che esprimiamo nella musica sono universali, e questo è il messaggio di connessione che voglio trasmettere. E, sì, effettivamente l’unica criticità sull’Italia di oggi è nel ritornello, che tradotto è mangia gli spaghetti con la merda italiana.

Ti faccio i complimenti per la scrittura del testo, l’interpretazione e la resa visiva del video di Comme l’italien, che hanno una forza potente ed immediata. Qual era il messaggio principale che volevi trasmettere con questo brano e, secondo te, il pubblico lo ha percepito come lo avevi immaginato?

“Grazie! Il messaggio di Comme l’italien è di supporto agli artisti indipendenti con talento ai quali vengono chiuse le porte. “Mi volevano mostrare come si fanno le cose ma le cose le so fare è che qualcuno non vuole” se raccontassi tutto ciò che ho visto nell’industria musicale diventerei la Fabrizia Corona (risata). Il pubblico italiano

si, ha inteso, ma il brano è andato oltre l’Italia per il flow, l’interpretazione e le sonorità mega, non so se tutti hanno inteso ma “se non capisci le parole puoi sentire il funk”.

Il nome Comagatte incuriosisce subito. Da dove nasce, che storia racconta e perché hai deciso di portarlo sul palco?

“Comagatte è la protagonista di una storia che mi raccontava mia nonna, è lei che ha scelto di chiamarmi così, così mi hanno sempre chiamata, così sono rimasta”.

Ascoltando la tua musica, si sente un ponte che unisce due mondi: l’anima calda e sanguigna del Sud, con la sua arte di affrontare le difficoltà, e la mentalità lucida e metropolitana del Nord, attenta ai particolari.  In che modo questo incontro ha influenzato il tuo percorso artistico e cosa hai imparato vivendo entrambe le realtà sulla tua pelle?

Bella domanda! Al sud sappiamo fare musica, abbiamo il ritmo nel sangue, al nord sappiamo fare business e mettere in pratica le passioni rendendole un lavoro. In realtà ho affrontato più difficoltà al nord, perché io dal sud sono scappata. Al sud non mi sono sentita accolta dalla scena hiphop perché mentalmente ero meno

restrittiva. Al nord sono riuscita a mettere in pratica i miei sogni. Ho imparato però sia al sud che al nord di non fidarmi di nessuno e di essere focus sulle cose”.

In “Le ragazze di Calvairate” non racconti solo un quartiere, ma lo trasformi in un vero e proprio personaggio, con voce e identità. Quanto è importante per te dare parola al luogo che abiti e trasformarlo in una narrazione collettiva?

“È super importante perché si hanno molti pregiudizi sul quartiere in cui vivo ed ufficialmente posso dire in cui sto crescendo. È figo vedere le ragazze ben vestite in giro per la city, meno divertente è vedere le Crimi di quartiere che guadagnano soldi loscamente o hanno lavori più difficoltosi. Nessuno parla di ragazze cresciute in ambienti poco consoni, in case occupate con genitori assenti o tossici, nessuno parla di ragazze con le madri che dormono sul materasso con la paura di essere

sgomberate da un giorno all’altro. Nessuno parla di quanto queste ultime hanno sogni e passioni che non riescono a realizzare né coltivare. Milano ha due facce, ma io prometto a queste ragazze che sarò la loro voce e mi prenderò tutto per dare a loro la possibilità di riuscirci nella vita.

In una tua intervista hai affermato che la strada ti ha educato ad essere gentile e a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il rap è stato il tuo linguaggio per raccontare questa lezione di vita, ma è stato anche lo strumento che ti ha permesso di crescere e maturare, nonostante la durezza di certi contesti?

“Ho preso schiaffi fisici e morali dalla strada, non è un vanto. Il rap mi ha salvato la vita, anche se non sono famosa come altri rapper posso confermare che ho imparato a parlare grazie al rap, prima usavo solo la violenza. Ho conosciuto gente importante che mi ha insegnato tanto ma ti assicuro che la strada mi ha insegnato ad essere figlia di puttana, e se non lo sei te lo mettono facilmente a quel posto”.

Sei un’artista diretta, vera, capace di mescolare ironia e provocazione. Credi che, nel mondo della musica, sia possibile essere davvero se stessi o si corre sempre il rischio di essere fraintesi?

Adoro essere fraintesa, a volte lo faccio apposta. Mi piace trollare i bigotti, mi piace

provocare chi ha una mentalità chiusa. Sono ironica ma ironizzo su questioni vere e serie”.

La scena rap femminile sta finalmente riscuotendo l’attenzione che merita, e tu sei una delle voci più autentiche e potenti. Le tue parole e la tua musica sono un’espressione così vera del tuo mondo, quasi un risveglio emotivo per chi ti ascolta. Pensi che il rap, con la sua cruda onestà, sia davvero il linguaggio universale per scuotere le coscienze delle persone?

“Non posso confermarlo, è un segreto professionale (ride) ma posso dirti che grazie al rap i giovani stanno finalmente facendosi spazio con l’autenticità.

Mamma“, “Cosa vuoi da me“, “Bolle di sapone“: ogni brano è una pagina aperta, un’emozione che arriva dritta al cuore. Ti sei mai sentita fragile o esposta nel condividere con il pubblico questi momenti così intimi della tua vita, o è proprio questa vulnerabilità a darti la forza che arriva a chi ti ascolta?

“Ho sempre avuto paura di espormi. In brani come “mamma” o “figlia d’arte” e questi ultimi citati, la mia fragilità è sempre stata mia nemica ma non posso farci nulla, scrivere questi brani è come piangere e sfogarsi con qualcuno. A volte i rapper fanno richieste d’aiuto implicite nei loro brani che vengono poi colte da pochi o…. troppo tardi!”

Questa è una mia curiosità: hai attraversato tanti momenti, belli e difficili, e ne sei sempre uscita a testa alta. Quanto hanno inciso davvero queste esperienze nel tuo percorso? Hanno plasmato la persona che sei oggi, permettendoti di crescere e di migliorare le parti più nascoste di te stessa, oppure sono ferite che ti porti ancora dentro, cercando di farle guarire?

“Mi accorgo quando parlo con le persone che alcune di queste non sono ancora e spero mai colpite dalla vita, non parlo la stessa lingua di tutti. I momenti difficili mi hanno segnata, se le cicatrici fossero visibili sarei come Edward mani di forbice, sia per le cicatrici sia per come si pone con la gente. Non mi vergogno più a dire che la mia vita non è stata facile, non fingo. Le ferite sono molte e restano ma le porto con orgoglio perché mi hanno resa quel che sono oggi, la donna che ho sempre voluto che amasse la me da piccola”.

 C’è qualcosa che ti manca nella parte più profonda del tuo cuore?

 “La fiducia nelle persone, non mi fido di nessuno. Ho fiducia solo in Dio”.

Facciamo finta che tu sia nella tua stanza da sola, oppure a camminare nel tuo quartiere. Chiudi gli occhi, e la prima cosa che diresti di te stessa quale sarebbe?

“Minchia (risata), sto ottenendo tutto ciò che da piccola sognavo”

Questa è la mia ultima domanda di rito che faccio agli artisti. Anche se sei molto giovane te la faccio ugualmente. Se ti trovassi davanti alla piccola Serena Maria e le potessi stringere dolcemente le mani guardandola fissa negli occhi che cosa le diresti?

Non smettere mai di credere in te stessa, non smettere mai di piacerti allo specchio, non vederti grAssa perché da grande ti allenerai per diventare grOssa, non idealizzare le persone chi ti ama te lo dimostra in tutti i modi più difficili”

Grazie per questa intervista, ci ha permesso di andare oltre la musica, di comprendere non solo la tua arte, ma anche l’anima e le emozioni che la muovono. È stato un vero piacere.

Grazie a te Max hai una bella penna! pachuco!

“La resilienza non è essere invincibili, ma scegliere ogni giorno di rialzarsi.”

Questa frase descrive Comagatte alla perfezione: il suo coraggio non nasce dall’assenza di paura, ma dalla capacità di guardare le proprie cicatrici e trasformarle in parole che arrivano a tutti. Non osserva la vita da lontano, ci si tuffa dentro. Ogni giorno cerca qualcosa che la faccia crescere, un’emozione da afferrare, una verità da mettere in musica. Durante l’intervista non ho visto solo un’artista, ma una giovane donna che non è scappata dal proprio passato: lo ha preso per mano e lo ha trasformato in voce, presenza e identità. Le sue ferite non le nasconde, le usa per parlare a chi ci si riconosce.

Quando esco e mi avvio verso la macchina, ripenso alle sue parole: è proprio da quelle zone difficili, quelle che tutti evitano, che lei tira fuori ciò che la rende unica. Se dovessi descriverla con una parola sarebbe: autentica.

Mentre chiudo la portiera, capisco una cosa: Comagatte non canta solo per farsi sentire. Canta per far muovere qualcosa dentro chi ascolta. E ci riesce pienamente con le sue canzoni.

Max Cavallo

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