Si pubblicano le liriche di Davide Rocco Colacrai, Enrichetta Giornelli ed Ernesto Russo (Premio Pierluigi Galli 2025)

Data:

 

Davide Rocco Colacrai

 

L’undicesimo comandamento – non dimenticare: Canto I (Storia degli italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia nel Campo per profughi di Laterina, 1950)

Arrivati al campo profughi a Laterina, con le nostre poche valigie, attraversammo un grande cancello verde, sorvegliato da carabinieri armati di mitra e circondato da filo spinato. A prima vista ci sembrò uno di quei lager tedeschi che avevamo visto nei film della propaganda. C’erano lunghe file di baracche di legno: sarebbero diventate le nostre “case” per molti anni a venire, ma non potevamo immaginarlo. Ci vennero consegnati una balla di paglia, un gomitolo di filo di ferro e alcune coperte che servivano anche da divisori tra una famiglia e l’altra. Nella baracca a noi assegnati non c’erano letti per dormire, e così, come in una stalla, la paglia sostituiva i materassi. Particolarmente infelici erano i gabinetti, all’estremità dei capannoni, stanze freddissime, senza vaschette né coperture. Sembrava di vivere in un mondo a parte: la gente della città ci disprezzava e aveva paura di noi, quasi fossimo delinquenti o ladri. Eravamo intrusi, venuti a rubare loro il pane e il lavoro. Perfino certi bambini ci guardavano con astio, come fossimo nemici. “Attenti! Arrivano i profughi!” si sentiva dire quando scendevamo in città. “Fascisti!” era l’insulto più frequente. (Magazzino 18. Storie di italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, Simone Cristicchi con Jan Bernas)

 

Avevamo poco con noi – i ricordi della nostra terra

che un giorno ci spingevano a sopravvivere e l’altro ci stringevano e soffocavano

come il filo spinato, un alito di malinconia a soffitto del cuore,

l’unico vestito in attesa nella valigia,

un letto fatto di paglia, fil di ferro e qualche coperta

che rendevano le baracche una specie di casa

e l’unica madre per tutte le famiglie

strette le une alle altre come un mazzo di fiori nella mano di un bambino,

e l’odore che ci portavamo addosso,

forte e dolce al tempo stesso,

di cibarie, naftalina e capelli che non potevamo lavare:

l’odore del profugo.

Non avevamo riscaldamento

e gli inverni fiorivano all’interno delle baracche

in una processione di gelo e solitudine

che ci abbracciava in quell’amaro silenzio che saturava la stanza,

fragile come un padre quando deve essere un eroe,

qualcuno si lasciava scivolare nella malinconia e si sentivano increspare le labbra,

altri tremavano nelle loro ombre di notte,

altri ancora non sopportavano il dolore e rinunciavano,

molti mordevano le proprie lacrime

e con Dio come unico batticuore si facevano coraggio,

nonostante tutto resisteva la speranza di vivere per la prima volta

e, con essa, salvare i nostri fantasmi:

il sinonimo italiano.

Avevamo poco con noi – i racconti degli anziani

che fuori, nell’orizzonte perimetrato a un’isola che sanguinava dalla fame,

vedevano il nostro mare

era sufficiente per vincere quella che a volte era vergogna e altre colpa

nel desiderio nostro di sognare ancora.

 

Elia della vendemmia – settembre 1984 (dedicata)

Sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere (Pier Vittorio Tondelli)

Poesia ispirata al film I giorni della vendemmia di Marco Righi, 2010

 

Era il mese di settembre, torrido e di poche parole,

i grilli a cadenzare il giorno

umido di sudore e di pochi sogni, di una ripetizione dei gesti

che, lenti e misurati, erano gli stessi,

Berlinguer che improvvisamente svaniva dalla televisione

ed io che sognavo la maggiore età

con un libro di Tondelli e un 33 giri sotto braccio

con mio padre, scalzi sulla nostra terra

che ci confermava zolla dopo zolla di essere i suoi figli,

sceglievamo quei grappoli d’uva

che si lasciavano indovinare come amuleti dalle nostre dita,

ognuno fiero nella carne piena e matura

con il sole nel grembo a fare le fusa

e rivelare una piccola promessa che profumava liberamente

della parte buona del mondo

in una riconciliazione con le virgole mai dritte del vivere

ci rendeva felici la cura della storia dei nostri filari

che riposavano nelle culle di legno

ognuno con l’attesa in ascolto dell’orizzonte.

Di là, nella mezzaluna d’ombra, i nonni

ad occhi chiusi e con un ventaglio erano in balia dei ricordi,

sospesi in un passato al presente;

mia madre, in casa, studiava instancabilmente la Bibbia sottovoce

e la sua impronta forgiata dal padrenostro

non lasciava eco.

Era il mese di settembre, torrido e di poche parole,

di struggimenti liquidi per l’incertezza di crescere, di diventare uomo,

mentre l’amore restava una parola d’ape che bruciava

tra una pagina, una sigaretta e un grappolo d’uva ancora.

 

Io non canto per cantare – in memoria di Victor Jara

(Citazione tratta dalla canzone Manifiesto. Victor Jara era cantante, poeta, regista di teatro, professore ed esponente della c.d. Nueva Canción Chilena, e fu ucciso, dopo essere stato torturato per giorni, il 16 settembre 1973 allo Estadio Chile in seguito al Golpe del generale Augusto Pinochet.)

C’era chi sognava, chi amoreggiava, chi cantava con Victor Jara dietro ad un intonaco / morbido come una virgola. (Dalla sua poesia L’ora dei fratelli (Cile, 1981) in D come Davide – Storie di plurali al singolare, Le Mezzelane, 2023)

 

Cantavo di chi lavorava la terra

e cercava tra una zolla e l’altra quel Dio

che taceva lungo le righe instancabili delle mani

dove si nascondevano i sogni

mentre stringevamo noi stessi al petto

come già erano stretti i santi

per sopravvivere alla miseria che era diventata la nostra pelle

più con forza che con fede

il silenzio sulle pietre che interrogava le stagioni

l’unico amico.

Cantavo di chi lavorava nelle fabbriche

e aveva pochi minuti per amare ad occhi aperti

e capire di essere ancora vivo,

tra un minuto e l’altro essere sorpreso dalla contrazione delle ombre

rapida come rapida era una carezza

con cui si svelava il significato della creazione

perché il presente fosse un buon padre

nei gesti e nella volontà

il rumore che faceva del freddo un prigioniero

la nostra illusione.

La mia chitarra era la mia arma per la libertà

il mio canto la mia preghiera, i miei versi la loro storia.

Speravo con chi lavorava la terra, con chi nelle fabbriche

con i miei studenti, con la mia famiglia

speravo con chi non aveva eredità.

Il mio sangue per chi credeva ancora nella patria

e per chi resisteva

il mio nome la mia casa.

 

 

Enrichetta Giornelli

 

La dimora del mare

Le tegole del tetto

intrigano la chioma

dei pini,

s’infiltrano nel cielo

acceso dal pallore

delle nubi.

 

Piccola dimora

avvolta, come allora,

dal manto della solitudine,

subisce i flutti marini

sullo scoglio raggrinzato

e incastona l’antico silenzio

nei deliri del maestrale.

Ancora i gabbiani

intonano arie di sirene

tra salmastri aromi

di respiri cantati

dai nuovi giorni

che si affacciano

sulla soglia del tempo…

 

Giorni d’estate

Un respiro di brezza

è la tua voce…

confusa

tra voli di rondini,

nell’ora infuocata

che rallenta il pensiero,

ma non blocca

il transito indomabile

nel sentiero dell’invisibile.

 

L’aria attonita

offusca la mente,

incendia i fanali

del sole,

spegne ogni umano rumore…

 

Solitario un miscuglio

di parole

trapela dalle inferriate

della memoria

affacciata alla finestra

del tempo.

 

L’ ultima campanella in quinta B

Suona l’ultima campanella…

si smorzano le voci,

i banchi ammutoliti

nel brulichio

di frasi spezzate

aprono

parentesi nostalgiche

d’un quinquennio trascorso.

 

Suona l’ultima campanella…

segnale d’uscita,

in altro tempo

atteso con impazienza,

ora ultima frase

d’ una storia scritta

sulla lavagna della vita

che una cimosa cancella

per raccoglierla

nei capitoli del ricordo.

 

… Erano paragrafi di mattini

affogati in sentieri

di nebbia,

dialoghi con discipline

ripetute nella mente,

erano lampi improvvisi del cuore

nell’istante d’ uno sguardo

che conteneva l’infinito…

 

Suona l’ultima campanella…

commiato dell’adolescenza

nel lento accartocciarsi

di fogli

sugli zaini del tempo.

 

 

Ernesto Russo

 

Chitarra mia

Il tempo dell’adolescenza,

crescere e diventare uomo.

Di sera, un muretto. Tu.

Eri la più corteggiata, da tutti.

 

C’era chi non sapeva strimpellare,

era già un’emozione volerci provare.

Talvolta qualche corda si spezzava,

il danno minimo chi ti “scordava”.

 

Nicola di Bari ti trattava con lentezza,

Battisti con dolcezza, “Il mio canto libero”.

il mio suono libero, lontano a far volare.

Chitarra mia. Compagna delle stagioni.

 

Tra i prati fioriti di primavera.

Nella sabbia d’estate.

Sulla neve d’inverno.

Coperta di foglie in autunno.

 

Alle feste eri regina,

splendida compagnia dell’allegria.

La prima ad arrivare,

l’ultima ad andar via.

 

Sei l’anima di chi ti fa vibrare,

aggrappato a te quando ho voluto sognare,

fedele compagna della tristezza,

lacrime di pianti nascosti.

 

Ora resti in silenzio, regalaci un “assolo”.

Suona le note più alte, con dolcezza o fantasia,

ma fa vibrare pure il cuore mio,

con battiti e musica sempre più forte!

 

Dalla

Lui era lì, al di là dello stesso mare

mentre quella sera pensava al suo Caruso,
lì seduto, allo stesso Pianoforte, intonò il suo

canto,

in quella notte nata lì per caso, in mezzo al mare di Sorrento.
Immaginavo un uomo tutto solo,

solo in quella stanza,

che per ammazzare una amarezza

di un motore andato in fumo,

tirò fuori quel suo gran bel canto.

Un ricordo di una serata

non buttata al

vento,

lì in quella tormentata notte di Sorrento.
Mentre io quella mattina,

al di là dello stesso

mare,

là dove la collina di Posillipo

scende fino a volerlo amare,
lì seduto, tutto solo su uno

scoglio,

mentre a lui pensavo,

incominciai a intonare il mio canto.

Tra la scia di una vela,

e la foschia di un cielo ancora triste,

spunta là, tra una nuvola, la tua

Sorrento,

attaccata ancora a quel ricordo,

di quella notte, dove là, il tuo

canto,

accompagnato dalle note, dello stesso Pianoforte,

si alzarono al vento

in cerca di quell’amico che lì non c’era.
Uniti ma divisi, dallo stesso mare

ti vedevo lì, solo, triste, e stanco

ma seduto ancora a quel Pianoforte.

Da quello scoglio immaginavo, quella tua notte là a Sorrento,

dove non si è mai spento il tuo canto.
Ora sei lì in Paradiso

insieme al tuo Caruso

ad intonare sì Piazza Grande,

ma con i cuori rivolti là a Sorrento

dove non si è mai spento il vostro canto.
Mentre io, seduto ancora su questo scoglio,

davanti al nostro mare,

canto, e ricanto, come te, da solo,… ancora il mio canto.

 

Francesco

Tu, un Gesuita proveniente da un continente lontano,

per portare un po’ di umiltà nella Santa Sede romana.

Dove il lusso di un protocollo secolare,

rendeva i Pontefici un po’ spettacolari!

 

Qui lo spettacolo è finito

Sussurrasti al tuo arrivo a chi ti era vicino.

Rinunciasti sin da subito alle scarpe rosse e all’abito corale,

che abbinati all’anello ufficiale,

sembrava una vera scena teatrale!

 

L’anello lussuoso lo indossavi solo in cerimonie ufficiali,

nel quotidiano rimanevi fedele al tuo personale.

Anche la Mercedes lasciasti in garage,

preferendo una semplice auto, come un comune mortale.

 

Santa Marta fu la tua residenza Papale,

a discapito di una sede “reale”.

A te quell’abito bianco non ti ha reso potente,

ma sempre più umile e disponibile con la tua gente.

 

Con grande coraggio non ti sei arreso alla sofferenza,

portando a termine fino all’ultimo il tuo papato.

Ora che siedi alla destra del Padre,

a noi fedeli non ci resta che pregare.

 

Meditare sui tuoi insegnamenti,

di pace e serenità per un mondo migliore.

Quel mondo a te tanto caro, dove volevi vederci tutti uguali.

Grazie di cuore Franciscus, per la tua umile lezione da non dimenticare.

 

 

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