Davide Rocco Colacrai
L’undicesimo comandamento – non dimenticare: Canto I (Storia degli italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia nel Campo per profughi di Laterina, 1950)
Arrivati al campo profughi a Laterina, con le nostre poche valigie, attraversammo un grande cancello verde, sorvegliato da carabinieri armati di mitra e circondato da filo spinato. A prima vista ci sembrò uno di quei lager tedeschi che avevamo visto nei film della propaganda. C’erano lunghe file di baracche di legno: sarebbero diventate le nostre “case” per molti anni a venire, ma non potevamo immaginarlo. Ci vennero consegnati una balla di paglia, un gomitolo di filo di ferro e alcune coperte che servivano anche da divisori tra una famiglia e l’altra. Nella baracca a noi assegnati non c’erano letti per dormire, e così, come in una stalla, la paglia sostituiva i materassi. Particolarmente infelici erano i gabinetti, all’estremità dei capannoni, stanze freddissime, senza vaschette né coperture. Sembrava di vivere in un mondo a parte: la gente della città ci disprezzava e aveva paura di noi, quasi fossimo delinquenti o ladri. Eravamo intrusi, venuti a rubare loro il pane e il lavoro. Perfino certi bambini ci guardavano con astio, come fossimo nemici. “Attenti! Arrivano i profughi!” si sentiva dire quando scendevamo in città. “Fascisti!” era l’insulto più frequente. (Magazzino 18. Storie di italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, Simone Cristicchi con Jan Bernas)
Avevamo poco con noi – i ricordi della nostra terra
che un giorno ci spingevano a sopravvivere e l’altro ci stringevano e soffocavano
come il filo spinato, un alito di malinconia a soffitto del cuore,
l’unico vestito in attesa nella valigia,
un letto fatto di paglia, fil di ferro e qualche coperta
che rendevano le baracche una specie di casa
e l’unica madre per tutte le famiglie
strette le une alle altre come un mazzo di fiori nella mano di un bambino,
e l’odore che ci portavamo addosso,
forte e dolce al tempo stesso,
di cibarie, naftalina e capelli che non potevamo lavare:
l’odore del profugo.
Non avevamo riscaldamento
e gli inverni fiorivano all’interno delle baracche
in una processione di gelo e solitudine
che ci abbracciava in quell’amaro silenzio che saturava la stanza,
fragile come un padre quando deve essere un eroe,
qualcuno si lasciava scivolare nella malinconia e si sentivano increspare le labbra,
altri tremavano nelle loro ombre di notte,
altri ancora non sopportavano il dolore e rinunciavano,
molti mordevano le proprie lacrime
e con Dio come unico batticuore si facevano coraggio,
nonostante tutto resisteva la speranza di vivere per la prima volta
e, con essa, salvare i nostri fantasmi:
il sinonimo italiano.
Avevamo poco con noi – i racconti degli anziani
che fuori, nell’orizzonte perimetrato a un’isola che sanguinava dalla fame,
vedevano il nostro mare
era sufficiente per vincere quella che a volte era vergogna e altre colpa
nel desiderio nostro di sognare ancora.
Elia della vendemmia – settembre 1984 (dedicata)
Sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere (Pier Vittorio Tondelli)
Poesia ispirata al film I giorni della vendemmia di Marco Righi, 2010
Era il mese di settembre, torrido e di poche parole,
i grilli a cadenzare il giorno
umido di sudore e di pochi sogni, di una ripetizione dei gesti
che, lenti e misurati, erano gli stessi,
Berlinguer che improvvisamente svaniva dalla televisione
ed io che sognavo la maggiore età
con un libro di Tondelli e un 33 giri sotto braccio
con mio padre, scalzi sulla nostra terra
che ci confermava zolla dopo zolla di essere i suoi figli,
sceglievamo quei grappoli d’uva
che si lasciavano indovinare come amuleti dalle nostre dita,
ognuno fiero nella carne piena e matura
con il sole nel grembo a fare le fusa
e rivelare una piccola promessa che profumava liberamente
della parte buona del mondo
in una riconciliazione con le virgole mai dritte del vivere
ci rendeva felici la cura della storia dei nostri filari
che riposavano nelle culle di legno
ognuno con l’attesa in ascolto dell’orizzonte.
Di là, nella mezzaluna d’ombra, i nonni
ad occhi chiusi e con un ventaglio erano in balia dei ricordi,
sospesi in un passato al presente;
mia madre, in casa, studiava instancabilmente la Bibbia sottovoce
e la sua impronta forgiata dal padrenostro
non lasciava eco.
Era il mese di settembre, torrido e di poche parole,
di struggimenti liquidi per l’incertezza di crescere, di diventare uomo,
mentre l’amore restava una parola d’ape che bruciava
tra una pagina, una sigaretta e un grappolo d’uva ancora.
Io non canto per cantare – in memoria di Victor Jara
(Citazione tratta dalla canzone Manifiesto. Victor Jara era cantante, poeta, regista di teatro, professore ed esponente della c.d. Nueva Canción Chilena, e fu ucciso, dopo essere stato torturato per giorni, il 16 settembre 1973 allo Estadio Chile in seguito al Golpe del generale Augusto Pinochet.)
C’era chi sognava, chi amoreggiava, chi cantava con Victor Jara dietro ad un intonaco / morbido come una virgola. (Dalla sua poesia L’ora dei fratelli (Cile, 1981) in D come Davide – Storie di plurali al singolare, Le Mezzelane, 2023)
Cantavo di chi lavorava la terra
e cercava tra una zolla e l’altra quel Dio
che taceva lungo le righe instancabili delle mani
dove si nascondevano i sogni
mentre stringevamo noi stessi al petto
come già erano stretti i santi
per sopravvivere alla miseria che era diventata la nostra pelle
più con forza che con fede
il silenzio sulle pietre che interrogava le stagioni
l’unico amico.
Cantavo di chi lavorava nelle fabbriche
e aveva pochi minuti per amare ad occhi aperti
e capire di essere ancora vivo,
tra un minuto e l’altro essere sorpreso dalla contrazione delle ombre
rapida come rapida era una carezza
con cui si svelava il significato della creazione
perché il presente fosse un buon padre
nei gesti e nella volontà
il rumore che faceva del freddo un prigioniero
la nostra illusione.
La mia chitarra era la mia arma per la libertà
il mio canto la mia preghiera, i miei versi la loro storia.
Speravo con chi lavorava la terra, con chi nelle fabbriche
con i miei studenti, con la mia famiglia
speravo con chi non aveva eredità.
Il mio sangue per chi credeva ancora nella patria
e per chi resisteva
il mio nome la mia casa.
Enrichetta Giornelli
La dimora del mare
Le tegole del tetto
intrigano la chioma
dei pini,
s’infiltrano nel cielo
acceso dal pallore
delle nubi.
Piccola dimora
avvolta, come allora,
dal manto della solitudine,
subisce i flutti marini
sullo scoglio raggrinzato
e incastona l’antico silenzio
nei deliri del maestrale.
Ancora i gabbiani
intonano arie di sirene
tra salmastri aromi
di respiri cantati
dai nuovi giorni
che si affacciano
sulla soglia del tempo…
Giorni d’estate
Un respiro di brezza
è la tua voce…
confusa
tra voli di rondini,
nell’ora infuocata
che rallenta il pensiero,
ma non blocca
il transito indomabile
nel sentiero dell’invisibile.
L’aria attonita
offusca la mente,
incendia i fanali
del sole,
spegne ogni umano rumore…
Solitario un miscuglio
di parole
trapela dalle inferriate
della memoria
affacciata alla finestra
del tempo.
L’ ultima campanella in quinta B
Suona l’ultima campanella…
si smorzano le voci,
i banchi ammutoliti
nel brulichio
di frasi spezzate
aprono
parentesi nostalgiche
d’un quinquennio trascorso.
Suona l’ultima campanella…
segnale d’uscita,
in altro tempo
atteso con impazienza,
ora ultima frase
d’ una storia scritta
sulla lavagna della vita
che una cimosa cancella
per raccoglierla
nei capitoli del ricordo.
… Erano paragrafi di mattini
affogati in sentieri
di nebbia,
dialoghi con discipline
ripetute nella mente,
erano lampi improvvisi del cuore
nell’istante d’ uno sguardo
che conteneva l’infinito…
Suona l’ultima campanella…
commiato dell’adolescenza
nel lento accartocciarsi
di fogli
sugli zaini del tempo.
Ernesto Russo
Chitarra mia
Il tempo dell’adolescenza,
crescere e diventare uomo.
Di sera, un muretto. Tu.
Eri la più corteggiata, da tutti.
C’era chi non sapeva strimpellare,
era già un’emozione volerci provare.
Talvolta qualche corda si spezzava,
il danno minimo chi ti “scordava”.
Nicola di Bari ti trattava con lentezza,
Battisti con dolcezza, “Il mio canto libero”.
il mio suono libero, lontano a far volare.
Chitarra mia. Compagna delle stagioni.
Tra i prati fioriti di primavera.
Nella sabbia d’estate.
Sulla neve d’inverno.
Coperta di foglie in autunno.
Alle feste eri regina,
splendida compagnia dell’allegria.
La prima ad arrivare,
l’ultima ad andar via.
Sei l’anima di chi ti fa vibrare,
aggrappato a te quando ho voluto sognare,
fedele compagna della tristezza,
lacrime di pianti nascosti.
Ora resti in silenzio, regalaci un “assolo”.
Suona le note più alte, con dolcezza o fantasia,
ma fa vibrare pure il cuore mio,
con battiti e musica sempre più forte!
Dalla
Lui era lì, al di là dello stesso mare
mentre quella sera pensava al suo Caruso,
lì seduto, allo stesso Pianoforte, intonò il suo
canto,
in quella notte nata lì per caso, in mezzo al mare di Sorrento.
Immaginavo un uomo tutto solo,
solo in quella stanza,
che per ammazzare una amarezza
di un motore andato in fumo,
tirò fuori quel suo gran bel canto.
Un ricordo di una serata
non buttata al
vento,
lì in quella tormentata notte di Sorrento.
Mentre io quella mattina,
al di là dello stesso
mare,
là dove la collina di Posillipo
scende fino a volerlo amare,
lì seduto, tutto solo su uno
scoglio,
mentre a lui pensavo,
incominciai a intonare il mio canto.
Tra la scia di una vela,
e la foschia di un cielo ancora triste,
spunta là, tra una nuvola, la tua
Sorrento,
attaccata ancora a quel ricordo,
di quella notte, dove là, il tuo
canto,
accompagnato dalle note, dello stesso Pianoforte,
si alzarono al vento
in cerca di quell’amico che lì non c’era.
Uniti ma divisi, dallo stesso mare
ti vedevo lì, solo, triste, e stanco
ma seduto ancora a quel Pianoforte.
Da quello scoglio immaginavo, quella tua notte là a Sorrento,
dove non si è mai spento il tuo canto.
Ora sei lì in Paradiso
insieme al tuo Caruso
ad intonare sì Piazza Grande,
ma con i cuori rivolti là a Sorrento
dove non si è mai spento il vostro canto.
Mentre io, seduto ancora su questo scoglio,
davanti al nostro mare,
canto, e ricanto, come te, da solo,… ancora il mio canto.
Francesco
Tu, un Gesuita proveniente da un continente lontano,
per portare un po’ di umiltà nella Santa Sede romana.
Dove il lusso di un protocollo secolare,
rendeva i Pontefici un po’ spettacolari!
“Qui lo spettacolo è finito”
Sussurrasti al tuo arrivo a chi ti era vicino.
Rinunciasti sin da subito alle scarpe rosse e all’abito corale,
che abbinati all’anello ufficiale,
sembrava una vera scena teatrale!
L’anello lussuoso lo indossavi solo in cerimonie ufficiali,
nel quotidiano rimanevi fedele al tuo personale.
Anche la Mercedes lasciasti in garage,
preferendo una semplice auto, come un comune mortale.
Santa Marta fu la tua residenza Papale,
a discapito di una sede “reale”.
A te quell’abito bianco non ti ha reso potente,
ma sempre più umile e disponibile con la tua gente.
Con grande coraggio non ti sei arreso alla sofferenza,
portando a termine fino all’ultimo il tuo papato.
Ora che siedi alla destra del Padre,
a noi fedeli non ci resta che pregare.
Meditare sui tuoi insegnamenti,
di pace e serenità per un mondo migliore.
Quel mondo a te tanto caro, dove volevi vederci tutti uguali.
Grazie di cuore Franciscus, per la tua umile lezione da non dimenticare.

