di Tommaso Chimenti
Siamo più vicini a Porto che a Lisbona. Terra di fiumi, di bacini, di fiordi, incrocio tra acque dolci e salate, soprattutto di oceano che qui si fa sentire con la leggera pioggia che non manca mai, con le nuvole che solcano grigie il cielo e lo trasformano repentinamente, con quella brezza costante che spettina e gela le orecchie. L’acqua è una presenza, che sia sotto forma di onde, di canali o di cirri, l’umidità è un’amica, invadente e preziosa, che non ti chiede permesso. Ilhavo ha l’accento sulla i. Se pronunciato sembra prendere i contorni e le sembianze di un I love you mangiucchiato, smozzicato. Le maioliche tradizionali che ricoprono esternamente le abitazioni, gli azulejos, riescono a colorare anche il pallido cinereo cupo di fine anno. Qui i fondi per la cultura sembra che abbiamo prodotto delle buone economie di scala, degli ottimi risultati lasciando sul territorio strutture e organizzazioni in grado di mettere a frutto le intelligenze e le competenze, le maestranze e le menti di compagnie e gruppi che mettono in piedi ogni anno a dicembre, attorno alla festività dell’Immacolata Concezione, il “Leme Festival” con base appunto nel paese di Ilhavo ma con diramazioni e deviazioni geografiche limitrofe, nei dintorni di Aveiro (già capitale della Cultura europea nel ’24 con i suoi caratteristici navigli cittadini e le barche colorate), da Gafanha de Nazarè e Vista Alegre fino a Costa Nova con le iconiche casette con le strisce verticali colorate e le grandi teste di pesce in pietra. Siamo nelle vicinanze di Coimbra a sud mentre a nord, dopo Porto, ecco Braga. La Natura qui è un dono tra grandi parchi naturali green e la maestosità furente dell’Atlantico che sposta, batte e sbatte, veleggia, spuma, spinge, soffia, spezza, invade, rumoreggia catartico. Il Leme è un grandissimo progetto, concentrato sul Circo Contemporaneo, studiato con amore e pazienza, realizzato con acume e messo in atto con allegria e capacità e abilità da partner come Bussola (eccellente lavoro di coordinamento e direzione artistica di Bruno Costa), 23 Milhas e Beta Circus con una quindicina tra piece e performance provenienti da Portogallo e Brasile, da Spagna e UK, da Belgio e Germania, Olanda e Finlandia, e una lunga serie di interessanti talk, convegni, workshop, tavole rotonde. Nessuno spettacolo proveniente dall’Italia: dovremo farci qualche domanda in merito. Abbiamo scelto otto spettacoli da analizzare, i più compositi e riusciti, i più completi e variegati. Quattro saranno sviscerati in questa prima parte e i restanti nella seconda trance; qui tratteremo del belga “Tout/Rien” di Cie. Modo Grosso, dei portoghesi di Concorda con il loro “ConcorDancas”, ancora della portoghese Margarida Monteny con “Clamor” e infine dei belgi Post uit Hessdalen con il loro “Man Strikes Back”.
Partendo da “Tout/Rien” il performer Alexis Rouvre si pone al centro di una edicola circolare, una struttura che domina, comanda, gestisce come fosse in consolle. I giochi di ombre sottolineano e scandiscono la pulizia dei movimenti che travalicano nella magia dove tutto prende vita, dove gli oggetti si spostano, prendono forme nuove, cambiano di status. Come un abile sarto prende delle misurazioni a spanne, calcola delle distanze, i fili sembrano bucatini, le brocche vengono riempite da infiniti cordoncini di ferro e metallo che scorrendo creano un refrain di fondo liquido e aprono le porte della percezione ad un mondo dove gli oggetti inanimati invece hanno un’anima, un corpo e soprattutto delle volontà indipendenti dagli uomini. Sono fili delle esistenze questi che incessantemente scivolano, ora docili e molli adesso duri come fontane rapprese dal gelo polare, sono i fili delle Parche che prima o poi verranno tagliati. Tutto è immaginifico e muta di sostanza: con i ferri da calza e gli spaghi di lana nasce una sorta di Torre Eiffel che poi trasmuta in una ragnatela che poi trasmigra in una quasi bava di lumaca che lascia la sua scia. Qui semplici oggetti della tradizione si innestano con l’evoluzione contemporanea, il pensiero moderno. Un progetto davvero intelligente con costruzioni fragili di pendoli e pesi e contrappesi, di calamite e ferri a cercare equilibri e baricentri, un centro di gravità permanente. Con un mulinello, come fosse una pesca d’altura, tira a sé corde e fili, sembra una bocca pantagruelica che risucchia spaghetti, catenelle che scendono, fili d’Arianna per uscire dal labirinto del Minotauro, fili del discorso interrotti e ritrovati, serpenti di Medusa, onde elettromagnetiche, frequenze. Rouvre è il domatore, sembra Winnie dei “Giorni felici” beckettiani dentro questa struttura che lo inghiotte, è il pifferaio magico che gioca e giostra sassi come se fossimo all’interno di “2001 Odissea nello Spazio”, con la polvere che cade e cola come una clessidra, è il Deus ex Machina dentro il cratere del vulcano che maneggia con abilità e sapienza il Creato di pendoli e pianeti, di meteoriti magnetici in questo piccolo grande Big Bang caravaggesco. Perché, come dice il titolo, qui c’è tutto e nulla, e il Tutto è stato creato dal Nulla. Entusiasmante. Esplorativo. Stimolante. Caleidoscopico. Tattile.
Con “ConcorDancas” invece l’innovazione e la fantasia lasciano campo alle usanze popolari in una carrellata di situazioni che rievocano la costruzione della nazione portoghese e il passaggio dall’età rurale e contadina a quella industriale attraverso le gesta (più sul versante danzato che circense a dir la verità) di una famiglia che vede al centro una donna, una madre con i suoi tre figli che prenderanno strade diverse, qualcuno si imbarcherà per mare (dopotutto qui sardine e bacalhau sono i piatti tipici e la navigazione e la pesca sono da sempre i cardini dell’economia), qualcuno lavorerà in una fabbrica, qualcuno si sposerà, qualcuno purtroppo morirà. E’ il ciclo della vita con i suoi corsi e ricorsi storici. La fisarmonica di fondo dona quel carattere nostalgico, la musica però vira troppo spesso su toni che anticipano tragedia e sconfitta senza che vengano esplicate queste dinamiche. Il tutto ha un sapore bucolico, agreste, campestre, idilliaco: mentre seminano il campo sorridono e sembra non provino fatica, e setacciano il frumento canticchiando e pestano gli acini come fosse una festa. L’amore e i buoni sentimenti irradiano ogni azione rendono inverosimile il sudore e la miseria delle povere famiglie (qui senza un padre) di inizio Novecento. Ogni scena è molto didascalica e sembra più creata per un’audience infantile, ogni quadro è sottolineato: i tamburi diventano finestra, le mani si fanno binocoli, i birilli diventano bottiglie e timone di nave o ancora gabbiani e delfini. Sono i ricordi di una madre, che incarna forse proprio il Portogallo e che, alla fine, mette tutti sotto la sua grande gonna che, non incidentalmente, somiglia proprio ad uno chapiteau da circo. Eucaristico. Enfatico. Ecumenico. Bonario. Edulcorato.
A volte si pensa che una grande struttura dal contenuto simbolico dirompente, esagerata e d’impatto possa risolvere tutti i problemi drammaturgici: non è così. Un impianto solido, corroborante, espanso alimenta le aspettative e crea un immaginario da dover necessariamente abitare e riempire di contenuti. E’ quello che ci è successo davanti alla visione di “Clamor” ideazione portoghese con Margarida Monteny. Quello che ci accoglie, e ci sorprende, è una costruzione metallica trapezoidale alta circa sei metri in acciaio con alla sommità una pesante campana in bronzo che bascula. Pare un fienile misto ad una chiesa. Sapore dei primi pionieri. Sembra l’Arca di Noè. La nebbia che attorciglia e ammanta questo fabbricato ci immerge in un’aura di suspense (l’archeologia industriale e la foschia ci hanno ricordato la performance “Senza titolo” di Romeo Castellucci visto a Firenze a Fabbrica Europa ’25) che le corde e i moschettoni aumentano. La performer sale e scala senza rete né protezione, pare SuperMario Bros che salta sui tubi, si aggrappa scimmiesca tra un audio assolutamente disturbante, altisonante, dai rumori grevi, post industriali, catastrofici, apocalittici. I cromatismi dovrebbero essere più curati: l’edificio è grigio acciaio, la campana dorata, il perno in alto verde, i suoi capelli rossi, la maglia grigia, la gonna nera; una maggiore attenzione in questa policromia avrebbe regalato nuovi spunti e suggestioni. L’estenuante e lunghissimo svolgimento (l’estensione temporale eccessiva fa perdere potenza alla visione) non ha un’effettiva evoluzione, anzi i gesti sono ossessivamente insistiti e reiterati: la danzatrice fa up and down sulla pertica o attaccata alle tubature e condutture mentre il frastuono da acufeni è sempre più straziante, gutturale, inquietante, esoterico, straniante, rumori di tempesta acida e acuta, suoni di guerra, fracasso invasivo che sembra provenire dalla giungla dalla quale esce la tigre ruggente disegnata da Ligabue, un tono denso e pastoso, pesante, pressante e claustrofobico, un ribollire di attesa e spasmo ancestrali. C’è della religiosità in quest’angelo che sembra animalescamente caduto sulla Terra e faticosamente tenta di risalire la china come Sisifo. Nella triade Donna – Campana (con il suo batacchio fallico) – Fune potremmo trovarci anche una sorta di scalata al Potere, tentativo di assalto e conquista come se questa fosse una torre medievale. Ora è un cappellano o un sagrestano che si attacca alla spessa corda, ora si fa ago della bilancia, adesso è Lara Croft in una Mission Impossible, ora è Wonder Woman, vestale o sacerdotessa o ancora una Giovanna D’Arco contro l’Istituzione. Da vertigine. Manca però una regia salda che oltre al gesto possa dare significato al dinamismo e al dispositivo. Per chi suona la campana? ci chiedeva Hemingway. Rarefatto. Intenso. Perturbante. Conturbante. Ronzante.
Interessantissimo sia sotto il profilo plastico ed atletico che sul piano tecnologico e di senso, nella guerriglia-schermaglia tra uomo e macchina, è risultato essere “Man strikes back” del gruppo belga Post uit Hessdalen che, tra i gesti perfetti dell’atleta e la batteria del musicista, sono riusciti a creare una bolla, una parabola, una parentesi di dialogo elettrico, vivido, salvifico. In un sistema dove il performer, con il fisico da padel, sbatte le sue palline rimbalzanti su piattaforme inclinate triangolari colpendole e creando sia una base sonora ritmica che un incastro di rintocchi e nuovi rimpalli ginnici e atletici, eleganti e delicati. Un insieme di alta precisione e perfezione, al millimetro, senza possibilità di sbavature: l’errore non è contemplato. Ci ha ricordato lo spettacolo “Il muro trasparente” di Paolo Valerio per l’analogia del rimbalzo di una palla su una superficie. Ogni sfera trova la sua giusta collocazione, l’ideale direzione sfruttando le leggi della fisica e una tecnica eccelsa, dosando la forza, controllando il rilancio, l’elasticità del rilascio in un ordine che sa di Luna Park e magia ma anche di Cern e Nasa. A questa prima parte dove la meraviglia è data dall’abilità del movimento dell’attore nel cercare, e trovare, le triangolazioni e gli angoli decisivi, se ne aggiunge una solida di senso che salda l’intera armatura. I pannelli, fino a poco prima meri oggetti colpiti senza una loro autonomia, in qualche modo si ribellano e scelgono di spostarsi, con gentilezza e morbidezza ma anche con netta decisione, e non vogliono più essere bersagliati e percossi, presi di mira, bullizzati. Questi micro robot, che assomigliano ad un aspirapolvere Dyson elettrico autonomo o a fette di Emmenthal con i buchi, hanno un’anima ed è anche educata, garbata e dolce, sono alieni che si ribellano e cercano armonia e ritmi musicali più quieti: alla musica rude di bassi e grancassa umana, queste macchinette propongono arie classiche suadenti e delicatezze pianistiche. La macchina che l’uomo crede fredda e insensibile, senza sangue né sentimenti, qui sembra essere più pacificata e risolta rispetto alla violenza e alla durezza dell’essere umano che deve sempre sottomettere qualcosa o qualcuno per sentirsi realizzato. Nell’aria un vago sentore di “Incontri ravvicinati del Terzo Tipo”. Questi piccoli automi hanno deciso di non farsi più comandare né direzionare dall’uomo, con fermezza e determinazione hanno scelto di non collaborare più, lo esautorano, lo emarginano, lo allontanano mostrandogli che possono vivere, sopravvivere e soprattutto creare e danzare, anche senza di lui e le sue sterili palline. Un pezzo filosofico di grande logica, di studio matematico, di impegno, allenamento, perseveranza maniacale. Uno spettacolo per ingegneri. Ingegnoso. Ipnotico. Architettonico. Pimpante. Futuristico.

