Bassano del Grappa, 05 dicembre 2025
“La musica è scambio di emozioni: parte da chi sta sul palco e deve raggiungere chi ascolta. L’energia che si crea ci lega e ci permette di avere una connessione profonda. E mi auguro che anche voi questa sera vi divertiate e che sentiate vibrare la vostra anima.”
Con queste parole Edoardo Bennato apre il concerto alla CMP Arena di Bassano del Grappa, e fin dai primi secondi il pubblico capisce che quella che sta per vivere non sarà una semplice serata di musica, ma un incontro di energie e di scambio emotivo.
La sala è gremita di persone di tutte le età: giovani, adulti, famiglie con bambini piccoli aspettano l’inizio del concerto. L’organizzazione impeccabile della Shining Production contribuisce a creare un’atmosfera accogliente e coinvolgente. Non è un caso: la società, negli anni, ha portato sul palco nomi internazionali e i protagonisti del rock e del pop italiano, costruendo eventi sempre all’altezza delle aspettative.
Questa volta tocca a Bennato, che con il tour “Sono Solo Canzonette 2025” ricambia l’affetto del pubblico con due ore e mezza di musica, emozioni e puro rock.
Il concerto si apre con il video di Signore e signori, presentato come un “messaggio importante alla Nazione”. Un’introduzione ironica che diventa rapidamente una satira tagliente sui poteri forti, sulla politica e sui media che “manipolano con promesse vuote e moralismo di convenienza”.
Bennato entra in scena con chitarra alla mano e la sua inseparabile armonica e regala al pubblico in sala un medley acustico intimo e potente. Brani come Venderò, Sono solo Canzonette e Il gatto e la volpe risuonano come un ritorno ai fondamentali della sua poetica, creando un legame immediato con la platea. Il pubblico ha dimostrato di apprezzare intensamente questa versione, partecipando in massa e intonando a squarciagola i testi, strofa dopo strofa.
Quando arriva la band, composta da Gennaro Porcelli (chitarre), Roberto Perrone (batteria), Giuseppe Scarpato (chitarre), Arduino Lopez (basso) e Raffaele Lopez (tastiere) la CMP Arena cambia volto: Torre di Babele riempie il palco di energia, ma è con Mangiafuoco che esplode la vera festa. L’assolo di percussioni scatena il pubblico, che batte le mani fragorosamente seguendo il ritmo.
Tra un brano e l’altro Bennato si apre al pubblico, racconta aneddoti, ricordi, riflessioni.
“La favola ci dà speranza. Ci fa credere che il mondo possa essere migliore. Le favole ci permettono di sognare, ma soprattutto ci aiutano a comprendere appieno la vita, in quanto hanno alla base delle profonde lezioni morali da cui possiamo attingere per migliorare noi stessi e il mondo. E a volte anche i cattivi possono diventare simpatici”, dice prima di Mastro Geppetto e La Fata.
Nel brano dedicato al falegname, Bennato ci offre il ritratto di un uomo in pensione, solo e malinconico, che si costruisce un burattino non solo per avere un figlio, ma per trovare un amico e un compagno con cui condividere la vita, trasformando il desiderio di paternità in un rifugio dalla solitudine e un modo per crearsi un mondo ideale.
Quindi, parlando di La Fata, sottolinea il ruolo della donna come “motore della vita”, spesso ancora ostacolata e giudicata per la sua libertà. Il concetto risulta chiaro e diretto nel verso: “Se vuoi volare ti tirano giù / E se comincia la caccia alle streghe, la strega sei tu.”
Uno dei momenti più intensi arriva quando racconta le sue origini:
“Io vengo da Bagnoli, dove c’era l’industria siderurgica: era un fiore all’occhiello di Napoli. La mia famiglia è cresciuta in quella zona ed eravamo felici e al tempo stesso avevo tanta voglia di dimostrare quello che sapevo fare. L’azienda siderurgica per Napoli sarebbe stata importante e tutti lo credevamo. Ora non c’è più nulla, e sono rimasti solo ricordi. A Napoli ho sentito la necessità di raccontare i miei sentimenti. È lì che ho deciso di voler fare il cantante. Ma per riuscirci dovevo andare via, perché le case discografiche erano a Milano.”
Racconta gli anni universitari in Architettura, le notti passate a suonare, la gavetta, il primo album incompreso: Non farti cadere le braccia, pubblicato nel 1973.
“Non mi sono arreso. Sono andato a Londra, e lì, con canzoni nuove e tanta caparbietà, alcuni giornalisti hanno iniziato a interessarsi a me. Mi hanno presentato al mondo della musica, e piano piano sono riuscito a farmi stimare. Da Napoli nasce la mia rabbia. E anche la mia ispirazione.”
La platea ascolta in un silenzio per poi esplodere in un grande e prolungato applauso.
Successivamente suona Cantautore dove ironizza sul ruolo dell’artista “impegnato”, e A cosa serve la guerra, cantata come un manifesto pacifista (“Serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità”), il concerto diventa un percorso nella coscienza collettiva.
Il momento forse più toccante arriva con La Calunnia. Bennato dedica il brano alle vittime dell’ingiustizia mediatica e giudiziaria, citando Enzo Tortora e Mia Martini, entrambi ingiustamente travolti da accuse infamanti e indipendenti dalla loro volontà. Per questo, hanno sofferto enormemente e hanno pagato un prezzo altissimo in termini di reputazione e di vita. “La calunnia, riprendendo la frase dal barbiere di Siviglia, è un venticello, una volta messa in giro, non la smentisce più nessuno. L’infamia resta attaccata, anche quando la verità è chiara.”
La sala ascolta immobile. Si percepisce il rispetto, il dolore e al momento del loro ricordo scatta un sincero applauso.
Quando partono due brani iconici come Rinnegato e Il Capitano Uncino, l’arena esplode: tutti in piedi, dai più giovani ai più anziani, bambini sulle spalle dei genitori, mani alzate, cori che riempiono la sala. È il momento più liberatorio della serata.
Il bis è una sequenza di emozioni: Asia, e poi Una settimana… un giorno, cantata a squarciagola dall’intera arena.
La chiusura del concerto è affidata a Nisida: un invito non solo ironico e amaro, ma anche profondamente sentimentale, a guardare e valorizzare ciò che abbiamo vicino. Il brano diventa una malinconica riflessione sul valore delle nostre radici e sulla bellezza che rischiamo di perdere a causa dell’incuria. “No no no no, non cercate lontano…” risuona come un avvertimento a non dimenticare i luoghi che hanno plasmato la nostra infanzia e i nostri ricordi più cari, prima che il cemento e l’abbandono li portino via per sempre.
All’ultimo accordo Bennato saluta e il pubblico ricambia per questa magnifica serata con un lungo applauso.
“Non andare mai nel paese dei balocchi… quella strada lì, lo sai, porta dritto verso il baratro”.
Anch’io, tornando verso la mia macchina, ripenso a ciò che ho appena visto. Capisco ancora una volta quanto Bennato sia una pietra miliare del cantautorato italiano. Le sue canzoni non sono solo brani da ascoltare: sono storie, messaggi, punti di vista che parlano a tutti, senza età e senza tempo. Raccontano ciò che viviamo e ciò che vorremmo cambiare, e ci invitano a guardarci dentro con più sincerità. In ogni suo testo abbiamo un richiamo ai valori morali da cui attingere per comportarsi in maniera rispettosa verso sé stessi e gli altri. Mentre salgo in macchina, mi tornano in mente delle parole riferite alla “rabbia” di cui parlava Bennato. Non si tratta di una rabbia distruttiva, ma di quella spinta propositiva e motivazionale che ti permette di lottare contro le avversità. È la forza interiore che, nonostante le difficoltà, ti obbliga ad andare avanti, a credere nelle tue possibilità e a trovare la tua strada, proprio come è successo a lui. È energia pura, è fiducia in sé stessi. E forse è proprio questo il cuore del suo concerto: ricordarci che migliorare il mondo parte da noi, dal coraggio di trasformare il disagio in azione e di non arrenderci.
Bennato, con le sue canzoni, ci accompagna in questo percorso. Ci fa riflettere, ci fa ragionare, ci mette davanti alla realtà senza filtri. E alla fine, quando si torna a casa, ci lascia qualcosa che non si spegne: la sensazione che, nonostante tutto, possiamo farcela anche noi.
Max Cavallo

