di Tommaso Chimenti
ILHAVO – Proseguiamo il nostro viaggio all’interno delle proposte del ricco LEME Festival 2025. In questa seconda parte racconteremo e analizzeremo le piece “Girevik” dello slovacco Roman Skadra, “Tension” dell’argentina Elis Valente, “Quem ser” della brasiliana Jeniffer Rodrigues e “Domte” del catalano Nacho Flores. Nel bel teatrino di legno bianco e rosso di Vista Alegre, dentro al borgo di una fabbrica di ceramica dal sapore coloniale, che ci ha ricordato un fienile, si anima la curiosa performance “Girevik” tutta sudata, ginnica, muscolare, palestrata. Un uomo nerboruto, tonico e pompato che agisce attorno ad un tavolo, tre paia di scarpe e ben ventidue kettlebell. Per chi non è avvezzo al linguaggio da gym e fitness, questi strumenti neri da svariati calibri e pesature, sono composti da una palla di ferro e un manico; infatti la traduzione letterale di kettle è bollitore e bell è campana: li ricorda entrambi. E’ un oggetto iconico dei circuiti di training ad alta intensità. Il nostro eroe in scena (nel silenzio più assoluto tranne che nel finale: perché?) in canottiera e gonna (perché?) comincia i suoi esercizi di ginnastica artistica e ritmica facendo volteggiare questi corpi tondeggianti con l’ausilio di braccia robuste e spalle larghe. Sembrano formarsi delle coreografie. Guardando bene l’oggetto feticcio al centro della performance, potrebbe sembrare una pupilla scura con un sopracciglio altrettanto cupo o pepite di carbone, bossoli di proiettili sparati, cozze giganti o tartufi, caffettiere brunite, Pinocchi o petali di una corolla di spine ferrose, infine per giunta suggestioni di moai, le teste misteriose dell’Isola di Pasqua. Viene in mente Jane Fonda e le sue lezioni di aerobica oppure la canzone “Phisical” di Olivia Newton John o ancora Jennifer Beals in “Flashdance”. C’è forza e potenza in questo teatro fisico ma pare non arrivare mai lo scarto, quel quid, il clic e il crack della riflessione: il nostro aitante Superman, o Popeye o Achab o Thor o Ercole, li sposta, li getta sul tavolo, li ordina, sembra li peschi con l’arpione, li mette uno sopra l’altro creando cumuli come i sassi portafortuna accatastati sui sentieri in montagna, un totem o peggio come gli ammassi di teschi e crani dei Khmer rossi cambogiani di Pol Pot. Da mocassini laccati e lucidi da business man indossa un paio di scarpe rosse da donna con un abbondante tacco per finire con degli anfibi con una zeppa alta venti centimetri da cubista di un rave party. Ma anche in questi passaggi e alternanze di calzature non riscontriamo alcuna analisi né retropensiero sostanziale, appaiono semplicemente come azioni, cambiamenti di status, manovre, movimenti, operazioni, mosse. Odore di spogliatoio rancido, acre e marcio. Oltre la forma, che rimane curiosa e innovativa, si apre però un’eco di vuoto. Taurino. Atletico. Vigoroso. Carnale. Sportivo.
Altra performance che ci ha lasciato interdetti è stata sicuramente “Tension” che a nostro avviso, con ancora meno idee, soffriva della stessa lacuna del precedente pezzo esaminato: una grande idea forte, in questo caso un gigantesco pannello con infiniti fili gommati, che però non viene usata, non viene abitata né vissuta ma soltanto posta in scena in maniera superficiale lasciando un senso di non detto, non utilizzato, non osato. La ragazza in scena prima gonfia un palloncino fino alla sua esplosione poi balla per interi minuti infine si lancia dentro questo immenso quadro pollockiano di cavi e funi, di nodi, corde e fibre ottiche che ci ha ricordato il Mondo Sottosopra di “Stranger Things” ma anche la sezione di un kebab con la sua carne rossa da rosolare sul girarrosto. In questa ampia ed estesa ragnatela l’attrice si sente inglobata, strangolata, ansiogena e braccata, mangiata da questo universo di filamenti tra urla strazianti alla Sarah Kane. La tensione del titolo non l’abbiamo né sentita né percepita perché troppo esposta ed esagerata. Entra ed esce in modo esasperante da questa struttura, fa capolino da questo nido di paglia dal quale non può districarsi, in questo incubo claustrofobico che la divora. La Valente non è stata convincente sul piano interpretativo, non supportata da una drammaturgia debole, quasi irritante, un racconto dalla voce flebile. Quando poi alla fine, dopo lungaggini di attorcigliamenti, riesce a liberarsi, corre sul posto per altri indisponenti, interminabili minuti. Sembrano gag appiccicate l’un l’altra, precipitose, senza costrutto né pensiero, in maniera inesperta, a tratti goffa, senza aver ben chiaro cosa fare e come stare sul palcoscenico. Fiacco, non credibile, stancante. La montagna (del grande pannello) partorì il topolino (della messinscena basita). Una enorme macchinazione complicata (come le decine di forbici che cadono dall’alto), fastidiosa e assurda, un impasto al quale manca il fuoco sacro dell’arte, dell’urgenza e forse anche del talento. Uno spettacolo difficoltoso, più che difficile, che pare schierarsi contro il pubblico. Angosciante. Corrosivo. Illogico. Fragile. Debordante.
La mini performance “Quem ser” poteva passare inosservata, messa all’esterno (forse era maggiormente da valorizzare), ma qui ci siamo trovati di fronte ad un piccolo scrigno all’interno del quale la grazia, l’eleganza e la forza della Rodrigues (grande padronanza della scena e del mezzo come del corpo) sono esplosi raccontando l’essenza di una Cenerentola contemporanea il tutto camminando su un filo sospeso da terra. Prima cammina in equilibrio con le crocks gommate plastificate in tenuta casalinga per poi togliersi gli abiti casual e sfoggiare una mise da serata elegante con paillettes e tacchi a spillo. Ecco la donna con le sue mille sfaccettature, quelle che la società le richiede, quelle che le chiede anche l’uomo che la vorrebbe sempre pronta ad accudire la casa e la prole ma anche femmina sensuale e sorridente, elegante e sinuosa. Il filo è l’eterno equilibrio che la donna di oggi deve sostenere, un bilanciamento precario e difficilissimo per poter mandare avanti ogni aspetto, lavoro, famiglia, intimità, che la riguarda. La donna è continuamente sollecitata da mille faccende da portare a termine e realizzare e sembra che questa società maschilista le richieda sempre il cento per cento senza mai possibilità di fermarsi, di riposarsi, di riprendere fiato, sempre sollecitata a dover fare qualcos’altro, qualcosa in più, che non basti mai. La nostra Cenerentola brinda con le bollicine con un uomo ma è una figura distante, nell’ombra, che le dà un entusiasmo momentaneo e illusorio per poi farla tornare alle sue incombenze, a tutte le donne che ogni donna deve essere nel corso della propria vita come nel corso di una singola giornata. Si dice empaticamente “mettersi nelle scarpe dell’altro” ma gli uomini non riusciranno mai a capire che cosa voglia dire fino in fondo essere donna, madre, femmina, amante, compagna, fidanzata, moglie. Intenso. Partecipativo. Sentito. Solidale. Enfatico.
E arriviamo così all’ultimo nostro spettacolo, a quello che se ci fosse stato un premio avrebbe sicuramente conquistato la prima piazza per simpatia, eccentricità, coinvolgimento, tecnica. Ci ha davvero fatto ridere di gusto e battere il cuore all’unisono “Domte”, una storia semplice dove le abilità matematiche delle assi e del legno sono state messe al servizio di un racconto ancestrale, universale, estemporaneo, caleidoscopico, esaltante. Sulla scena una coppia analfabeta, potrebbero essere pionieri della frontiera americana, ha allestito il proprio cortile-recinto all’interno del quale vivono insieme agli animali da soma e da tiro. Nel mezzo di questo loro povero angolo da mandriani, con l’utilizzo di fasciami e tronchi e legna riescono a costruire un qualcosa di mastodontico che si avvicina ad un Idolo ma sembra anche ricordare gli studi sull’elicottero di Leonardo da Vinci. Il carpentiere Nacho Flores aizza la folla, la tiene in pugno con i suoi suoni gutturali, cavernosi e profondi e la sua mimica istrionica e rock da Jack Black (ma anche da Zach Galifianakis l’attore sconclusionato, casinista, buffo, imbranato, impacciato di “Una notte da leoni”) emana un’empatia assoluta, iperbolica e sfrenata che trabocca da ogni parte. Questi due, la donna è polistrumentista e rumorista, potrebbero essere mormoni o celti o proprio Adamo ed Eva che tentano di dominare questo piccolo mondo arcaico e rurale e metterlo al proprio servizio. Certamente ci ha colpito la forza di quest’elfo folle, il classico fool shakespeariano, il Diavolo della Tasmania dei cartoons, questo primitivo scapigliato e cialtrone dalla barba lunga e incolta, questo pastore errante leopardiano con i suoi bramiti, ruggiti e abbaiare e ringhiare. Lui è uno zulu, un terremoto, è un satiro del bosco, è un Bacco corpulento che cerca di costruire una Stonehenge assemblando tronchi e legname di ogni lunghezza e fattura per completare una struttura immaginifica d’alta ingegneria e calcolo che lui stesso cavalcherà pericolosamente come in un rodeo, come San Giorgio contro il Drago, come l’Avatar fa con il suo Ikran. La complessa figura lignea che nasce è un prezioso incrocio di sapienze da falegname e conoscenze di leve e di fisica con innumerevoli equilibri precari, affatto banali, con ceppi di varie dimensioni a formare pale e fulcri che hanno fatto meravigliare e stupire il pubblico di ogni età. Questa è la vera bellezza, questa è la vera ricchezza. Un teatro artigianale brillante ed emozionante. Geniale. Eversivo. Pirotecnico. Portentoso. Luminescente.

