Shockini è un disco che si diverte a divertirsi, e in questo riesce immediatamente simpatico. I brani avanzano come sketch perfettamente funzionali: bassi elastici, chitarre che non hanno paura di essere buffe, tastiere che sembrano comparse in cerca di battute. Ma dietro la patina ironica, dietro l’estetica volutamente dimessa da “ci abbiamo messo quel che avevamo”, i Sordi piazzano melodie solide, arrangiamenti curati, un senso della forma che tradisce più mestiere di quanto non vogliano far credere.
Il paragone con gli Elii viene naturale, perché l’Italia non produce molti dischi in grado di farti ridere e farti fischiettare. Ma i Sordi non cercano la filologia: niente virtuosismi inutili, niente enciclopedie musicali messe in rima. Shockini è più diretto, più pancia che testa, più battuta da bar che trattato di ingegneria armonica. Ed è proprio questa immediatezza a renderlo un oggetto così curioso nel panorama padovano attuale, spesso più concentrato sull’introspezione o su un certo minimalismo emotivo.
C’è anche una rivendicazione implicita in tutto questo: si può venire dalla stessa città, frequentare gli stessi locali, respirare gli stessi umori e comunque fare musica che non assomiglia a quella degli altri. I Sordi prendono Padova e ci fanno una caricatura affettuosa, ci mettono addosso un paio di occhiali rossi e la guardano con quell’ironia che serve per sopravvivere a qualsiasi scena musicale, piccola o grande che sia.
Shockini non pretende di essere un manifesto, ma finisce per diventarlo: quello di una band che non vuole entrare in nessun club, in nessun catalogo, in nessun recinto. E che, proprio per questo, suona tremendamente viva.
Luca Vettoretti

