A soli 36 anni una delle stelle più brillanti del panorama della danza classica mondiale, Ivan Vasilev, ha dato l’addio alle scene ad Atene. Una grossa perdita per il mondo del balletto, a cui mancherà la sua tecnica impeccabile e la sua grande capacità interpretativa.
Nativo di Vladivostok, all’estremo oriente della Russia, inizia a danzare a soli quattro anni: studia in Ucraina e si laurea a Minsk, in Bielorussia. Lo nota il Bolshoij di Mosca, che se lo accaparra e lo affida alle lezioni della sua stella Jurij Vladimirov; il Maestro gli ha spesso contestato la bassa statura e la formazione tecnica, a suo dire, decisamente provinciale, ma ne ha elogiato le grandi doti atletiche: i suoi punti forti sono sempre stati i salti e le pirouéttes.
A soli sedici anni viene promosso Primo Solista, il più giovane nella storia del Bolshoij, ruolo che mantiene dal 2006 al 2010, e si distingue in modo particolare nei ruoli di potenza e forza: Don Chisciotte, Le Corsaire, The Flames of Paris, Spartacus, Le Jeune Homme Et La Mort, e dove trova la sua partner ideale in Nataljia Osipova. Promosso Primo Ballerino nel 2010, l’anno successivo lascia il Bolshoij per il Teatro Michajlovskij di San Pietroburgo, lavorando contemporaneamente all’American Ballet Theatre di New York City. Nel 2014 è vittima di un infortunio importante, che lo costringe a limitare le sue performances; esordisce come coreografo l’anno successivo, con piccoli lavori che vanno in scena sempre in Russia.
A differenza di molti suoi connazionali, Vasiliev si è sempre dimostrato anche un grande attore: la scuola dell’Est Europa ha sempre privilegiato l’aspetto tecnico a quello interpretativo, i danzatori sono delle macchine che non sbagliano un passo ma decisamente poco espressivi, con qualche eccezione: l’Ivan nazionale è fra questi. Istrionico, simpatico, esplosivo quando si lancia in giri e salti mozzafiato ma anche struggente e drammatico. Il viso vispo, virilmente atletico ma non con il physique du rôle, o lo si ama o lo si odia. Negli Stati Uniti è stato soprannominato The Jumper, Il Saltatore. Vederlo anche solo in prova è un’esperienza: arriva, si scalda velocissimamente, poi inizia a sparare pirouettés così, senza nemmeno pensarci. Abbastanza critico su quanto lo circonda, dal pavimento alle luci, esige il massimo da se stesso, dai tecnici e dagli undici danzatori che lo affiancano nel suo ultimo spettacolo qui ad Atene, al Christmas Theatre. Danzatori di primissimo livello, di diverse nazionalità e tutti Primi Ballerini o Solisti in altrettante compagnie in giro per il mondo.
Ad Atene lascia le scene con un galà misto che si apre con un suo assolo su un brano dai Carmina Burana di Carl Off, dove lo Zar Ivan, vestito molto semplicemente e tutto in nero, inanella una serie di passi tipici suoi, come grandi salti e pirouéttes, intervallati da altri che poco c’entrano con lo stile classico dei primi. Non sappiamo se la coreografia sia sua, il programma di sala non lo dice, ma se così fosse meglio che in futuro si occupi di altro. La sua potenza fisica è incredibile, vederlo dal vivo spacca proprio, sembra che voli e che perfori, alternativamente, palco e soffitto, con una precisione incredibile soprattutto nel fermarsi da passi molto dinamici: della serie, esegue una serie infinita di pirouéttes e si ferma come se avesse fatto due passi camminando.
Segue quello che è stato un cavallo di battaglia della coppia Vasiliev-Osipova: Le Fiamme di Parigi, un balletto del 1932 di Vasilij Vajnonen su musica di Boris Asafiev a tema Rivoluzione Francese, con nientedimeno che Natalija Dudinskaja, Vakhtang Chabukiani e Konstantin Sergeev fra i protagonisti; ripreso e restaurato nel 2008 da Aleksej Ratmanskij per il Balletto del Bolshoij, vede qui Bianca Teixeira ed Efe Burak nei ruoli che furono di Vasiliev e della Osipova. Due danzatori squisiti, bellissimi, sia fisicamente, che artisticamente, che umanamente: lei, brasiliana, prima ballerina al Semperoper Ballet di Dresda, Germania, delicata, sempre sorridente, dolcissima, un fisico esile perfetto per la danza classica. Lui, turco del Béjart Ballet Lausanne, fisico tipicamente béjartiano: alto, magro ma potente (se non sono così lì non li prendono) è splendido in tutto quello che fa; gentile, simpatico, alla mano, cordiale fuori scena e di una potenza elegante sul palco. Questo Pas de Deux non è forse adattissimo a Bianca, con il suo stile elegante e delicato, ma è molto tecnico quindi non certo per tutti. Insieme, una bellissima coppia sul palco.
Segue un classicone di ogni galà o quasi: Le Corsaire, balletto del 1856 su musiche e coreografie di autori vari, tra cui Joseph Mazilier e Marius Petipa, versione danzata di The Corsaire di George Byron, che pubblicò nel 1814; uno dei suoi molti eroi al maschile, in questo caso di stampo orientale; l’esotico, inteso come mondo mediorientale, era molto di moda all’epoca e suscitava grande interesse e fascino. Ali, lo schiavo di Conrad, il corsaro del titolo, fedele servitore del suo padrone é il protagonista del famosissimo Pas de Deux che ci presentano qui Giordano Bozza, italiano del Thuringian State Ballet di Gera, Germania, con Riho Sakamoto, prima ballerina giapponese all’Het National Ballet di Amsterdam. Lui, uno dei tantissimi italiani all’estero di cui si sa poco o nulla, perché in Italia esiste solo Roberto Bolle, è spettacolare tecnicamente, fra salti e pirouéttes viene da chiedersi “Ma questo dov’è stato finora?” Simpatico, alla mano e super disponibile giù dal palco, è anche un ragazzo semplice, “uno di noi”, che senza alcuna arroganza mette in scena un talento non da poco. Riho è perfetta, bellissima, linee pulite e precise, non molto espressiva ma anche qui è una questione di formazione, fatto sta che non sbaglia un colpo e con Giordano forma una bellissima coppia. Riservata, timida e di poche parole fuori scena, sembra quasi che non voglia farsi notare e la sua umiltà, insieme al suo sorriso contagioso, sono le sue caratteristiche più belle fuori scena.
Le Bourgeois, sulla famosa canzone di Jacques Breil e coreografia, complicatissima, di Ben Van Cauwenbergh, è qui interpretata da Dinu Tamazlacaru, primo ballerino dello Staat Ballet di Berlino. Moldavo, molto elegante e con linee pulite, questo pezzo però non è il suo; forse perché si ha in mente Baryshnikov, per cui fu creato, o il suo erede Daniil Simkin, fatto sta che in pochi minuti di tecnica pura praticamente non si tocca terra, si vola, con evoluzioni incredibili, oltre ad un’imprescindibile interpretazione simpatica e convincente; in un susseguirsi di complicanze tecniche non da poco, bisogna anche, nel mentre, sistemarsi la cravatta e simulare il fumarsi una sigaretta. Insomma, una coreografia per pochi.
Un altro classico dei classici, l’Adagio Bianco da Il Lago dei Cigni vede altri due impressionanti interpreti. Chinara Aladize, russa di Mosca, prima ballerina al Balletto Nazionale Polacco a Varsavia, è un mostro di tecnica: al di là che fisicamente si apre letteralmente in due, ha dei piedi meravigliosi e la tecnica made in Russia è inconfondibile. Porta sul palco se stessa: come lei, la sua Odette è dolce, delicata ed all’apparenza fragile, ma potente dal punto di vista tecnico; guidata da un Alejandro Virelles che non potrebbe essere più nel suo di così. Cubano, figlio della grande scuola del paese caraibico e di Alicia Alonso, ora freelance dopo aver militato in diverse compagnie, tra cui English National Ballet e Bayerisce Staatballet, esprime quello che è lo stile classico puro. Ottimo porteur, delicato principe perso fra le rive del lago, la similitudine di stile fa sì che la coppia risulti molto affiatata. Simpatico e cordiale fuori scena, molto alla mano, si trattiene volentieri per due chiacchiere tra un momento di lavoro e l’altro.
Chiude la prima parte il Pas de Deux da Talismano, ballettone russo che raramente si vede nei repertori delle compagnie europee. Del 1889, coreografia di Marius Petipa su musica di Riccardo Drigo, uno dei tanti balletti celebrativi tipici di quel periodo della Russia Imperiale, ambientato in India come Bayadère: un tipico prodotto del periodo in cui venne scritto e montato, dove piacevano tanto le storie melodrammatiche ambientate in terre antiche ed esotiche, dove sicuramente nessuno dei creatori vi aveva mai messo piede, in un tempo che non è mai esistito, con tante scene di mimo in atmosfere sontuose e ricche, com’è tipico del balletto romantico: triangoli amorosi, promesse tradite, figure femminili soprannaturali, morti e tragedie che poi rivivono in forma di spirito. Questo Pas de Deux viene spesso eseguito a sé, fuori opera, e qui Ivan Il Terribile dà ancora una volta mostra non solo della sua incredibile tecnica ma anche della sua forza come porteur. In coppia con Bianca Teixeria, la gira come una frittella, come se avesse in mano un foglio di carta. La potenza di Vasiliev si vede ancora una volta nei grandi salti, nella serie di pirouettés di vario tipo infinite, insomma, inizia a girare e non si sa quando si ferma. Cosa si può dire se non stellare ed extraterreste?
La seconda parte si apre con Gopak, assolo maschile eseguito, per la prima volta, da Efe Burak. Il gopak, o hopak, è una danza popolare ucraina/cosacca molto vivace e veloce, con salti accentuati, infatti il nome deriva da hopati, saltare, danza di carattere spesso usata nel balletto classico. Vestito infatti come un cosacco, con pantaloni larghi e stivaletti, questa variazione da cardiopalma è un susseguirsi di salti finiti a terra, spesso in ginocchio, o manéges di salti e giri da distruggere le articolazioni. Bellissima l’esecuzione del danzatore turco, che, come Béjart vuole, sa essere elegante e potente allo stesso tempo. Peccato duri nemmeno due minuti!
Segue un altro classico, il Pas de Deux del Secondo Atto di Giselle, con Dimu Tamazlacaru e Ruika Yokoyama nel ruolo del titolo. Giapponese, anche lei in forze al Thuringian State Ballet di Gera, Germania, nonché moglie di Giordano Bozza, è una Giselle delicatissima, super tecnica, anche se non molto espressiva; il suo partner la guida con sicurezza fra le varie complicazioni coreografiche ideate da Jean Coralli di quest’opera dal fascino romantico che ci ipnotizza dal 1841 anche grazie alla musica di Adolphe Adam.
Un esame importante per ogni danzatore è il Pas d’Esclave sempre da Le Corsaire. Per la produzione del 1858, Marius Petipa aggiunse questo Pas de Deux, ripreso dal suo balletto del 1857 La Rosa, la Violetta e la Farfalla, per la danzatrice Ljubov Radina, che danzava il ruolo di Gulnare: molto drammatico, vede il mercante di schiavi Lankendem mostrare agli altri mercanti la splendida schiava Gulnare per venderla. Una coppia made in Japan affronta questo complicatissimo Pas, e lo esegue in maniera impeccabile: nuovamente Riho Sakamoto, splendida, e Kohei Fukuda, solista al Balletto di Novosibirsk in Russia, che è anche il responsabile di Spasibo Project, la produzione di questo galà. Non solo è un danzatore spettacolare, anche lui come salti e giri è un fenomeno, ma anche molto interpretativo. Dalle mille risorse, danza, si occupa della regia, dell’organizzazione, di tutto quello che riguarda i danzatori e soprattutto dello Zar Ivan, punta di diamante; non è facile fare tutto questo senza perdere la calma ma anzi, una persona di una gentilezza e disponibilità squisite. Dove trovi tutta questa energia… Perché una cosa è arrivare e danzare, un’altra è anche occuparsi di tutto e tutti.
Due danzatori del luogo, Areti Noti e Antonis Koroutis dal Balletto Nazionale Greco, decisamente la coppia meno talentuosa del galà, forse un obbligo dovuto alla terra che ha ospitato l’ultimo spettacolo di Ivan Vasiliev, danzano un Pas de Deux da Zorba Il Greco, coreografia di Lorca Massine; già la coreografia non è esattamente spettacolare, abbastanza ordinaria, più l’interpretazione è corretta ma manca di carica, di energia. L’ultimo brano del programma ufficiale non poteva che essere il Pas de Deux del Terzo Atto di Don Chisciotte, uno dei cavalli di battaglia di Vasiliev, qui in coppia con Chinara Aladize. La classica coreografia di Marius Petipa su musica di Ludwig Minkus è sempre un evergreen di potenza e tecnica. Il Terribile non ne sbaglia una, è un mostro, chiaramente a suo agio nel ruolo che, come ci ha detto, è quello che ha danzato di più nella sua carriera, mentre Chinara, per quanto splendida, chiude anticipatamente i fouettés della sua variazione; peccato. Applausi infiniti per questo banco di prova immortale che non tutti sono all’altezza di danzare.
Mentre lo Zar si riposa, tutta la compagnia esegue, con qualche modifica coreografica, il finale di Études di Harald Lander, su musica di Carl Czerny, con maestria e sfoggio di tecnica. La chiusura però è tutta per Ivan ll Terribile, che, vestito alla Freddy Mercury, con tanto di pantalone bianco, giacca gialla e mezzo microfono, danza, attorniato da tutti gli altri, I Want To Break Free dei Queen. Anche qui non è dato sapere di chi sia la coreografia, presumibilmente sua, ma, a parte i suoi momenti di virtuosismo tra grandi salti e serie di pirouéttes, si tratta di una serie di passi buttati lì non si sa bene come né perché, un omaggio a lui ed al suo ego.
Lunghi minuti di applausi, pubblico in delirio sotto il palco, i tremila spettatori del Christmas Theatre non vogliono farlo andare via. Un artista unico, irripetibile, con un carattere molto peculiare ma che, quando è sul palco, non ce n’è per nessuno. Ci mancherà tantissimo!
Chiara Pedretti
Christmas Theatre
Leof. Veikou 139, Galatsi 111 46, Atene – Grecia
8 Dicembre 2025

