Il massimo teatro milanese ha vissuto un’altra serata inaugurale di indubbio impatto mediatico, una scommessa con l’affollato parterre di Sant’Ambrogio nella sala del Piermarini e per gli spettatori che hanno seguito l’opera nella diretta televisiva, scegliendo un titolo poco conosciuta al grande pubblico ma coinvolgente: Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk. Il Teatro alla Scala, grazie ai buoni rapporti intercorsi negli anni ‘50 e ‘60 con il compositore ha visto rappresentato nel 1964 questo lavoro sotto la veste di Katerina Izmajlova, seconda versione rimaneggiata dall’autore nel 1958, con cambiamenti e modifiche al testo dettati dalle circostanze in cui viveva. Ora torna a Milano nella versione originale, in un nuovo allestimento firmato dal regista russo Vasily Barkhatov. Leningrado vide la creazione, nel 1934, di questa che era la seconda opera di Šostakovič (dopo il Naso); la critica ebbe un moto unanime di consensi, dichiarando che, dopo la Dama di Picche di Ciajkovskij, la musica sovietica non aveva mai prodotto partitura di tale portata e profondità. Il riscontro fu anche di pubblico, che ne decretò un trionfo clamoroso; passata a Mosca poco dopo, l’opera raggiunse nel giro di due anni le duecento rappresentazioni a teatri esauriti. Arrivò la fatidica sera del gennaio 1936 in cui Stalin, censore inappellabile, andò a vederla a teatro. Al “Piccolo Padre dei Popoli” non piacque al punto da qualificarla quale musica degenerata e decadente. Il 28 gennaio di quell’anno comparve sulla Pravda, organo del partito comunista (che rifletteva di conseguenza le sue opinioni) un articolo titolato: Il caos rimpiazza la musica. Fu la fine. Non solo Šostakovič dovette rinunciare al progetto della trilogia concepita sulla condizione della donna sovietica in epoche diverse, di cui la Lady era il primo capitolo, ma si dimise da ogni velleità lirica. L’articolo era una condanna senza appello, tanto da scatenare contro il musicista una vera e propria campagna d’opinione. Da allora la sua musica fu interdetta all’esecuzione e l’opera mai più rappresentata in Russia vivente Stalin. Dopo la sua morte, il compositore intraprese la revisione che lo porterà a creare Katerina Ismailova, operazione di rielaborazione compiuta su più fronti. Uno è l’alleggerimento del libretto, ricavato dal drammaturgo Alexandre Preis e basato su un racconto di Nicolaï Leskov che narra un fatto di cronaca nera della provincia russa del XIX secolo. Il clima iniziale è quello di una Madame Bovary sovietica, in cui una giovane donna trascurata dal marito sogna un’altra esistenza: ma finirà in tragedia. Šostakovič opera poi l’abbassamento della tessitura della protagonista, inizialmente molto acuta per rappresentare lo stato di isteria di Katerina. È in questa veste che l’opera inizia a farsi nuovamente strada. Nel 1974, quando Galina Vishnevskaïa e il marito violoncellista e direttore d’orchestra Mstislav Rostropovitch abbandoneranno l’Unione Sovietica, la partitura della versione originale di Lady Macbeth viaggerà con loro. Interprete preferita del compositore, la Vishnevskaïa sarà un modello internazionale testimoniato da una incisione ancora oggi di riferimento. Il tempo ha dato soddisfazione a Šostakovič, perché Lady Macbeth di Mcensk, uscendo dal purgatorio in cui era stata esiliata, è entrata a buon diritto a far parte del patrimonio della musica contemporanea. Il Teatro milanese ne diede una prima rappresentazione nel 1964, Katerina Ismailova, nella versione ritmica italiana e vanta due successivi allestimenti di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk nella versione del 1934, il primo sotto la direzione di Myung Whun Chung nel 1992 e di Kazushi Ono nel 2007. Non una novità quindi per gli appassionati d’opera, ma sicuramente una grande sfida aver elevato il titolo del compositore russo a opera inaugurale, omaggio nel cinquantesimo anniversario della scomparsa di Dmitrij Šostakovič. Nuovo allestimento, marcato dalla minuziosa regia di Vasily Barkhatov, con scene di Zinovy Margolin, costumi Olga Shaishmelashvili, luci di Alexander Sivaev. Imponente produzione, ambientata in un ristorante costoso? con una vera regia (anche troppa), dalla visione cinematografica di alto livello. Discutibile il finale con l’autoimmolazione? Assente il sapore della natura, manca il paesaggio russo, non c’è il lago in cui buttarsi, ma ancor più manca il senso della claustrofobia e della noia della protagonista: la sferzante violenza che permea la partitura non si riflette in scena. La si ritrova tutta nella direzione musicale di Riccardo Chailly, alla dodicesima inaugurazione di Stagione, a capo di una infiammata e sferzante Orchestra del Teatro alla Scala. Direzione di intensa varietà dei colori che si traducono in ricchezza interpretativa. Bravo Chailly, in forma strepitosa nella serata inaugurale, si faceva carico di qualche screziatura dolente in più, nella serata del 13 dicembre, accolto da un fragoroso applauso di sortita salendo sul podio, dopo l’obbligata interruzione della seconda recita. La parte migliore come si è detto è venuta dall’Orchestra/Chailly, anche se in alcuni momenti le voci erano soffocate, soprattutto nei momenti più fragorosi. Katerina L’vovna Izmajlova ha la voce di Sara Jakubiak, timbro caratteristico, interprete generosa e appassionata, ancor più nella recita del 13; non impeccabile nelle note alte, con un medium non particolarmente corposo che riempie con un fraseggio dall’accento russo fortemente marcato. Najmiddin Mavlyanov è Sergej più grezzo e opportunista, faticando a trovare traccia di sensualità. Anche in scena è poco travolgente nell’azione, e non si avvertiva alcuna “chimica” tra Katya e Sergey. Molto convincente Yevgeny Akimov nel delineare il personaggio di Zinovij Borisovič Izmailov, efficacissimo nel suo monologo. Alexander Roslavets Boris Timofeevič Izmailo dal caratteristico timbro tenorile, ma afflitto da fastidiosa oscillazione di voce. Pregnante la prestazione del Coro scaligero. Calorose accoglienze per la compagnia di canto, ovazioni per il Maestro Chailly. Al Teatro alla Scala, recite fino al 30 dicembre.
gF. Previtali Rosti

