Con il loro album di debutto Vacuità, i Nevecieca ci conducono in un viaggio tra chitarre secche, linee vocali spezzate e ritmi nervosi. In questa intervista la band racconta le scelte radicali e spontanee che hanno guidato l’arrangiamento dei brani, il ruolo del basso nel mix, la loro visione della provincia e l’equilibrio tra tensione sonora e asciuttezza compositiva. Un dialogo che svela la grammatica del loro tempo musicale e l’arte di trasformare luoghi concreti in immagini sonore.
Nel disco c’è un continuo gioco tra chitarre secche e linee vocali quasi spezzate: qual è stata la scelta più radicale che avete fatto in fase di arrangiamento e perché?
«Crediamo che l’unica scelta radicale o regola che ci siamo dati sia stata quella di non porci limiti di genere musicale. Ovviamente spesso andiamo tutti verso una direzione, ma non ci siamo mai imposti delle regole da seguire.»
In diversi brani usate pause brusche e cambi di dinamica quasi “nervosi”: da dove nasce questa grammatica del tempo, e come decidete quando spezzare la frase musicale?
«È un elemento presente nel nostro sound sin dalle prime demo, ma durante la lavorazione di Vacuità il nostro produttore Francesco Sergnese ci ha consigliato di lavorare ancora di più sulle dinamiche. L’idea era mettere due opposti uno accanto all’altro per far risaltare le caratteristiche di entrambi, un po’ come nella teoria del colore. Parlare di marchio di fabbrica è esagerato, ma qualcosa di simile c’è.»
Il vostro modo di raccontare la provincia non è nostalgico ma quasi “geologico”, stratificato: quali luoghi concreti entrano nei testi e come li trasformate in immagini sonore?
«Il tema principale di Vacuità è il vuoto, che permea la vita di provincia: mancano eventi, luoghi di ritrovo, modi di ammazzare la noia, ma ci sono campi, posti abbandonati e l’occasionale ecomostro. Nonostante tutto, amiamo la provincia e non potremmo vivere altrove.»
Le linee di basso sono spesso molto avanti nel mix, quasi a guidare il pezzo più delle chitarre: è una scelta maturata in studio o è una vostra esigenza naturale come band?
«Da circa cinque anni Willy ed Edward lottano senza quartiere per farmi abbassare il volume del basso. Il successo è stato altalenante, quindi nel disco il basso è naturalmente avanti nel mix. Quando sono entrato nei Nevecieca mancavano completamente le parti di basso, e il produttore Francesco ci ha aiutato a capire cosa occupare senza strafare.»
Alcune strofe sembrano scritte come appunti rubati, altre come confessioni quasi crudeli: che ruolo ha l’editing dei testi? Tagliate molto o lasciate volutamente le imperfezioni?
«Molte canzoni sono flussi di coscienza scritti quasi di getto. Poi li sistemo per capire dove voglio andare a parare, cercando di non andare troppo sul personale, così l’ascoltatore può immedesimarsi in ciò che esprimo.»
La scena rock di provincia negli ultimi dieci anni si è svuotata, ma voi sembrate usarne il fantasma come motore creativo: che cosa vi manca davvero di quella scena e cosa invece vi ha permesso di costruire un’identità diversa?
«Siamo abbastanza “vecchi” da ricordare com’era prima del Covid, ma come band non abbiamo mai fatto davvero parte della scena, conservandone solo lo spirito. Ci manca la possibilità di fare rete: la provincia di Varese è piena di creativi isolati, si collabora poco. Forse è colpa del Covid, dei social, o semplicemente siamo noi a non avere più vent’anni.»
In diversi passaggi si percepisce una tensione tra voler “spaccare tutto” e la scelta di restare asciutti: qual è la cosa che avete deliberatamente trattenuto e perché?
«Ci siamo trattenuti su due fronti: alcune demo, soprattutto di Edward, non ci convincevano al 100% e le abbiamo tagliate; inoltre la lunghezza dei brani è stata accorciata grazie a Francesco, che ci ha aiutato a eliminare sezioni ridondanti per rendere l’album di debutto più diretto e incisivo.»
Luca Vettoretti

