Questo incontro fa parte de “I grandi del cinema italiano”, un’opera dedicata ai personaggi del cinema Italiano, rappresenta infatti un progetto senza precedenti di racconto “dall’interno” dell’epopea del nostro cinema, una vera e propria storia costruita sulla base delle testimonianze dirette dei protagonisti, che nel raccontare la propria carriera e i suoi retroscena riscostruiscono Cinecittà come fosse un ambiente “di famiglia”, introducendoci ad una visione inedita e del tutto anticonvenzionale del proprio mondo e soprattutto delle proprie vite. Suso Cecchi D’Amico è stata la collaboratrice prediletta di Luchino Visconti, ed ha firmato tanti grandissimi successi del nostro cinema, dal neorealismo agli sviluppi successivi. Solo per citare alcuni dei titoli più noti e acclamati in tutto il mondo: Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, Bellissima, Senso, Rocco e i suoi fratelli, Il Gattopardo di Luchino Visconti, I vinti di Michelangelo Antonioni, I soliti ignoti di Mario Monicelli, Salvatore Giuliano, di Francesco Rosi. Donatella Baglivo, affermata regista di film biografici sul mondo del cinema italiano e internazionale, ha realizzato questa cinebiografia in cui la grande sceneggiatrice racconta la sua vita, i suoi pensieri, i segreti della sua grande arte e i retroscena dell’età d’oro di Cinecittà. Nel corso di questa lunga intervista, il dialogo che s’intreccia fra Suso Cecchi D’Amico e Donatella Baglivo permette di rievocare l’età d’oro del nostro cinema, fiorito non a caso in anni di grande slancio sociale e culturale, anni in cui la figura dello sceneggiatore, dello “scrittore di storie per il cinema”, campeggiava al centro delle produzioni di maggior successo. Tante cose sono cambiate da allora nella società, e forse non a caso tante cose sono cambiate nel mondo del cinema, e nel ruolo dello sceneggiatore. Giovanna, questo è il suo vero nome, in arte Suso, nasce a Roma il 21 luglio 1914 e il suo primo ricordo risale al 1918, il giorno che il suo fratellino vide da lontano arrivare un soldato. Quel soldato era suo padre, lei neanche lo riconobbe perché era partito per la guerra quando lei era piccolissima. Suo padre, Emilio Cecchi, ha segnato un’epoca come critico letterario ed era anche direttore artistico della Cines. S.C.d’A.: “Quello fu un periodo meraviglioso perché avevamo la possibilità di entrare nei cinema e nei teatri di prosa, gratis.” Suso inizia giovanissima a fare la traduttrice di testi teatrali dall’inglese e dal francese e poi si lancia nel giornalismo. Il suo matrimonio segna l’unione tra due dinastie culturali, i Cecchi e i fratelli D’Amico: suo marito, il figlio di Silvio, fondatore dell’Accademia d’arte drammatica, era un critico di grande spessore. Esordisce come sceneggiatrice con Castellani per il film ‘Mio figlio professore’. Poi inizia a collaborare con Luigi Zampa e con Vittorio De Sica per ‘Ladri di biciclette’. S.C.d’A.: “Noi facevamo il film che ci piaceva fare, volevamo solo raccontare le esperienze che avevamo vissuto e che epoca straordinaria era stata, il cambiamento dal fascismo, la guerra, le speranze del dopoguerra andate così in parte deluse, ma eravamo pieni di speranza. Noi andavamo in giro per Roma e il soggetto nasceva dalle cose che vedevamo. Invece ‘Miracolo a Milano’ è una trasposizione del libro di Zavattini che venne da un altro tipo di collaborazione. Con De Sica si lavorava sempre bene e poi l’ambiente del cinema, soprattutto di quel cinema, era un ambiente di persone che stavano bene insieme e ci piaceva, ci vedevamo non solo per lavorare, si parlava anche d’altro, ci si conosceva intimamente, insomma si stava volentieri insieme”. D.B.: Negli anni ’40 la tua preparazione culturale si impose facilmente nel mondo del cinema, ma ti sentivi costretta nel ruolo fisso di sceneggiatrice?” S.C.d’A.: “Io mi sono divertita, è un mestiere fantastico quello del cinema, è bellissimo perché è fatto di curiosità, di collaborazione che si vive in equipe, eppoi non c’era neppure da fare una distinzione profonda di ruoli, il regista ha preso peso poco a poco, prima eravamo più tutti in gruppo”. Presto il suo nome comincia a circolare all’estero, e scrive anche per William Wyler in trasferta a Roma per girare ‘Vacanze romane’: un’esperienza fantastica perché si trattava di confrontarsi con un modo diverso di fare il cinema. Si trattò in effetti di fare una sceneggiatura con tutte le situazioni tipiche della commedia ma fu comunque un’esperienza molto divertente. Ma secondo Suso, in definitiva, l’era della “Hollywood sul Tevere” rappresentò la fine del cinema italiano. D.B.: “Qual è il tuo rapporto con gli uomini?”S.C.d’A.: “Ho sempre vissuto molto con gli uomini, ho fatto un lavoro in cui ero circondata dagli uomini” D.B.: E’ possibile identificare in tutti i tuoi film una vena sottile e ironica di sarcasmo. S.C.d’A.:Eh, beh sì questo è nel carattere, sono così anche nella vita. D.B.:- Tu rappresenti la parte embrionale di un’epoca cinematografica, poi viene il regista, il direttore di fotografia, il montatore, qual è il passaggio più delicato di tutta questa catena di montaggio secondo te? S.C.d’A.: Indubbiamente, da una parte la scrittura dall’altra la regia, ma soprattutto è un lavoro di èquipe, siamo tutti necessari nella composizione di un film. D.B.:Tu sei sempre riuscita a fare la sceneggiatura che volevi fare, non ti hanno mai imposto delle sceneggiature nella tua vita? S.C.d’A.: No, ho fatto anche delle sceneggiature su temi che non mi erano particolarmente congeniali, perché io considero il lavoro dello sceneggiatore come un ruolo artigianale D.B.:– “Com’era il metodo di lavoro di Visconti?” S.C.d’A.: Le prime sceneggiature le facemmo insieme, lavorandoci giorno per giorno . Poi l’affiatamento era tale per cui una volta scelto il soggetto, scelti più o meno i capitoli principali, si poteva anche parlare d’altro; ognuno faceva il suo lavoro, c’era un’intesa abbastanza preparata. D.B.:‘Gli indifferenti’ di Maselli è tratto dal romanzo di Moravia, ti sei mai consultata con lo scrittore quando hai steso la sceneggiatura? S.C.d’A.: No, assolutamente no; io penso che gli scrittori siano dei pessimi sceneggiatori, bisogna tenerli lontanissimi, eccetto rarissime eccezioni; del resto ho lavorato in sceneggiature con Moravia per questo dico che non era per niente bravo, era un somaraccio, era impaziente perché lo scrittore ha nei riguardi della sceneggiatura, giustamente intendiamoci, un atteggiamento di superiorità e allora è un disastro. D’altronde io amo gli scrittori e gli altri sceneggiatori non mi hanno amata mai. Lo scrittore è più attento alla psicologia del personaggio, è più profondo. D.B.:Qual è stato il momento migliore della tua vita professionale? S.C.d’A.:Gli anni in cui si facevano dei bei film, si sono fatti dei bei film perché ci si lavorava di più, perché c’erano più mezzi, perché c’erano produttori appassionati nel farli, perché c’era il pubblico che li amava e il fatto di sapere che il pubblico ti segue. D.B.: Il momento peggiore invece? S.C.d’A.: Il momento peggiore della vita professionale è quando devi presenziare, e non ti tiri indietro se non sei vigliacco, ad una presentazione di un film che sai che andrà malissimo e merita di andare malissimo. D.B.: Credi che il ruolo della donna sia andato sempre nella direzione giusta, non pensi che sia il momento per un ritorno alla femminilità? S.C.d’A.: Io non sono femminista quindi credo di essere rimasta sempre col ricamo, alla femminilità tradizionale, quindi non ho seguito le mode. D.B.: Parlami di “Oci ciornie” che ti ha dato l’opportunità di lavorare con Nikita Michalkov S.C.d’A.: Beh, quello sì che l’ho amato, fu un’esperienza importantissima. D.B.: Ti piace la letteratura russa? D.B.: Molto, noi sceneggiatori ce ne siamo serviti molto per il cinema, soprattutto per tratteggiare il carattere dei personaggi. Quando ero giovane, il periodo della scoperta della letteratura russa è stato basilare, nelle letture sono stata molto guidata da mio padre, addirittura lui ci imponeva di leggere molto e l’abbiamo seguito per fortuna: dopo il periodo russo è venuto quello americano, poi francese e inglese. Da molto tempo però mi sono un po’ stufata della narrativa, leggo di preferenza le memorie, corrispondenze, storia. D.B.: Qual è il ruolo degli sceneggiatori italiani nel nostro cinema ? S.C.d’A.: Noi andiamo verso una generazione “fai da te” cioè il regista deve scrivere il suo testo e la sua storia e non so quanto sia giusto, probabilmente si arriverà a un modo di fare il cinema per cui il nostro sembrerà anche arcaico. Il lavoro che c’è, anche oggi, in un film è incredibile, prima lo scrivi poi lo giri e si andrà sempre di più verso la tendenza del regista autore. D.B.: In cosa consiste il segreto della scrittura secondo te?
S.C.d’A.: Della scrittura per cinema? No, non c’è segreto, è una scrittura diversa da quella della prosa e della narrativa perché deve suscitare immagini, e poi deve incontrare le intenzioni del regista. D.B.: Che importanza ha avuto la tua famiglia nella tua vita? S.C.d’A.: Enorme sono un tipo da famiglia, da cucciolata. D.B.: L’amore? S.C.d’A.: Anche, perché l’ho considerato sempre come amicizia insomma sono più portata a dei rapporti di amicizia che non a dei rapporti d’amore passionale. D.B.: Sei soddisfatta del lavoro e delle persone che hai incontrato nella tua vita?
S.C.d’A.:Penso di avere avuto una fortuna addirittura sfacciata. D.B.: Hai qualche rimpianto? S.C.d’A.:No. D.B.: Hai sogni nel cassetto? S.C.d’A.:Si sogno di continuare. D.B.: Hai fatto 100 film: chi è oggi Suso Cecchi D’Amico?
S.C.d’A.:Una vecchia signora. Suso ci lascia a Roma il 31 luglio 2010. I funerali si svolsero, presso Santa Maria del Popolo in piazza del Popolo a Roma; riposa nella tomba della famiglia D’Amico al cimitero del Verano di Roma Quando se n’è andata hanno detto di lei: ”Suso Cecchi D’Amico: sceneggiatrice superba, intellettuale raffinata, protagonista della stagione più felice del cinema italiano e conosciuta come la «più grande donna di Cinecittà», con lei se ne va anche un certo modo di intendere il «mestiere» del cinema”.
75’ 2007 restaurato e ri-editato nel 2025 con repertori ed immagini inedite
Donatella Baglivo



