“Requiem”: il ritorno di Ava

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AvA è un’artista che ha sempre sfidato stereotipi e convenzioni, trasformando la propria passione in un progetto musicale unico, tra urban pop e moombahton, nato nel 2019. Dopo l’esperienza con la band tutta al femminile Calypso Chaos, ha intrapreso la carriera da solista, pubblicando il disco “Lo Squalo” e singoli come “Ti Auguro Ogni Male” e “Canzone Triste”, brani che hanno definito la sua voce inconfondibile e il suo stile intenso e personale.

Il nuovo album, interamente scritto e prodotto da lei con la collaborazione di Manuel Finotti, si muove con leggerezza tra emozioni profonde. Ogni traccia è un invito a vivere pienamente, ad accogliere il proprio destino senza paura, anche nei momenti di malinconia o disperazione. Canzoni come “Vida Lenta Vida Loca”, “Requiem” e “Fammi Fallire” raccontano piccole rivoluzioni interiori: il diritto di rallentare, di soffrire, di cadere e di rinascere, senza compromessi.

La musica di AvA non si limita a essere ascoltata: si percepisce come un compagno discreto, che accompagna chi l’ascolta sotto la superficie della vita, insegnando a nuotare con consapevolezza e forza, come uno squalo bianco che osserva il mondo da lontano, pronto a emergere al momento giusto.

Dal 13 novembre 2025, “Requiem”, il nuovo singolo di AvA, è disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e sarà in rotazione radiofonica dal 14 novembre. Il brano nasce da un sogno e racconta quell’attimo sospeso in cui ci si arrende al dolore, abbracciando la propria fragilità invece di combatterla. Una ballad urban pop dalle sfumature dark, con un ritornello evocativo che conduce l’ascoltatore in un viaggio tra disperazione e consapevolezza, tra ombre e luce.

Per capire da dove nasce questa intensità e come AvA trasformi i sogni in musica, l’abbiamo incontrata e intervistata, entrando nel cuore di “Requiem” e del suo percorso creativo.

Requiem’ nasce da un sogno e parla del momento in cui ci si arrende al dolore. Come vivi personalmente il rapporto con la fragilità e la capacità di accettarla attraverso la musica?
Diciamo che c’è voluto qualche anno di terapia e un bel pò di esperienze per capire come gestire il dolore e farne tesoro, così come il concedersi tempo e modo di affrontarlo. La musica sicuramente è sempre stata una risorsa fondamentale da questo punto di vista perché mi permette di esorcizzarlo in maniera più profonda e a volte rapida. Solo a volte però, non sempre…

Nel videoclip c’è un confronto tra la te adulta e quella giovane: che significato ha per te questo dialogo interiore?

Nel video di Requiem abbiamo voluto trascinare lo spettatore nel sogno da cui è nato tutto. Requiem parla dell’accettazione del dolore e del diritto alla disperazione: tutti passaggi che hanno in comune un momento doloroso, ovvero la perdita dell’innocenza e l’inevitabile corruzione che ci tocca per diventare adulti. Se guardate il video fino alla fine, noterete che la me giovane…non fa propriamente una “bella fine”, ehehehehe. Il succo è chiaro: per diventare adulti, l’innocenza deve morire.

La leggerezza è un tema centrale del tuo nuovo album. Come si concilia con la profondità dei testi e delle emozioni che esprimi?

Per me leggerezza è il contrario avanzato di superficialità. Riuscire ad essere leggeri richiede una grande capacità di “profondità”, anzi è una vera e propria skill che si acquisisce dopo molto tempo (e neanche sempre) a patto di essere stati in grado di lavorare su sé stessi. Imparare a viversi il momento nonostante tutto quello che ci circonda e viverlo appunto con “leggerezza” è una fortuna che spero di avere prima o poi, quindi io sono ancora decisamente “work in Progress”!!!

Tra i diritti che racconti nelle tue canzoni — lentezza, malinconia, fallimento — quale senti più urgente oggi per il tuo pubblico?

Il diritto di fallire. Qualsiasi storia di successo che si rispetti, spesso non è altro che la somma di numerosi fallimenti ma in Italia e solo in Italia, fallire è un tabù. Nell’ambito del panorama musicale, basta che sbagli una mossa, ti buttano fuori da un talent a metà strada, sbagli un album o un singolo che BUM sei bruciato. Solo a pochissimi privilegiati viene concessa una seconda possibilità e si fa anche presto a capire perché. Alla maggior parte degli artisti invece, è concessa una sola opportunità: nel momento in cui hai visibilità è vietato fallire. Questo ha contribuito enormemente a creare queste dinamiche tossiche che stanno bruciando artisti giovani e all’inizio delle loro carriere. E’ tutto così ipertrofico e poco elegante che sembra più una gara a chi ce l’ha più grosso, rispetto a chi fa musica più interessante. Tutto si riduce ad una questione di età, numeri, grossi budget e pubbliche relazioni. Chiunque non abbia tutti gli elementi di questa equazione è fuori dai giochi in partenza, a prescindere dal talento. Dunque è altresì ovvio, che sono più di 10 anni che la maggior parte della musica che ascoltiamo sia immondizia pura per lo più già bella che dimenticata. Se la discografia non torna a gestire e rispettare gli artisti come in passato, quando gli veniva dato loro il tempo e il modo di esprimersi nel momento in cui avevano qualcosa da dire, questa tendenza non si invertirà più e anzi per l’IA sarà un gioco da ragazzi prendere il posto di artisti in carne ossa se il contesto è quello attuale.

La tua carriera è iniziata con una band tutta al femminile: quanto ha influenzato il tuo percorso da solista e la tua visione della musica?

Alle Calypso Chaos devo molto. Con loro ho trascorso alcuni dei momenti più belli e importanti della mia vita e ho passato un decennio a fare un numero vertiginoso di live, quindi se parliamo di gavetta, è stata un’enorme gavetta da qualsiasi punto di vista e sicuramente questo è il più grande lascito di quella esperienza. Per quanto riguarda il mio percorso solista invece, è quasi all’opposto perché non è più un progetto corale bensì individuale dove la dimensione del live è secondaria rispetto alla produzione. Di conseguenza ho sperimentato libertà diverse in fase di scrittura e composizione, e ho osato un po’ di più.

Questa era l’ultima domanda. Ti ringrazio sinceramente per aver dedicato il tuo tempo a questa intervista: è stato un vero piacere e un onore poter dialogare  con te e approfondire il percorso creativo che ha portato alla nascita di “Requiem”. Colgo l’occasione per farti i miei migliori auguri per le feste e per un nuovo anno ricco di soddisfazioni, musica e nuove emozioni.

Giuseppe Sanfilippo

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