Gabriella Paci
Nel tempo che resta..(Alzheimer)
Sfumano nella nebbia densa
della memoria gli affetti e i volti
come orma che l’onda del mare
cancella sulla battigia dove restano
orpelli vuoti gusci di conchiglia.
Sfugge la sabbia tra le dita
granelli di vita senza possibile
consistenza nella mente che
si fa tavolozza senza colori.
Stringi una bambola al seno
a ricordo di esser stata…
bambina o forse madre?
Nei giorni senza nome senti
un richiamo d’amore che
nel non puoi e non sai più dare
nel buio che si fa densa cortina
a oscurare lo sguardo che
si smarrisce in stanze di vuoto
Un destino duro ch’è sentenza
di lascito senza volontà mentre
fai della perdita l’abito nel tempo
che resta senza un passato,
fiore secco nell’occhiello del cuore.
Nella tasca aperta del cuore
Nella tasca aperta del cuore
ho riposto fazzoletti intrisi
di dolore per quanti sono
ora nomi incisi su pietra
nei silenzi della solitudine
nel taglio degli abbracci
nella negazione delle carezze
e di sorrisi a illuminare le ombre .
Ci sono giorni in cui le attese
diventano prigioni dei sogni
e l’orizzonte si fa confine
ai progetti nello steccato
delle preclusioni e dei timori
e si vive nella litanìa dello
smarrimento d’ogni via di fuga.
Ma oggi nella tasca del cuore
ci sono briciole a segnare
il ritorno a stagioni di cieli
ammansiti dal chiarore lunare
che invita a sognare e sperare
in notti dove le stelle siano
sintagmi di parole di quiete
a cui attaccare istanti di serenità.
Radice di libertà
Cerco uno spiraglio in cui soffiare parole
che rompano il muro del silenzio
per far arrivare al cielo il mio grido
senza suono a dire la mia prigione dentro
un manto nero che mi rende ombra
e mi chiude al mondo e alla libertà.
Schermata anche al sole e al volo di farfalla
volo senz’ali nel sogno disperato di essere
anch’io volto aperto e sguardo alto
nel vento che scompiglia i capelli
liberi di danzare come ali d’uccelli
nell’abbaglio d’una luce ch’è sorriso.
Mi appartiene desiderio d’esser rosa
anche tra le ortiche di un orto di confine
dove le spine sono aghi qui sul cuore
ed esser donna è solo la condanna
di cane comprato e legato alla catena
nell’insipienza di giorni da scontare
se solo sbaglio un gesto o una parola.
Ma pochi forse sanno che l’urlo chiuso
in gola è vessillo dell’anima che mai
nessuno potrà far prigioniera e ch’ è
radice di libertà da cui fioriranno giorni
di sole e cielo aperto e il vezzo d’esser bella
fuori dal burqa e dall’ombra che mi chiude.
Gioacchino Di Bella
NON È UOMO
Basta, parliamoci chiaro,
senza peli sulla lingua!
Non è la natura che temo
con la sua immane grandezza,
con la sua titanica potenza,
con la sua rabbiosa irruenza,
bensì l’uomo con la sua ottusità,
radicata, sopraggiunta o acquisita.
Non è uomo chi crede di poter tombare,
sotto una coltre di asfissiante cemento,
l’alveo irrequieto e mutevole dei fiumi.
Non è uomo chi soffoca il sobbollire
delle acque, sorte dalle vene della Terra,
sotto lingue ferali di tetro asfalto.
Non è uomo chi, con un colpo di spugna,
sopprime stagni e acquitrini lacustri
per costruirvi viadotti e autostrade.
Non è uomo chi non cura il crine dei prati
o se ne infischia del fulgente verde arboreo
di questo nostro già boccheggiante pianeta.
Non è uomo chi idolatra il progresso,
sforacchiando i pendii dei monti o devastando
i biomi con ponti, strade, artificiali città tentacolari.
Tutto ciò appartiene alla follia suicida
di un uomo che snatura sé stesso,
svendendosi alla meretrice dea del denaro.
Tutto ciò apparterrà alla finta lezione finale
di un uomo che ha praticato con pervicacia,
ignoranza, trafiggendo sé stesso, qui sulla Terra.
NULLA COME PRIMA
Uno straripare di follie individuali
inonda sui poveri cristi di ogni dove,
su tutti noi che tappiamo le orecchie
allo scempio feroce che assorda
ululando lì, poco fuori di casa.
Adesso sono i tanti popoli inermi
delle città svanite o già implose
a pagare il conto delle politiche
tronfie di boria nazionalistica,
a bruciare di fame per mano
di satrapi che ingurgitano boli
di insensato, coriaceo sovranismo,
è un mattatoio, nulla sarà come prima.
Le battaglie vanno fatte per la vita,
per la concertazione delle genti,
e non per seminare nell’animo
rancori di vendetta o distruzione
e non per centuplicare stermini.
I missili balistici piovuti come pleiadi
nelle notti sospese d’estate in oriente
spegneranno in tutti noi la fede
che le bandiere di ogni paese
possano garrire libere sui pennoni
dei baluardi, conquistati dai patrioti,
ai regimi sorti dagli oscurantismi
che avevano soffocato le democrazie.
VULNUS
La tua voce si è fatta straniera,
sembra immersa in lattiginosa materia,
è un codice che non riconosco,
una megattera sfuggita alle orche,
cetaceo smarrito nelle profondità degli oceani.
L’amore, ora, non appartiene alle viscere,
è lessico criptico che si morde la coda,
è lesione sul muro portante che non si rimargina,
ma il tempo è puro e insondabile,
e anche la maledizione dell’oracolo svanirà,
alla fine sarà chiarore che susciterà fulgore,
lenirà le scissioni e le cicatrici dolenti.
Giovanni Gulino
MUSA
Ti ammiro
ti bacio in fronte,
mi spoglio dalle mie paure.
In un angolo di Paradiso
sei voce della mia anima,
assordante silenzio
in una notte di pioggia.
Scavo la roccia
della mia anima,
sei lì, mi guardi
assopita dentro me.
Intenerisci i pensieri
che di notte s’arrovellano,
come lingue di fuoco
a scompigliar l’imperturbabile silenzio.
Nella quiete i pensieri
possono far rumore,
s’adagiano sul tuo cuore.
Sei tu, la mia passione.
RICERCO LA FELICITA’
Sull’orlo dell’oblio
come un cane ringhioso,
prendo a morsi la vita.
Cerco la felicità dietro un viso
inzuppato di lacrime,
il mondo mi crolla addosso,
ho fame d’amore a più non posso.
Ricerco la felicità
che s’espande germogliando
come i fiori, permettendomi
di vedere i mille volti e le infinitesimali
sfaccettature dell’universo.
Ricerco la felicità nella solitudine
specchiandomi, nel baratro
della sofferenza, scaturita
dalla mancanza d’amore autentico.
Felice è il mio volto
e alberga allegria,
quando amo la vita,
spesso aspra e senza sole.
Mi auguro che un giorno,
la luce abbagliante della felicità
dentro me possa far ritorno.
GRIDO D’AIUTO
S’eleva un grido d’aiuto
all’orizzonte, l’uomo che amavo
ha scalfito i miei sogni.
Ho un afflato di voce
che più non è voce,
il trucco cela lividi e morsi.
Hai tarpato le mie ali di farfalla
il tempo mi ha rivelato, davvero chi sei:
il tormento dei pensieri miei.
Mi fai chinare lo sguardo,
sono stordita, sei riuscito
a sminuire la mia vita.
Questo non è amore,
lo so, è l’inganno dell’apparenza,
dal di fuori, tutto è bellezza.
Non riesci a strapparmi un sorriso
mi hai spenta, ho solo opachi ricordi
del nostro primo bacio.
Poi, il ghiaccio tutto è freddo
intorno a me, i tuoi gesti,
le tue parole, pover’uomo senza cuore.
Dai miei occhi scivola il trucco
i tuoi orribili epiteti e i tuoi pugni
mi lasciano di stucco.
Sono a terra sanguinante
il mio corpo è martoriato da percosse.
in questa notte nera, da dimenticare.
Un giorno non sarò più tua
un altro uomo mi amerà,
donandomi ali per volare
Volerò per il mondo
leggera come una farfalla
dicendo a tutti che l’Amore,
non è dato da uomini di carta.
