Corriere dello Spettacolo

Si pubblicano le liriche di Giovanni Gulino, Gioacchino Di Bella e Gabriella Paci (Premio Pierluigi Galli 2025)

 

Gabriella Paci

 

Nel tempo che resta..(Alzheimer)

Sfumano nella nebbia densa

della memoria gli affetti e i volti

come orma che l’onda del mare

cancella sulla battigia dove restano

orpelli   vuoti gusci di conchiglia.

Sfugge la sabbia tra le dita

granelli di vita senza possibile

consistenza nella mente che

si fa tavolozza senza colori.

 

Stringi una bambola al seno

a ricordo di esser stata…

bambina o forse madre?

Nei giorni senza nome senti

un richiamo d’amore che

nel non puoi e non sai più dare

nel buio che si fa densa cortina

a oscurare lo sguardo che

si smarrisce in stanze di vuoto

 

Un destino duro ch’è sentenza

di lascito senza volontà mentre

fai della perdita l’abito nel tempo

che resta senza un passato,

fiore secco nell’occhiello del cuore.

 

Nella tasca aperta del cuore

Nella tasca aperta del cuore

ho riposto fazzoletti intrisi

di dolore per quanti sono

ora nomi incisi su pietra

nei silenzi della solitudine

nel taglio degli abbracci

nella negazione delle carezze

e di sorrisi a illuminare le ombre .

Ci sono giorni in cui le attese

diventano prigioni dei sogni

e l’orizzonte si fa confine

ai progetti nello steccato

delle preclusioni e dei timori

e si vive nella litanìa dello

smarrimento d’ogni via di fuga.

Ma oggi nella tasca del cuore

ci sono briciole a segnare

il ritorno a stagioni di cieli

ammansiti dal chiarore lunare

che invita a sognare e sperare

in notti dove le stelle siano

sintagmi di parole di quiete

a cui attaccare istanti di serenità.

 

Radice di libertà

Cerco uno spiraglio in cui soffiare parole

che rompano il muro del silenzio

per far arrivare al cielo il mio grido

senza suono a dire la mia prigione dentro

un manto nero che mi rende ombra

e mi chiude al mondo e alla libertà.

Schermata anche al sole e al volo di farfalla

volo senz’ali nel sogno disperato di essere

anch’io volto aperto e sguardo alto

nel vento che scompiglia i capelli

liberi di danzare come ali d’uccelli

nell’abbaglio d’una luce ch’è sorriso.

Mi appartiene desiderio d’esser rosa

anche tra le ortiche di un orto di confine

dove le spine sono aghi qui sul cuore

ed esser donna è solo la condanna

di cane comprato e legato alla catena

nell’insipienza di giorni da scontare

se solo sbaglio un gesto o una parola.

Ma pochi forse sanno che l’urlo chiuso

in gola è vessillo dell’anima che mai

nessuno potrà far prigioniera e ch’ è

radice di libertà da cui fioriranno giorni

di sole e cielo aperto e il vezzo d’esser bella

fuori dal burqa e dall’ombra che mi chiude.

 

 

Gioacchino Di Bella

 

NON È UOMO

Basta, parliamoci chiaro,

senza peli sulla lingua!

Non è la natura che temo

con la sua immane grandezza,

con la sua titanica potenza,

con la sua rabbiosa irruenza,

bensì l’uomo con la sua ottusità,

radicata, sopraggiunta o acquisita.

 

Non è uomo chi crede di poter tombare,

sotto una coltre di asfissiante cemento,

l’alveo irrequieto e mutevole dei fiumi.

 

Non è uomo chi soffoca il sobbollire

delle acque, sorte dalle vene della Terra,

sotto lingue ferali di tetro asfalto.

 

Non è uomo chi, con un colpo di spugna,

sopprime stagni e acquitrini lacustri

per costruirvi viadotti e autostrade.

 

Non è uomo chi non cura il crine dei prati

o se ne infischia del fulgente verde arboreo

di questo nostro già boccheggiante pianeta.

 

Non è uomo chi idolatra il progresso,

sforacchiando i pendii dei monti o devastando

i biomi con ponti, strade, artificiali città tentacolari.

 

Tutto ciò appartiene alla follia suicida

di un uomo che snatura sé stesso,

svendendosi alla meretrice dea del denaro.

 

Tutto ciò apparterrà alla finta lezione finale

di un uomo che ha praticato con pervicacia,

ignoranza, trafiggendo sé stesso, qui sulla Terra.

 

NULLA COME PRIMA

Uno straripare di follie individuali

inonda sui poveri cristi di ogni dove,

su tutti noi che tappiamo le orecchie

allo scempio feroce che assorda

ululando lì, poco fuori di casa.

 

Adesso sono i tanti popoli inermi

delle città svanite o già implose

a pagare il conto delle politiche

tronfie di boria nazionalistica,

a bruciare di fame per mano

di satrapi che ingurgitano boli

di insensato, coriaceo sovranismo,

è un mattatoio, nulla sarà come prima.

 

Le battaglie vanno fatte per la vita,

per la concertazione delle genti,

e non per seminare nell’animo

rancori di vendetta o distruzione

e non per centuplicare stermini.

 

I missili balistici piovuti come pleiadi

nelle notti sospese d’estate in oriente

spegneranno in tutti noi la fede

che le bandiere di ogni paese

possano garrire libere sui pennoni

dei baluardi, conquistati dai patrioti,

ai regimi sorti dagli oscurantismi

che avevano soffocato le democrazie.

 

VULNUS

La tua voce si è fatta straniera,

sembra immersa in lattiginosa materia,

è un codice che non riconosco,

una megattera sfuggita alle orche,

cetaceo smarrito nelle profondità degli oceani.

L’amore, ora, non appartiene alle viscere,

è lessico criptico che si morde la coda,

è lesione sul muro portante che non si rimargina,

ma il tempo è puro e insondabile,

e anche la maledizione dell’oracolo svanirà,

alla fine sarà chiarore che susciterà fulgore,

lenirà le scissioni e le cicatrici dolenti.

 

Giovanni Gulino

 

MUSA

Ti ammiro

ti bacio in fronte,

mi spoglio dalle mie paure.

In un angolo di Paradiso

sei voce della mia anima,

assordante silenzio

in una notte di pioggia.

Scavo la roccia

della mia anima,

sei lì, mi guardi

assopita dentro me.

Intenerisci i pensieri

che di notte s’arrovellano,

come lingue di fuoco

a scompigliar l’imperturbabile silenzio.

Nella quiete i pensieri

possono far rumore,

s’adagiano sul tuo cuore.

Sei tu, la mia passione.

 

RICERCO LA FELICITA’

Sull’orlo dell’oblio

come un cane ringhioso,

prendo a morsi la vita.

Cerco la felicità dietro un viso

inzuppato di lacrime,

il mondo mi crolla addosso,

ho fame d’amore a più non posso.

Ricerco la felicità

che s’espande germogliando

come i fiori, permettendomi

di vedere i mille volti e le infinitesimali

sfaccettature dell’universo.

Ricerco la felicità nella solitudine

specchiandomi, nel baratro

della sofferenza, scaturita

dalla mancanza d’amore autentico.

Felice è il mio volto

e alberga allegria,

quando amo la vita,

spesso aspra e senza sole.

Mi auguro che un giorno,

la luce abbagliante della felicità

dentro me possa far ritorno.

 

GRIDO D’AIUTO

S’eleva un grido d’aiuto

all’orizzonte, l’uomo che amavo

ha scalfito i miei sogni.

Ho un afflato di voce

che più non è voce,

il trucco cela lividi e morsi.

Hai tarpato le mie ali di farfalla

il tempo mi ha rivelato, davvero chi sei:

il tormento dei pensieri miei.

Mi fai chinare lo sguardo,

sono stordita, sei riuscito

a sminuire la mia vita.

Questo non è amore,

lo so, è l’inganno dell’apparenza,

dal di fuori, tutto è bellezza.

Non riesci a strapparmi un sorriso

mi hai spenta, ho solo opachi ricordi

del nostro primo bacio.

Poi, il ghiaccio tutto è freddo

intorno a me, i tuoi gesti,

le tue parole, pover’uomo senza cuore.

Dai miei occhi scivola il trucco

i tuoi orribili epiteti e i tuoi pugni

mi lasciano di stucco.

Sono a terra sanguinante

il mio corpo è martoriato da percosse.

in questa notte nera, da dimenticare.

Un giorno non sarò più tua

un altro uomo mi amerà,

donandomi ali per volare

Volerò per il mondo

leggera come una farfalla

dicendo a tutti che l’Amore,

non è dato da uomini di carta.

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