Originario dei Quartieri Spagnoli di Napoli e oggi di base a Londra, Leo Pesci è un compositore e produttore tra le voci più originali della scena nu-jazz e neo-soul britannica. Dopo l’EP d’esordio Leo Pesci (2020), realizzato con Dani Diodato, pubblica Community (2021) e il primo album Impolite (2023), collaborando con alcuni dei musicisti più interessanti della nuova scena londinese. Le sue produzioni sono state trasmesse da emittenti come BBC1, Jazz FM, Radio Soho e World Wide FM.
Nel 2025 inaugura una nuova fase artistica con i singoli Ma Che Maronn e 6 Vestuto a 8 (con Greg Rega), che anticipano Unsapiens, il nuovo album pubblicato da Irma Records il 24 ottobre 2025, disponibile in vinile e digitale.
Scritto interamente in lingua napoletana, Unsapiens fonde soul, hip-hop, funk e nu-jazz per raccontare con sensibilità le contraddizioni del presente: identità, emigrazione, disuguaglianze e alienazione. Il disco nasce dalla collaborazione con giovani talenti della scena partenopea e raccoglie nove brani, tra cui Terra Santa e una speciale live session allo Studio Carducci. L’album è disponibile anche su Elasticstage.com.
Scrivere un album interamente in napoletano è una scelta forte e identitaria: cosa rappresenta per te portare questa lingua nella musica internazionale?
Portare il napoletano nella musica internazionale per me non è un’operazione folkloristica, ma un atto politico e culturale. È una lingua antica e complessa e usarla per parlare di temi universali significa non considerarla più una lingua “minore” – detta volgarmente un “dialetto” – ma riaffermarne la centralità nel panorama culturale italiano.
Il napoletano mi permette di essere radicalmente onesto, di parlare dal lato del popolo, da una prospettiva non egemonica. È una lingua che porta già dentro di sé contraddizione, ironia e dignità: esattamente ciò che mi serviva per raccontare le storie di Unsapiens.
Nel disco affronti temi come emigrazione, lavoro e dignità: c’è un’immagine o un’esperienza personale che ha dato origine a Unsapiens?
Più che un’immagine singola, direi una sensazione costante: quella di essere sempre in movimento, ma mai davvero arrivato. Vivere lontano da Napoli, prima in Sud America e poi a Londra, mi ha fatto capire cosa significa essere produttivi ma invisibili, inseriti in un contesto multiculturale e multietnico ma profondamente soli. Nella società moderna il valore di una persona viene spesso misurato in base allo status sociale o a ciò che può permettersi economicamente, e non in base alla sensibilità verso la sofferenza altrui o al futuro che stiamo costruendo per le prossime generazioni. Unsapiens nasce da qui: dall’osservazione di un sistema che ti chiede di funzionare come un numero, non di esistere come essere umano. È un disco che parla di lavoro, sì, ma soprattutto di dignità e di ciò che perdiamo mentre cerchiamo di “farcela”.
Rispetto ai tuoi lavori precedenti, quali elementi sonori o narrativi segnano maggiormente la tua evoluzione musicale in Unsapiens?
In Unsapiens ho tolto molti filtri. È il mio lavoro più diretto, più politico e anche più vulnerabile. Narrativamente ho smesso di nascondermi dietro metafore troppo ricercate: qui le cose vengono chiamate per nome. Dal punto di vista sonoro ho dato più spazio al groove come elemento narrativo, non solo ritmico, e ho lasciato emergere anche le mie imperfezioni come performer. Per quanto riguarda le numerose collaborazioni, non è una novità nel mio percorso: ho sempre sentito il bisogno di coinvolgere altri artisti nei miei progetti, perché credo che l’arte collettiva sia una delle forme più potenti e autentiche di espressione.
La tua musica sembra un dialogo continuo tra passato e futuro. In Unsapiens, qual è l’emozione o la memoria più profonda che hai voluto custodire dentro il suono?
La nostalgia di qualcosa che non tornerà, ma che continua a vivere dentro di noi. Napoli non è solo un luogo fisico: è una memoria emotiva, un modo di sentire il mondo.
In Unsapiens ho voluto custodire quella tensione tra appartenenza e distanza, tra radice e movimento, tra il vecchio e il nuovo me. È un disco che guarda avanti senza rinnegare ciò che è stato, perché senza memoria non può costruirsi un futuro.
Le tue collaborazioni, sia londinesi sia partenopee, sono parte integrante del tuo percorso: come scegli gli artisti con cui lavorare e cosa cerchi quando costruisci una nuova connessione creativa?
Scelgo le persone prima dei musicisti. Cerco unicità, non performance. Tengo molto a dare spazio ad artisti indipendenti come me, che abbiano qualcosa da dire più che qualcosa da dimostrare. Le collaborazioni per me sono spazi di dialogo, di crescita e anche di compromesso artistico: ognuno porta la propria storia e le proprie sonorità, e insieme si costruisce qualcosa che da soli non sarebbe possibile.
Con questa ultima domanda si conclude l’intervista. Colgo l’occasione per augurare a te e ai tuoi cari serene e felici Feste.
Giuseppe Sanfilippo

