Stiffelio opera in tre atti composta da Giuseppe Verdi per il Teatro Grande di Trieste, vi andò in scena il 16 novembre 1850. Si tratta del sedicesimo titolo del compositore di Busseto, composto fra Luisa Miller e prima della famosa Trilogia popolare: l’esito fu però solamente discreto. Partitura scarsamente rappresentata e per questo grati al Teatro di Piacenza di averla inserita quale titolo inaugurale della propria stagione. Un lavoro che lo stesso Giuseppe Verdi aveva quasi riposto nel dimenticatoio, tanto da scrivere in vecchiaia a Giulio Ricordi “Neppure io saprei dirvi cosa n’è avvenuto dello Stiffelio! Nessun peccato, proprio nessun peccato: se n’è perduta la traccia”. Eppure, non del tutto veritiero questo suo pensare se, a pochi anni dalla prima triestina, dichiarava di non voler abbandonare completamente Stiffelio, riservandosi una copia della partitura. Salvatore Cammarano, il librettista, prese spunto dal dramma di Emile Souvestre ed Eugène Bourgeois Le Pasteur, andato in scena nel 1849 a Parigi. Approcciandoci alla vicenda narrata, dobbiamo noi, spettatori moderni e cinicamente incapaci di scandalizzarci più di nulla, operare un adeguamento calandoci nella temperie dei tempi e considerare che una simile trama era, per l’epoca. La censura non si fece attendere, operando con rigide imposizioni: una nuova versione andò in scena al Teatro Apollo di Roma nel febbraio del 1851 come Guglielmo Wellingrode ma, anche in questa occasione, non si andò oltre il successo di stima tributato al compositore. Seguirono altre rappresentazioni a Firenze, e successivamente a Catania nel 1853, per ritrovare l’opera in cartellone a Palermo e Napoli, ma senza mai riuscire a imporsi. Giuseppe Verdi, con innato acume di uomo di teatro, si pose allora a modificare radicalmente la partitura per il debutto al Teatro Nuovo di Rimini, fissato all’agosto 1857. Nascerà così Aroldo che, pur ricco nell’apporto di nuova musica, non potrà vantare un apporto del pari convincente nello sviluppo drammaturgico, non riuscendo a conquistare una posizione di spicco nel catalogo verdiano. Stiffelio si presenta a Piacenza in un nuovo allestimento, affidato per regia, scene e costumi al veterano della scena teatrale italiana Pier Luigi Pizzi. Si tratta di una coproduzione con il Comunale Pavarotti-Freni di Modena e Municipale Valli di Reggio Emilia. Il risultato è una messinscena di impeccabile funzionalità e classica eleganza per gli interni, rapinosa alternanza di neri e grigi luminosissimi. Meno interessante la parte registica, scontati i movimenti dei singoli e delle masse, ma il risultato è di una maniera di far teatro eccellente, sempre. Direttore era il Maestro Leonardo Sini, alla guida dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini. Ottima la sua direzione, variata e passionale, marcata da colori orchestrali sfaccettati, non meno che nelle intenzioni interpretative, sottolineate ed esaltate, con finezze d’atmosfere sombre sparse a piene mani, che gli è valsa un’entusiastica acclamazione già al termine della scattante e impetuosa ouverture. Vive fisicamente la partitura, con un gesto che da solo vale lo sguardo. Orchestra mordente e vibrante. Bene anche il Coro del Teatro Municipale Di Piacenza, diretto da Corrado Casati. Stiffelio aveva la voce di Gregory Kunde, tenore che passati ormai le 70 primavere non demorde dal calcare le scene: generoso senza mai risparmiarsi, artista all’antica dal grandissimo rispetto per il pubblico, riesce facilmente a calarsi nei panni di un (amoroso) ministro di una setta protestante – Assasveriano io sono! – come ricordato nel libretto. Kunde si impone all’apparir in scena per l’inconfondibile modo di fraseggiare e dà subito una lezione, di canto e interpretativa in Di qua varcando con pregnante immedesimazione spirituale e profondo scandaglio della parola, mai proferita in superficie. Inoltre, lezione di canto, per quegli acuti, se pur la voce non è sempre ben sostenuta e il suono ondeggi in parte, sono sempre perfettamente “immascherati” e mai spinti, squillanti per solidità tecnica. Illumina con gli acuti, non mera esibizione canora, ma finalizzati a chiarire il personaggio, senza un attimo di risparmio: Vidi dovunque gemere intensifica l’aria con tono appassionato e partecipe delle pene viste, fremente negli accenti, fustigatore con sferzanti acuti di vizi coniugali. Ah v’appare in fronte scritto è un’esplosione di accenti fulminanti, dopo aver mostrato screziature compassionevoli per il genere umano. Di bruciante furore in Chi ti salva, o sciagurato., con metallo vocale argenteo. Opposto è il calle gronda pietà e nostalgica commiserazione per un passato amoroso, ormai svanito. Speraste che per lacrime è sbalzata in maniera dolente e lancinante. Credibile quale predicatore, nella perorazione finale. Lina ha voce solare e fresca di Lidia Fridman, irraggia il timbro per ogni dove e tecnicamente niente la impensierisce, legato impeccabile, smorzature fascinanti, filati lunari. Intensa, ma solo sul versante vocale, mancando il sapore e il gusto del fraseggio, la capacità di irretire lo spettatore e di coinvolgerlo con l’arte di accenti palpitanti. Uno per tutti: Avrebbe perdonato, (in risposta all’impetuosa passione di giudizio di Stiffelio) non riesce a essere passionale. Meglio opera nelle estasi elegiache della preghiera A te ascenda, o Dio clemente. E nella successiva A dagli scanni eterei fa valere la capacità di “virtuosa” del canto, attacchi e suoni di algida purezza, senza arrivare a superare la barriera del cuore. Più impeto lo trova in Dunque perdere volete contrassegnata da acuti scintillanti. Il momento interpretativamente più coinvolgente lo trova in Non allo sposo – Egli un patto proponeva mostrando accenti dolenti e piagati. Completa il quadro con un bel personale, ma il viso è una maschera da cui non traspaiono facilmente i sentimenti. Vladimir Stoyanov si trova vocalmente a suo agio in questa parte, sfruttando al meglio la possibilità offerta da Verdi per la tessitura baritonale di Stankar: si presenta con Dite che il fallo a tergere in efficace resa e intenso: in Ed io pur in faccia agli uomini riesce a rendere un fraseggio sottile. Nell’aria Lina pensai che un angelo trova accenti struggenti, servito da un accompagnamento orchestrale che prende il cuore; intenso attore, sa commuovere strappando un’ovazione a scena aperta. Emergono invece problemi di superficialità nella vocalizzazione della cabaletta O gioia inesprimibile. Jorg di Adriano Gramigni mostra in Oh santo libro bel timbro di basso, in chiara dizione. Corretti infine Raffaele Carlo Raffaelli, Federico di Frengel Paolo Nevi e Dorotea Carlotta Vichi. Acclamazioni ripetute a fine spettacolo, da parte di un pubblico che gremiva il teatro, felice di omaggiare gli artisti vocali Kunde, Fridman e Stoyanov, accanto al direttore Sini e Pizzi. Al Teatro Municipale di Piacenza, repliche a Modena e Reggio Emilia.
GF. Previtali Rosti

