Lucia Ruocco
Poesia in lingua italiana a tema naturalistico
SONO ALTROVE
Sono nell’aria di primavera,
nel libro che leggo,
nella canzone che ascolto,
nel pensiero che rincorro.
Sono altrove,
con lo sguardo proteso,
contemplando emozionanti spettacoli
d’ infinita bellezza della natura
in ogni sua cangiante sfumatura,
smarrendomi nei pensieri.
Sono nelle folate di vento,
immersa nei profumi del bosco,
in una barca in mezzo al mare,
per provare l’ebbrezza della libertà.
Mi fermo davanti a incantevoli visioni
di pennellate di vari colori
che delicatamente dipingono
l’azzurro del cielo e del mare.
Sono tra campi di girasoli
e vallate di ginestre,
profumate distese di lavanda
e prati ondeggianti di fiori selvatici.
Mi troverai su verdi colline
e candidi paesaggi di neve,
ad ammirare un fascinoso lago,
ascoltare il suono di un ruscello
e l’ acqua di un gaio fiume
che scorre inesorabilmente…
come il tempo.
Nel fresco abbraccio del mare
cavalco le onde frizzanti,
tra gabbiani che volano
e planano a pelo d’acqua.
Sono nella carrozza
di un treno che va,
rimirando panorami.
Sono ovunque ci sia la bellezza,
incantata,
con sorrisi sempre allegri
e spensierati.
Poesia in lingua italiana a tema naturalistico
ESTATE
Giornate di sole e d’azzurro.
Le cicale friniscono,
è la stagione dell’amore!
Si fermano e tacciono.
Riprendono a cantare
e a rincorrersi,
in canone,
con le loro strida
sempre più forti,
ancora più intense.
Cantano nel mio silenzio,
così fino a sera.
È il canto dell’amore.
È estate,
è il richiamo d’amore!
Il loro frinire
per qualcuno è un disturbo,
per me è musica che fa compagnia
anche a chi è solo.
Poesia in lingua italiana a tema naturalistico
FERMATI OGNI TANTO
Fermati quando cammini,
posa il tuo sguardo ovunque,
non correre.
Ammira e contempla la natura
che impera,
con fiori, piante ed alberi.
Bellezze della natura
le montagne, le valli,
i laghi, i fiumi, i mari !
Dio le ha create
e meritano di essere osservate.
Ascolta i suoni armonici della natura,
nel vento,
nella pioggia,
nell’ acqua che sgorga.
Non correre sempre,
fermati ogni tanto a meditare
e a godere un tramonto!
Respira intensamente
i profumi della natura.
Fermati,
ammira,
ascolta,
respira
e… riposati un po’.
Luciano Giovannini
L’ultimo bacio della sera
È arrivato il momento
dell’ultimo bacio della sera,
nella stanza solo silenzio
e la tremula luce di una candela.
Se avessi immaginato quanto dolore
e quante lacrime avrei versato
forse non sarei venuto a dirti ciao.
No, non pensare che io non ti ami
e che non ti abbia mai amato,
è solo che a volte quel che vedi
non vorresti fosse vero
e allora celi i tuoi occhi dietro a un velo.
E ora sono qua appoggiato con le spalle al muro
per resistere alla tentazione di cadere
aggrappandomi ai ricordi
e alle mie gambe
che non smettono mai di tremare.
Ti ho dato l’ultimo bacio della sera
e nel silenzio
si è spenta dolcemente
la tremula luce di una candela.
Il becchino di Assad
Il siriano Mohammed Afif Naifeh, noto con il nome in codice “becchino”, ha sepolto circa seimila corpi di oppositori della famiglia Assad che ha detenuto il potere per alcuni decenni. La sua denuncia ha messo in luce questi crimini che, altrimenti, sarebbero rimasti nascosti.
Sai, qui le notti
durano due giorni
e i giorni sono lenti
come i treni per Damasco.
Solo polvere negli occhi
e sabbia sotto i piedi,
tanta sabbia e poi sassi,
pungenti come un vetro
o come un perché.
Non volevo seppellire
il corpo di tuo figlio.
Non volevo ma ho dovuto.
Sai, qui le notti
sono buie e dense come il pianto
e il sangue scorre a fiumi
in questa valle senza vento.
Non volevo seppellire
il corpo di tuo padre
e nemmeno quello
di tua moglie.
Ora il mio cuore
è nascosto là
tra la cenere e le foglie.
Il mio nome è Giuliano (dicono)
Entrata in vigore il 13 maggio 1978, la legge Basaglia sancì la chiusura dei manicomi, riformando il sistema di cura per il disagio mentale.
Dicono che il mio nome sia Giuliano
e sono sempre stato un tipo strano
amavo uscir di notte a passeggiare
e qualche volta mi fermavo
a parlare ai fiori e a guardare il mare.
Dicono che il mio nome sia Giuliano
ma non ricordo esattamente come mi chiamo.
Sdraiato sopra un letto senza più voglia di lottare
passo il tempo a piangere e pregare.
Dicono che il mio nome sia Giuliano
e sono rinchiuso in una stanza buia al terzo piano.
Tre pasticche al giorno mi servono per dormire
e tre per smettere di tremare.
Ne vorrei altre tre che mi facciano tornare
la voglia di sognare.
Dicono che il mio nome sia Giuliano
ma non so esattamente come mi chiamo.
Se avessi qualcuno che mi stesse ad ascoltare
gli direi quanto vorrei essere aquila
e poter volare.
Dicono che il mio nome sia Giuliano
e sono sempre stato un tipo strano
amavo uscir di notte a passeggiare
e qualche volta mi fermavo
a parlare ai fiori e a guardare il mare.
Luisa Di Francesco
Il tempo di Erebo
Era il tempo di Erebo
del silenzio e dell’urlo
dell’Erinni nel buio più trafitto
del parodo in spasimo finto
della lamentela ferina
di un arto amputato
dell’imminente che bussa
– contro un muro:
gelida, sprezzante e delusa
la mischia tra luce e lutto.
Sopravviene dal largo
l’impietramento del colombario
vicende di solitudine
deserte anche di speranza
pellicole mute di esistenza
nell’oltranza dei non colori.
Stravulsa identità vapora nel sopore
ondeggia al candore stupefatto
che piomba a raggi ritti e stanchi:
siamo i figli dell’arroganza ingiusta
del temporalesco passare a oscurità.
Sentieri appena vivi su cui figgere
lo sguardo.
Forse rivivrà quella passione di padre
dietro quel velo di ulivi
negli angoli tiepidi e santi.
Sarà il tempo della pietà
e del dolore, temprato di verità.
Parole pulite
Ho sparso parole sul davanzale
in riga disposte, ad asciugare
parole vane, acute, docili e piane
neonate, vetuste, affilate
quelle dei primi di vita, di luce sorrisa
quelle dei sogni bagnati
lacrime ferite, affollate nelle mani
la parola tutta attorta
che nello scuro s’ingrotta.
Parole accartocciate e graffiate
bruciate dalla memoria interrotta
quelle randagie e selvatiche
che frugano la svogliatezza umana
alla ricerca di un rifugio.
Parole che strappano il dolore
e straziano la carne, in morsi di livore
quelle spinte dal vento
che ulula le cime dai monti
e le parole del labbro morente
a mormorare preghiera silente
agli sterpi dell’anima quando,
arida e arsa,
tace la luce e la dimentica.
Le ho lavate e strofinate nell’acqua di fonte
liberate dalla greppia del potente
e dalla soma dell’abitudine
dal tarlo che sfarina le travi pesanti
dal buio assiduo che priva di spigoli gli angoli
dal baluginio dell’armi e dalla lanugine dei sai
dal mite delle illusioni e dalle spruzzate di vermiglio.
Stese come panni di bucato, il sole le ha indorate
e restituite a chi vorrà capire. Parole pulite.
Il riflesso della luna sull’acqua
Il tempo sconocchia dolore in nuvola scura
ne mastico lontananza sul limine di questa vita.
I vuoti non riempiono le cavità del cuore
lasciano cenere nelle ombre lontane
e lacrime bagnate di ricordi
negli amori vissuti e taciuti.
Turrite lacune sillabano il peso dei sogni
che non si avverano e disvelano il nulla.
Non temo il dolore
come la foglia non teme l’autunno
lo vive, e ne raccoglie il colore
con l’umiltà che la consuma
e la incanta al perire.
Varca l’orizzonte una distanza azzurra
sbaraglia impudica il grigio sentire
snuvola un lembo di cielo
chiaro, profondo e adatto
a spingere il passo al coraggio
per dare occhi nuovi all’immenso e nero
in cui traverso e, a volte, mi arrendo.
Ne ho scritto il pianto e il buio
sulla riga delle emozioni
ne ho disegnato i contorni scuriti
nei deserti di una notte paga
di crepuscoli cancellati
fino ad alzare il viso al nitore di un’alba
quando pioverà, sulla via logora e sbiadita,
il riflesso della luna sull’acqua
a dare rimbalzo al volo del giorno.
Ammantato di luminio del sole.

