In Bellissimi e Infelici, Mariano Casulli esplora storie quotidiane e diverse prospettive narrative, portando l’ascoltatore a confrontarsi con emozioni intense, fragilità e contraddizioni generazionali. In questa intervista racconta come l’osservazione della realtà e delle persone intorno a lui, le esperienze professionali e le influenze musicali abbiano contribuito a plasmare il suo ultimo lavoro, sia in studio che dal vivo.
Nel tuo nuovo album Bellissimi e Infelici hai raccontato storie quotidiane e anche personaggi femminili (e voci diverse dalla tua): come ti sei approcciato a queste prospettive narrative al di fuori della tua esperienza personale?
È stata una fase di ascolto e di osservazione. Volevo raccontare quello che vivevo e quello che mi arrivava dal vissuto degli altri. Ed in questo periodo quello che osservavo era questa assoluta dicotomia tra l’estetica e il mondo interiore. Ho cercato quindi di fare mie le sensazioni e di trasformarle in musica.
Hai iniziato con singoli indipendenti come “Ottobre” e poi hai firmato con Needa Records: quali sono state le maggiori differenze nel tuo modo di lavorare?
Needa è stata una luce perché mi ha dato un metodo, un ordine nelle cose da fare. Era come sapere di avere una spalla su cui poggiarsi. Sei meno solo in un mondo davvero complesso qual è quello della musica.
In “Scappi via” affronti un tema delicato come la violenza di genere. Come scegli i temi sociali da trattare nei tuoi testi e quanto ti senti responsabile nell’uso delle parole?
Non scelgo io. Mi lascio trasportare dai momenti. Scappi via è stata la mia seconda canzone pubblicata dopo “Ottobre”, ed in quel periodo ricordo di essere stato molto influenzato da una rappresentazione teatrale in cui appunto andava in scena la violenza di genere. Poi avevo letto un libro, “Mille splendidi soli” in cui mi piaceva molto questo alternarsi dei punti di vista delle due protagoniste ed ho scritto questa canzone in cui si alterna la voce della vittima e quella del carnefice. Sicuramente c’è una responsabilità molto importante nell’utilizzo delle parole. Oggi non puoi assolutamente sbagliare.
Molti tuoi brani — da “Silenzi a cui tornare” a “Come stai” — sembrano concentrarsi su stati d’animo intensi e momenti di transizione. Che ruolo ha per te l’introspezione nella costruzione melodica oltre che lirica?
Credo sia molto importante, perché guardandosi dentro si cerca di portare fuori un prodotto sincero. Non industriale, non fatto a tavolino per soddisfare una particolare esigenza. Invece artigianale, dove si riconosce il lavoro, il messaggio, l’ispirazione.
La tua influenza dichiarata spazia da Fabi e Dalla a Elisa e Cremonini: come fai a mantenere una voce originale pur partendo da riferimenti così diversi tra loro?
Cerco di attingere da ognuno di loro prendendo le parti che più mi incuriosiscono, anche caratteriali. Sono artisti che non si sono mai piegati alle esigenze del tempo, ma hanno portato fuori soltanto la loro musica rendendosi loro stessi pionieri di un nuovo modo di farla. Senza farsi corteggiare dal fenomeno del momento e quindi piegandosi al mainstream.
La presentazione live dell’album include chitarra e violoncello: quanto conta per te l’arrangiamento dal vivo rispetto alla versione in studio? E cosa aggiunge secondo te al significato delle canzoni?
Cerco di strutturare uno spettacolo live guardando a quello che voglio comunicare. L’idea di portare in giro queste canzoni in maniera intima, acustica, credo possa essere un valore aggiunto per potenziare ulteriormente il messaggio che le canzoni vogliono portare.
Luca Vettoretti

