Maddalena Nicola
Amici di guerra
Seduto sul fucile
ho imbracciato un carrarmato
ho sparato in alto
per non essere colpito.
Sei apparso all’improvviso
nella tuta tua mimetica
e abbiamo fatto un corpo a corpo
rotolandoci per terra.
Ho stretto le mie mani sul tuo nemico collo
e guardandoti negli occhi ho detto
“Amico, pausa guerra?
Ci facciamo una birra e pure un pollo?”
“A me piace solo la coscia”
“Prenderò io il petto
pur se tanto non mi piace
ma mi sta bene,
godiamoci un po’ di pace!”.
Ne uscimmo mezzi ‘mbriachi
ma ridenti e felici
e dopo femmo il tocco per vedere
chi essere dovesse
il prigioniero
e chi invece il carceriere.
Fu dispari e la conta diede a me ragione.
“Non preoccuparti, ti servirò al mattino
una ricca colazione,
poi un pranzo con i fiocchi e un’abbondante cena,
e passeremo il tempo
a raccontarci storie.
E fu così per giorni tre
io e te sereni senza alcuna pena.
Ma, al quarto, arrivò dall’alto
un comando inaspettato:
ogni prigioniero andava tosto fucilato,
e quest’ordine, qualora inascoltato,
punito, e con la morte, sarebbe esso stato.
Ebbi paura e ti puntai conto l’arma
e pensai “è solo il destino,
un avverso karma”.
Tu mi dicesti “spara!
è toccata a me codesta amara sorte,
non ti dar tormento,
io lo so che se tu potessi
eviteresti
di vivere questo momento”.
Le mani mi tremavano,
il cuore era a mille.
Ma mi apparve nel cervello,
ormai offuscato,
quella bimba dolcissima,
tua figlia,
in quella foto un po’ ingiallita
che avevi a me mostrato.
“Il tocco era sbagliato! mal contammo!
son io che sono
tuo di guerra prigioniero,
sparami e facciamola finita…”
Ti detti la calibro trentotto, dicendoti
“Ti prego premi presto quel grilletto
prima ch’io
me la faccia sotto”.
Scoppiamo a ridere e,
come fanno due vecchi e cari amici,
nel profondo ci guardammo, desistemmo
e ci abbracciammo.
Ci trovarono,
capirono,
e uccisero noi due
con gli occhi chiusi ed un sorriso.
Mano nella mano siccome angeli
volammo leggeri e felici
verso il Paradiso.
Dolce tiranno
Geme in me e fermenta lento
indi sale e sale fino a diventare tarlo
che scava e scava nel mio quèrcico legno
a formare una tana
di dove trama
e più non mi lascia
e mi rende forte ma poi m’accascia
e geme e geme e preme e m’ambascia
poi sale ancora e freme
e di nuovo fermenta lieve.
E lievita lievita,
e borioso diviene
e geme e freme
e irrefrenabile al fine prorompe e trasborda
vuole parlare,
urlare,
a te che sei sorda.
Ma parole giuste stenta a trovare
e ridiventa lieve e lento
timido e tacito
a patir,
codesto tiranno inclemente
per nulla paziente,
e pur anche sì dolce, candido e puro,
il mio perenne per te,
profumato di pane frumento,
passionale e profondo
mirabile e nobile
d’altissimo amor
sentimento.
Esterina Quattropassi
Esterina Quattropassi
che carina, o ragassi,
tu la prendi e poi la lassi
ma riprenderla tu puoi.
Non per soldi o per passione
è che entrò in confusione
quando picciòla picciolina
subì perverse le attenzioni
del papà, lo zio e il nonno,
le donne loro soggiogate
come bestie…e che mazzate.
Era solo una bambina
e fu costretta a far la squillo.
Lento lento passò il tempo
ed Esterina si creò, nella sua mente,
un posto bello da vivere
e tranquillo.
Sorrideva a tutti quanti
e con tutti quanti andava,
solo chiedeva, prima e dopo,
di bere insieme un Marsala
o un cicchetto d’Amaretto
di Bordiga o Malvasia
così, solo per ridere un poco,
in compagnia.
Era vicina, o forse dentro,
ad una specie di pazzia.
Tutto il male ricevuto da piccina,
il livore incamerato
e amaramente soffocato,
lo smarrimento ed il terrore,
povero cuore,
ogni notte li sfogava
in un pianto disperato.
Esterina Quattropassi,
schiava e libertina,
era solo ed era ancora
una dolce, dolcissima bambina…
Margherita Flore Satta
Dedicata a Simona Atzori: È un testo sul coraggio delle donne che presenta una bimba nata priva di braccia e che, nonostante i pareri inquietanti di alcuni medici, modellati su esteriorità e apparenza, cresce gioiosa e volitiva facendo proprie le parole di Madre Teresa di Calcutta: “La vita è una sfida, affrontala”. Così, pur tra mille difficoltà, impara a usare i piedi al posto delle mani; già adolescente scrive, prende il microfono, dipinge, guida la sua auto… e con grande impegno riesce ad andare oltre un corpo che a volte intrappola, divenendo subito esempio per il mondo intero.
La SFIDA
S’allunga il pensiero al Celeste Infinito
dove le braccia sono rimaste tocco di cielo e io senza.
Senza…
e m’aggrappo ad ali d’Angeli
per cogliere dal sole la vita
e scalciare il mondo
legato stretto a un filo nella culla
da te madre che mi volevi felice.
Radici di apparenza
mi volevano morta ancor prima di nascere
e io, inconsapevole cerbiatta,
coglievo papaveri tra serpenti di pietra.
Serpenti…
a schiacciare il respiro del sole
ma è bastato uno sguardo a scatenare un terremoto,
per la prima volta con te vorrei un abbraccio,
vorrei… e inchiodo il capo al tuo petto,
un brivido mi corre lungo le carni
e mi abbandono al tuo battito
che sale, che sale alto, sempre più alto
fino a toccare il faro della innata direzione.
Mai approdo più atteso, mai approdo più inviso,
all’Inferno o al Paradiso, mi prendi o mi lasci
nel canto più folle di Erotici Lasciti.
Natura “Oltre” non ha falle,
dove manca una virgola dipingo frutti,
rubo il polline ai fiori per colorare inverni
e le nebbie svaniscono in abiti distrutti.
Cadono petali in maestrali correnti,
si gonfiano calici di abbracci arrembanti,
lì, dove equatoriali si fanno sentire,
lì, dove il sole dentro l’acque bacia le perle
e sensuali emozioni suonano arpe.
Con i sensi nei piedi danzo una tastiera di opposti,
bianco e nero che s’avvitano a me stessa
e perforo quell’impossibile esistere.
In questa stanza,
dove ho sepolto la collera,
si spalanca una porta alata a fuggire pregiudizi,
e ogni gesto con te, amore mio, è ancora Divina Alleanza
con il Carnale che seduce oltre le futili apparenze.
TESTATA D’ANGOLO
La mia zolla in pascoli di pietra
è granito luccicante sulla costa,
mare di smeraldo per il turista
che altro pane cresce…
Dietro il muro a secco,
in radici frugate dal vento,
in voci di avi che non moriranno,
il sole colora la polvere dei pensieri
che, come ieri,
pochi frutti consolida.
Una vita squallida,
in questa mia terra antica
scossa da pioggia che non arriva
e da un domani solo in salita.
All’alba interro rugiada, non temo fatica,
farò sgorgare anche poesia dalle radici,
i tuoi sguardi sono a me ricchezza
in gonfi e carnali grappoli.
Le tue mani alla crepa balsamo
hanno il coraggio di nuova alleanza,
compensano la miseria e la mancanza
che pare non abbia forma, tanto è diffusa;
ma con te, senza farse né lamenti,
da pietra scartata sarò testata d’angolo per la casa ambita,
un tetto su questo piccolo ed estroso mondo
sempre in vortice di cambiamenti e abbagli di vita indomita.
ERBE MALEDETTE
Passi incerti, impigliati,
nella piazza di fumi incipriati,
volevo salire il cielo nero
per parlare di erbe col Dio Sole.
In distratta ragione, ho ingoiato veleno…
scoppiavano le vene per troppa luce
e resto… resto in un vuoto atroce
incatenata a fiori di capriccio.
Non ho più la fede che si fa tuono
nel giocare a scacchi con la morte,
ho il cervello abitato da serpi,
mi spingono a reati
e bevono nettare ai miei calici.
Amavo il sole, la musica, la danza…
di Primavera ne ero l’essenza
e come Persefone rubata in ora scarlatta
vorrei tornare a crepuscoli di vita.
Non più prigioniera, coglierò frutti…
e il mio tempo non disperdo.
L’alba è in ritardo
ma è impossibile che non arrivi.
Non voglio più rituali cupi…
di fiori d’arancio già profuma la siepe,
colgo primule che non avevo visto
e su nuova erbetta
non saranno più passi incerti:
… solo la pena di ciò che non ho dato
… e di quanto in vicoli ciechi ho perduto.
Maria Pia La Marca
FIN CHE IL CUORE NON SI FERMA
E avrò
pensieri di pace
che poco ho conosciuto
perché nato
all’incrocio di stelle inquiete
quelle che guardavo
nelle notti d’Africa
nel buio
soffice come una carezza
mantello di Tuareg
sui miei occhi chiari
Fin che il cuore non si ferma
avrò pensieri d’amore
nonostante le bizze del corpo
che vuole andare
Faccio il giro
delle cose utili e disutili
d’un pensare a volte
nemico in casa
Con gentilezza
depongo le mie armi
di guerriero stanco
fin che il cuore non si ferma
MA IO CI CREDO ANCORA
E anche il tempo
della speranza
si assottiglia
Dall’altra parte
in questo gioco a scacchi
dove le pedine sono
tutte nere
non avevo un avversario
né te Alfonso
ma la scelta antica
della tua Anima
ecco perché non vedevo
le tue mani
e le pedine si muovevano da sole
Ieri le fredde parole della
medicina
mi hanno tolto
esili residuate speranze
di una vita
che esce presto
di scena
Ti amo sempre
MIAGOLII DI RESA
Batte
un tempo disperato
con la coda
come frusta d’un certo
vigore
il corpo consumato
pochi miagolii di resa
che si agganciano al cuore
come ami per pesci
da restare a bocca aperta

