Poesie di Maddalena Nicola, Margherita Flore Satta e Maria Pia La Marca (Premio Pierluigi Galli 2025)

Data:

Maddalena Nicola

 

Amici di guerra

Seduto sul fucile

ho imbracciato un carrarmato

ho sparato in alto

per non essere colpito.

Sei apparso all’improvviso

nella tuta tua mimetica

e abbiamo fatto un corpo a corpo

rotolandoci per terra.

Ho stretto le mie mani sul tuo nemico collo

e guardandoti negli occhi ho detto

“Amico, pausa guerra?

Ci facciamo una birra e pure un pollo?”

“A me piace solo la coscia”

“Prenderò io il petto

pur se tanto non mi piace

ma mi sta bene,

godiamoci un po’ di pace!”.

Ne uscimmo mezzi ‘mbriachi

ma ridenti e felici

e dopo femmo il tocco per vedere

chi essere dovesse

il prigioniero

e chi invece il carceriere.

Fu dispari e la conta diede a me ragione.

“Non preoccuparti, ti servirò al mattino

una ricca colazione,

poi un pranzo con i fiocchi e un’abbondante cena,

e passeremo il tempo

a raccontarci storie.

E fu così per giorni tre

io e te sereni senza alcuna pena.

Ma, al quarto, arrivò dall’alto

un comando inaspettato:

ogni prigioniero andava tosto fucilato,

e quest’ordine, qualora inascoltato,

punito, e con la morte, sarebbe esso stato.

Ebbi paura e ti puntai conto l’arma

e pensai “è solo il destino,

un avverso karma”.

Tu mi dicesti “spara!

è toccata a me codesta amara sorte,

non ti dar tormento,

io lo so che se tu potessi

eviteresti

di vivere questo momento”.

Le mani mi tremavano,

il cuore era a mille.

Ma mi apparve nel cervello,

ormai offuscato,

quella bimba dolcissima,

tua figlia,

in quella foto un po’ ingiallita

che avevi a me mostrato.

“Il tocco era sbagliato! mal contammo!

son io che sono

tuo di guerra prigioniero,

sparami e facciamola finita…”

Ti detti la calibro trentotto, dicendoti

“Ti prego premi presto quel grilletto

prima ch’io

me la faccia sotto”.

Scoppiamo a ridere e,

come fanno due vecchi e cari amici,

nel profondo ci guardammo, desistemmo

e ci abbracciammo.

Ci trovarono,

capirono,

e uccisero noi due

con gli occhi chiusi ed un sorriso.

Mano nella mano siccome angeli

volammo leggeri e felici

verso il Paradiso.

 

Dolce tiranno

Geme in me e fermenta lento

indi sale e sale fino a diventare tarlo

che scava e scava nel mio quèrcico legno

a formare una tana

di dove trama

e più non mi lascia

e mi rende forte ma poi m’accascia

e geme e geme e preme e m’ambascia

poi sale ancora e freme

e di nuovo fermenta lieve.

E lievita lievita,

e borioso diviene

e geme e freme

e irrefrenabile al fine prorompe e trasborda

vuole parlare,

urlare,

a te che sei sorda.

Ma parole giuste stenta a trovare

e ridiventa lieve e lento

timido e tacito

a patir,

codesto tiranno inclemente

per nulla paziente,

e pur anche sì dolce, candido e puro,

il mio perenne per te,

profumato di pane frumento,

passionale e profondo

mirabile e nobile

d’altissimo amor

sentimento.

 

Esterina Quattropassi

Esterina Quattropassi

che carina, o ragassi,

tu la prendi e poi la lassi

ma riprenderla tu puoi.

Non per soldi o per passione

è che entrò in confusione

quando picciòla picciolina

subì perverse le attenzioni

del papà, lo zio e il nonno,

le donne loro soggiogate

come bestie…e che mazzate.

Era solo una bambina

e fu costretta a far la squillo.

Lento lento passò il tempo

ed Esterina si creò, nella sua mente,

un posto bello da vivere

e tranquillo.

Sorrideva a tutti quanti

e con tutti quanti andava,

solo chiedeva, prima e dopo,

di bere insieme un Marsala

o un cicchetto d’Amaretto

di Bordiga o Malvasia

così, solo per ridere un poco,

in compagnia.

Era vicina, o forse dentro,

ad una specie di pazzia.

Tutto il male ricevuto da piccina,

il livore incamerato

e amaramente soffocato,

lo smarrimento ed il terrore,

povero cuore,

ogni notte li sfogava

in un pianto disperato.

Esterina Quattropassi,

schiava e libertina,

era solo ed era ancora

una dolce, dolcissima bambina…

 

Margherita Flore Satta

 

Dedicata a Simona Atzori: È un testo sul coraggio delle donne che presenta una bimba nata priva di braccia e che, nonostante i pareri inquietanti di alcuni medici, modellati su esteriorità e apparenza, cresce gioiosa e volitiva facendo proprie le parole di Madre Teresa di Calcutta: “La vita è una sfida, affrontala”. Così, pur tra mille difficoltà, impara a usare i piedi al posto delle mani; già adolescente scrive, prende il microfono, dipinge, guida la sua auto…  e con grande impegno riesce ad andare oltre un corpo che a volte intrappola, divenendo subito esempio per il mondo intero.

La SFIDA

S’allunga il pensiero al Celeste Infinito

dove le braccia sono rimaste tocco di cielo e io senza.

Senza…

e m’aggrappo ad ali d’Angeli

per cogliere dal sole la vita

e scalciare il mondo

legato stretto a un filo nella culla

da te madre che mi volevi felice.

Radici di apparenza

mi volevano morta ancor prima di nascere

e io, inconsapevole cerbiatta,

coglievo papaveri tra serpenti di pietra.

Serpenti…

a schiacciare il respiro del sole

ma è bastato uno sguardo a scatenare un terremoto,

per la prima volta con te vorrei un abbraccio,

vorrei… e inchiodo il capo al tuo petto,

un brivido mi corre lungo le carni

e mi abbandono al tuo battito

che sale, che sale alto, sempre più alto

fino a toccare il faro della innata direzione.

Mai approdo più atteso, mai approdo più inviso,

all’Inferno o al Paradiso, mi prendi o mi lasci

nel canto più folle di Erotici Lasciti.

Natura “Oltre” non ha falle,

dove manca una virgola dipingo frutti,

rubo il polline ai fiori per colorare inverni

e le nebbie svaniscono in abiti distrutti.

Cadono petali in maestrali correnti,

si gonfiano calici di abbracci arrembanti,

lì, dove equatoriali si fanno sentire,

lì, dove il sole dentro l’acque bacia le perle

e sensuali emozioni suonano arpe.

 

Con i sensi nei piedi danzo una tastiera di opposti,

bianco e nero che s’avvitano a me stessa

e perforo quell’impossibile esistere.

In questa stanza,

dove ho sepolto la collera,

si spalanca una porta alata a fuggire pregiudizi,

e ogni gesto con te, amore mio, è ancora Divina Alleanza

con il Carnale che seduce oltre le futili apparenze.

 

TESTATA D’ANGOLO 

La mia zolla in pascoli di pietra

è granito luccicante sulla costa,

mare di smeraldo per il turista

che altro pane cresce…

 

Dietro il muro a secco,

in radici frugate dal vento,

in voci di avi che non moriranno,

il sole colora la polvere dei pensieri

che, come ieri,

pochi frutti consolida.

Una vita squallida,

in questa mia terra antica

scossa da pioggia che non arriva

e da un domani solo in salita.

All’alba interro rugiada, non temo fatica,

farò sgorgare anche poesia dalle radici,

i tuoi sguardi sono a me ricchezza

in gonfi e carnali grappoli.

Le tue mani alla crepa balsamo

hanno il coraggio di nuova alleanza,

compensano la miseria e la mancanza

che pare non abbia forma, tanto è diffusa;

ma con te, senza farse né lamenti,

da pietra scartata sarò testata d’angolo per la casa ambita,

un tetto su questo piccolo ed estroso mondo

sempre in vortice di cambiamenti e abbagli di vita indomita.

 

ERBE MALEDETTE

Passi incerti, impigliati,

nella piazza di fumi incipriati,

volevo salire il cielo nero

per parlare di erbe col Dio Sole.

In distratta ragione, ho ingoiato veleno…

scoppiavano le vene per troppa luce

e resto… resto in un vuoto atroce

incatenata a fiori di capriccio.

Non ho più la fede che si fa tuono

nel giocare a scacchi con la morte,

ho il cervello abitato da serpi,

mi spingono a reati

e bevono nettare ai miei calici.

Amavo il sole, la musica, la danza…

di Primavera ne ero l’essenza

e come Persefone rubata in ora scarlatta

vorrei tornare a crepuscoli di vita.

Non più prigioniera, coglierò frutti…

e il mio tempo non disperdo.

L’alba è in ritardo

ma è impossibile che non arrivi.

Non voglio più rituali cupi…

di fiori d’arancio già profuma la siepe,

colgo primule che non avevo visto

e su nuova erbetta

non saranno più passi incerti:

… solo la pena di ciò che non ho dato

… e di quanto in vicoli ciechi ho perduto.

 

Maria Pia La Marca

 

FIN CHE IL CUORE NON SI FERMA

E avrò

pensieri di pace

che poco ho conosciuto

perché nato

all’incrocio di stelle inquiete

quelle che guardavo

nelle notti d’Africa

nel buio

soffice come una carezza

mantello di Tuareg

sui miei occhi chiari

 

Fin che il cuore non si ferma

avrò pensieri d’amore

nonostante le bizze del corpo

che vuole andare

 

Faccio il giro

delle cose utili e disutili

d’un pensare a volte

nemico in casa

 

Con gentilezza

depongo le mie armi

di guerriero stanco

fin che il cuore non si ferma

 

MA IO CI CREDO ANCORA

E anche il tempo

della speranza

si assottiglia

 

Dall’altra parte

in questo gioco a scacchi

dove le pedine sono

tutte nere

non avevo un avversario

né te Alfonso

ma la scelta antica

della tua Anima

ecco perché non vedevo

le tue mani

e le pedine si muovevano da sole

 

Ieri le fredde parole della

medicina

mi hanno tolto

esili residuate speranze

di una vita

che esce presto

di scena

 

Ti amo sempre

 

MIAGOLII DI RESA

Batte

un tempo disperato

con la coda

come frusta d’un certo

vigore

il corpo consumato

pochi miagolii di resa

che si agganciano al cuore

come ami per pesci

da restare a bocca aperta

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati

FATTOSANO: “IL BALLO DEL GRIZZLY” IL MIO PRIMO EP

FattoSano, nome d'arte di Riccardo Marchior, classe 1992, è...

Nuova stagione teatrale del Teatro 14 Caserta di Laura Scoteroni

Presentato il cartellone 2021/2022 del Teatro Civico 14 di...

Le voci di donne in scena a Benevento

Benevento capitale sociale della danza, con una figlia della...