Provaci ancora, Sam, di Woody Allen

Data:

 

In scena dal 27 dicembre al 4 gennaio  2026 al “Teatro Eleonora Duse” di Genova

Provaci ancora, Sam occupa un posto peculiare nella produzione di Woody Allen: non solo perché rappresenta il suo esordio teatrale, ma perché costituisce una sorta di matrice drammaturgica da cui germoglieranno molti dei temi, dei dispositivi comici e delle ossessioni che caratterizzeranno il suo cinema successivo. La commedia, scritta nel 1969 e immediatamente accolta con entusiasmo dal pubblico di Broadway, si presenta come un laboratorio di identità, un terreno di sperimentazione in cui Allen mette alla prova la propria figura autoriale prima ancora che cinematografica. Al centro della pièce si colloca Allan Felix, critico cinematografico in crisi dopo il fallimento del suo matrimonio.  La sua nevrosi non è un semplice tratto caratteriale, ma un vero e proprio motore drammaturgico: la scena diventa lo spazio in cui si manifesta la frattura tra l’immaginario culturale che Allan abita – fatto di miti cinematografici, modelli maschili idealizzati, dialoghi interiori – e la realtà quotidiana, che gli sfugge costantemente di mano. L’apparizione di Humphrey Bogart, figura totemica e guida immaginaria, non è un espediente comico fine a sé stesso, bensì un dispositivo metateatrale che mette in luce la dipendenza del protagonista dal linguaggio del cinema come forma di orientamento esistenziale. La struttura della commedia si fonda su un doppio movimento: da un lato la parodia dei codici sentimentali e sociali della middle class americana, dall’altro la costruzione di una riflessione più ampia sulla fragilità dell’identità maschile contemporanea.

Allan tenta di performare un modello di virilità che non gli appartiene, e ogni suo fallimento diventa un atto rivelatore: la comicità nasce dalla discrepanza tra l’immagine che vorrebbe incarnare e la sua natura autentica, goffa, vulnerabile, profondamente umana. In questo senso, Linda – la moglie del suo migliore amico – rappresenta l’unico spazio relazionale non mediato da aspettative sociali o cliché culturali.

La loro intesa, costruita su una quotidianità priva di artifici, si oppone agli appuntamenti disastrosi che punteggiano la commedia. È significativo che il sentimento che nasce tra i due emerga proprio quando Allan smette di imitare Bogart e si concede di essere sé stesso: un gesto che coincide con la possibilità di un’autentica relazione affettiva.

Il riferimento a Casablanca, che attraversa l’opera come un’eco costante, non è soltanto un omaggio cinefilo. È un dispositivo intertestuale che permette ad Allen di interrogare il rapporto tra mito e vita quotidiana, tra narrazione e esperienza. Il finale, che riecheggia volutamente il film di Curtiz, non è una semplice citazione, ma un modo per mostrare come i modelli culturali influenzino le nostre scelte emotive, spesso più di quanto siamo disposti ad ammettere.

La regia di Massimo Chiesa si inserisce con intelligenza e misura all’interno di questo complesso impianto drammaturgico, scegliendo di non sovraccaricare il testo con interpretazioni forzate, ma di valorizzarne la natura duplice: brillante in superficie, profondamente analitica nel sottotesto. Chiesa costruisce uno spazio scenico che permette alla nevrosi di Allan di manifestarsi senza eccessi caricaturali, mantenendo un equilibrio costante tra ritmo comico e introspezione psicologica.

La sua regia lavora soprattutto sulla dinamica delle relazioni, privilegiando una recitazione asciutta, priva di manierismi, che lascia emergere la fragilità dei personaggi. Le apparizioni di Bogart, ad esempio, non vengono trattate come semplici inserti comici, ma come veri e propri momenti di sospensione, in cui la scena si apre all’immaginario del protagonista. Chiesa riesce così a rendere visibile il conflitto tra realtà e proiezione mentale, uno dei nuclei più profondi dell’opera.

Particolarmente efficace è anche la gestione dei tempi: la commedia procede con un ritmo serrato ma mai affrettato, lasciando spazio ai silenzi, agli imbarazzi, alle esitazioni. La regia, in questo senso, non si limita a illustrare il testo, ma lo interpreta attraverso una sensibilità contemporanea, capace di far risuonare temi universali come la solitudine, l’inadeguatezza e la ricerca di autenticità.

La scelta del cast riveste un ruolo centrale nella messa in scena di Provaci ancora, Sam, poiché la commedia di Allen si fonda su un equilibrio delicato tra nevrosi individuale, dinamiche relazionali e dispositivi meta‑cinematografici. La distribuzione proposta — Lorenzo Tolusso (Allan Felix), Mauro D’Amico (Humphrey Bogart), Fabio Facchini (Dick Christie), Lidia Castella (Linda Christie) e Susanna Valtucci nei molteplici ruoli femminili — evidenzia una precisa strategia drammaturgica.

Lorenzo Tolusso affronta un ruolo complesso, che richiede la capacità di oscillare tra goffaggine e lucidità, tra autoironia e vulnerabilità. La sua interpretazione dà corpo a quella “mascolinità in crisi” che costituisce uno dei nuclei tematici dell’opera.

Mauro D’Amico restituisce un Bogart iconico, stilizzato, più immagine che persona. La sua presenza scenica incarna il conflitto tra immaginario cinematografico e vita quotidiana, rendendo visibile la dipendenza di Allan dai miti culturali.

Fabio Facchini interpreta Dick come il contraltare pragmatico di Allan: un personaggio che genera comicità per contrasto, incarnando la normalità sociale da cui il protagonista si sente escluso.

Lidia Castella offre una Linda Christie misurata, empatica, capace di rappresentare l’unico spazio relazionale autentico nella vita di Allan. La sua naturalezza contrasta con l’artificiosità dei modelli femminili che popolano le fantasie del protagonista.

Susanna Valtucci interpreta l’intero ventaglio di figure femminili secondarie, sottolineando la loro natura di proiezioni, stereotipi e fantasie maschili. La scelta unificata rafforza il contrasto con Linda, l’unica donna percepita come reale.

Provaci ancora, Sam è una commedia che utilizza la leggerezza per affrontare questioni profonde: la crisi dell’identità, la difficoltà di costruire relazioni autentiche, la tensione tra immaginario e realtà. La regia di Massimo Chiesa, sostenuta dalla produzione dell’Associazione Culturale DaDa e da un cast calibrato e consapevole, amplifica la dimensione psicologica e metateatrale del testo, restituendo allo spettatore non solo una commedia brillante, ma un’indagine sottile sulla condizione umana. È proprio questa capacità di coniugare comicità e introspezione, ironia e malinconia, a rendere l’opera di Allen ancora oggi sorprendentemente attuale.

Giuliano Angeletti

 

Provaci ancora, Sam

Produzione 
Associazione Culturale DaDa

Drammaturgia
Woody Allen

Traduzione
Pier Francesco Paolini
Regia
Massimo Chiesa

Con gli attori di
The Kitchen Company

Personaggi e interpreti
Allan Felix Lorenzo Tolusso
Humphrey Bogart Mauro D’Amico
Dick Christie Fabio Facchini
Linda Christie Lidia Castella
Nancy, Sharon di sogno, Sharon Lake, Gina, Vanessa, Ragazza Go-Go, Ragazza Intellettuale e Barbara Susanna Valtucci

Scene e costumi
The Kitchen Company

Musiche da
Herman Hupfeld, Louis Armstrong e George Gershwin

 

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