Quattro chiacchiere nelle vite degli altri: intervista alle “dee di “Argo””

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Un pomeriggio di dicembre. Atmosfera festiva dello storico Caffè San Marco di Trieste. Tra il cicaleggio di incontri per scambiarsi gli auguri di Natale e i suoni prolungati per accordare alcuni strumenti a corda che allieteranno un evento in un’altra sala, aspetto, appoggiando le mani sul piano di marmo di un tavolino, il momento in cui le riscalderò tra quelle delle “Tre donne” che hanno dato vita ad uno degli spettacoli più intensi e toccanti che abbia mai visto: Ariella Reggio, Maria Aris e Lucia Limonta, le tre dee di “Argo”, spettacolo recensito da me dopo la prima del giorno 14 novembre 2025 presso la Sala Bartoli di Trieste (https://www.corrieredellospettacolo.net/2025/11/18/la-memoria-quel-fil-rouge-che-lega-lesistenza-ad-altro-e-ad-altri-argo/).

 

Attendevo con ansia questo momento. Mio grande desiderio. Ad un certo punto arrivano: prima Ariella poi Maria e Lucia. Cominciamo a conoscerci in maniera molto spontanea, molto semplice e sincera. Ma i sorrisi illuminano l’aria. Il tavolino diventa come un tappeto volante che si libra nel cielo dell’arte.

 

Rosa Z.: Come vi siete conosciute?

 

Ariella R.: sul palcoscenico a Milano, anzi in sala prove, perché la regista Serena Sinigagliia ci ha chiamate tutte e tre da luoghi diversi. Io da Trieste, loro due da Milano. Voi due, Maria e Lucia, vi conoscevate?

 

Maria A.: No.

 

Rosa Z.: Da quanto tempo lavorate assieme?

 

Maria A.: Complessivamente un paio di mesi.

 

Rosa Z.: Se aveste l’opportunità di rubare il guardaroba a una di voi, a chi lo prendereste? Cominciamo dalla giovane Lucia: che panni ti piacerebbe vestire?

 

Lucia L.: Parlando dei personaggi, forse quelli di Beatrice, inaspettatamente però.

 

Rosa Z.: E delle colleghe?

 

Lucia L.: Tutte e due. Perché a entrambe ho qualcosa da rubare.

 

Maria A.: Le camicie a fiori di Ariella.

 

Rosa Z.: È vero, meravigliose. E Ariella?

 

Ariella R.: E io i pantaloni di Lucia! Con una sola gamba mi faccio un vestito!

 

Rosa Z.: Qual è la frase che più spesso scambiate fra di voi? C’è qualche intercalare, qualche frase di buon auspicio, scaramantica?

 

Maria A.: “Speriamo di dirla tutta”.

 

Ariella R.: Questo anche io. Dico sempre: “speriamo di dirla tutta”, perché per un attore è già tanto. Lo spettacolo dura un’ora e un quarto, ma è bello pieno.

 

Lucia L.: Io dico: “Com’era stasera?” Perché, dopo aver fatto lo spettacolo, io e Maria ci confrontiamo e quindi ci diciamo sempre: “Allora com’era? Dài, è andata bene”. Oppure con la nonna è: “dài, dài, che stasera andrà bene!”.

 

Rosa Z.: Avete già fatto una registrazione, almeno audio? Vi siete riascoltate? Avete l’abitudine di risentirvi?

 

Maria A.: Hanno fatto un piccolo video perché serve, un video interno. Ce l’hanno anche mandato prima di fare l’allestimento. Io non l’ho visto però, perché non riesco a guardarmi e preferisco andare con una memoria interna, non vederlo da fuori. Voglio ricostruire i movimenti o le cose di regia partendo da dentro.

 

Ariella R.: Anche io idem. Odio riguardarmi. Sì, perché il teatro è teatro. Maggie Smith, la grandissima attrice inglese, diceva.: “io a teatro non mi rivedo, perché devo riguardarmi?”. Anche lei come me, quindi: si vede che c’è qualcosa nell’intimo dell’Attore di teatro.

 

Rosa Z.:  Tra l’altro Maggie Smith aveva fatto il film “Calendar Girls” che tu Ariella avevi portato sul palcoscenico del Rossetti qualche anno fa. Un trionfo.

 

Ariella R.: Io l’ho vista prima che ci lasciasse in un monologo, anche quello molto interessante. Lei interpretava la segretaria di Goebbels: Bravissima.

 

Rosa Z.: Facciamo qualche domanda sul progetto attuale. Come avete visto, io ho cercato di scandagliarlo secondo la mia esperienza e il mio sentire, però voglio sapere da voi.

È stato difficile entrare in questi personaggi, introiettarli in questa maniera meravigliosa? Ho visto la prima, poi ho rivisto la pièce dopo quattordici giorni e c’era tanta emozione in più.

Come vi siete preparate? Maria, lo sappiamo, sei stata la promotrice del mémoire, quindi dello spettacolo. Come l’avete approcciato all’inizio?

 

Ariella R.: Allora, l’inizio, come sempre, è rivolto molto all’esercizio della memoria e poi a conoscerci, perché non ci conoscevamo. Quindi le prove sono servite a me. Naturalmente con l’età, la memoria ha più difficoltà e mi sono concentrata su quello.

Adesso le cose stanno cambiando perché abbiamo trovato armonia fra di noi, siamo un po’ più tranquille. Abbiamo un bel rapporto sia sul palcoscenico che fuori. Questo è molto importante e arricchisce anche il personaggio.

 

Lucia L.: Non è stato facile entrare nel ruolo di Carla, nonostante sia comunque una mia coetanea. Forse è proprio perché così vicina a me, è più un lavoro dell’anima che ho dovuto fare, cioè sciogliere delle cose mie per darle poi a Carla. Quei dubbi e quelle domande che lei si pone non sono tanto diversi da quelle che mi potrei porre io se non facessi questo mestiere: sono le stesse che si fanno anche magari agli amici e con gli amici. E, come ha detto Ariella, la cosa molto difficile è stata quella di abbandonare il testo e così abbandonare il controllo, per darsi totalmente alla parola reale in quel momento lì, in scena, con le colleghe.

 

Maria A.: Precedentemente io penso di essermi preparata come per una tesi di laurea e ho dato anche a loro una bibliografia che non so se hanno letto. Comunque era solo parziale rispetto a quanto ho letto io: diciamo una bella pila di libri, prima dell’arrivo del testo.

Con l’arrivo del copione, la cosa che mi ha colpito tantissimo è che Letizia Russo, l’autrice, ha fatto una riscrittura ben distante dal testo originale, però mantenendone intatti i temi fondanti e il senso, che è la cosa più importante.

Di questo personaggio di Beatrice mi ha colpito che, sebbene distante da me (io non sono una cuoca, non ho una madre con l’Alzheimer, ho una madre che ha 80 anni), mi sembrava che fosse entrata nella mia vita, avesse spiato delle cose e le avesse messe sulla carta. Quindi per me la cosa principale adesso, appunto, nel momento in cui siamo più tranquille sul testo, è quella di concedere in maniera un po’ impudica il mio privato a questo personaggio. Anche perché è, per come è strutturata la scrittura, un po’ cinematografica, con un montaggio molto repentino, degli scarti emotivi molto distanti nell’arco di un secondo. C’è a un certo punto un pensiero, poi c’è un flashback, poi si ritorna al reale. Quindi questo è il lavoro che voglio fare adesso e conseguentemente togliere: togliere segno e mettere verità dove possibile.

 

Rosa Z.: Lucia, si capiva, da spettatore, che il personaggio di Carla, nel momento in cui ha questo segreto inconfessabile, quasi inconfessato, rivelato in maniera rutilante solo alla fine, tu l’abbia sentito molto. Ha forse fatto parte delle tue scelte quando hai voluto comunicare ai tuoi che volevi fare l’attrice, che volevi andare al Piccolo a Milano?

 

Lucia L.: In realtà io sono l’esatto posto, nel senso che quando devo fare una cosa la dico proprio dritta, anzi sono anche molto fredda in realtà: quando si tratta di decisioni da me prese, mi comporto così. L’ho sempre fatto fin da piccola. Lo ribadisce sempre mia mamma: quando mi metto in testa una richiesta è quella, quindi non ho incertezze. Però forse starà arrivando, cioè adesso mi sono resa conto che dico tutto in un certo modo. quando devo dire delle cose più importanti a mia mamma o a un genitore o anche alle persone a cui voglio bene o a coloro che mi stanno attorno. scelgo ovviamente le parole e le scelgo con quell’incertezza lì, che forse si vede in Carla. Non mostrandomi così fragile, però sicuramente incespicando.

 

Rosa Z.: Questo si chiama un po’ maturità (vero care signore?) per noi che siamo un po’ più agées.

Allora, secondo voi, qual è la cosa che il pubblico noterà o ha notato di più nel vostro spettacolo?

 

Ariella R.: Ognuno trova il suo… tocchiamo tanti nervi scoperti, secondo me, e quindi c’è l’immedesimazione. Forse quello che mi ha meravigliato molto è che piace parecchio ai giovani e che io pensavo il contrario. I vecchi si ritrovano, perché ovviamente il mio è un percorso che è abbastanza naturale, no? Sì, a parte la malattia, che però è abbastanza comune, purtroppo i giovani ci trovano degli spunti, come è successo a noi.

 

Rosa Z.: La sera che sono tornata a vedere lo spettacolo, un’insegnante di liceo classico, è venuta con un gruppo di allievi del primo anno, una volta si chiamava quarto ginnasio, e poi dell’ultimo anno. Sono rimasti tutti molto colpiti, molto commossi, soprattutto le ragazze. Certo a 14-15 anni la sensibilità è un attimo diversa. Però erano colpitissimi. L’insegnante li aveva preparati col libro della Ciani e anche con una specifica narrazione. Sia lei che io siamo rimaste toccate dalla reazione positiva, profonda e commossa dei ragazzi. Questa cosa meravigliosa che effetto vi fa?

 

Maria A.: La cosa che ha colpito me è che hanno avuto l’impressione e la sensazione che sia stata come una sorta di psicanalisi di gruppo: si sono forse focalizzati su tutta una serie di dinamiche e di relazioni familiari che sono molto riconoscibili, cioè che sono nella gente e con la gente. Proprio questo è il senso che ha il teatro.

Noi, in fondo, abbiamo creato il teatro per ragionare, per porci delle domande giuste, dare noi le risposte. Come facevano i tragici greci, che davano al pubblico poi l’opzione di capire dov’è il giusto. Lo decidi tu, quindi per un fatto sociale. Però individualmente, psicologicamente, abbiamo bisogno di autorappresentare i nostri sentimenti, le nostre relazioni, le nostre paure, i nostri piccoli buchi neri.

Ai ragazzi, in maniera molto immediata, probabilmente è arrivato questo senso che poi è quello del fare teatro, se no perché lo facciamo?

 

Rosa Z.: Lucia hai voglia di dire qualcosa anche tu in merito a questo?

 

Lucia L.: Sono contenta perché non è facile, cioè il teatro purtroppo ha un po’ quell’alone di vecchiume che non so perché… Oddio no, sì, lo so.

Però sono contenta che siano andati, che abbiano visto quello che effettivamente abbiamo sempre cercato di trasmettere con questo spettacolo, Serena ha costruito, Letizia Russo è riuscita, attraverso le sue parole, a fornirci gli elementi della storia e noi ogni sera cerchiamo di metterci l’anima.

 

Rosa Z.: È uno spettacolo potente, sotto tutti i punti di vista. Io vado a teatro da sempre e mi ricordo molto bene che il venerdì la tv trasmetteva la prosa. Erano degli spettacoli proprio stratosferici. Una domanda nasce spontanea: vorreste che ci fosse da parte di un media, una registrazione? Vorreste far parte di una piattaforma di teatro con questo lavoro? Pensate che possa bucare le menti, i cuori e i ricordi degli spettatori? Vi piacerebbe? Lo vorreste? Fareste di tutto per farlo, oppure deve rimanere una cosa fine a se stessa di questo vostro periodo della vita?

 

Lucia L.: Non lo so, nel senso che messo su una piattaforma forse non avrebbe la stessa efficacia che ha dal vivo. Però, magari anche solo per creare delle domande, potrebbe suscitare un effetto positivo. Le parole sono estremamente umane, estremamente reali e riscontrabili nel quotidiano. Perciò sì, penso che desterebbe un po’ di attenzione. Poi, comunque sicuramente non sarebbe la stessa cosa però…

 

Rosa Z.: A teatro siamo in diretto contatto, cioè ci guardiamo negli occhi, spettatori e attori. C’è poco da dire, noi vi guardiamo negli occhi. Voi ci avvertite? Dal palcoscenico si sentono gli sguardi? Ahimè, però le cerniere lampo delle borsette, i rumori delle carte delle caramelle, l’aprirsi delle bottiglie e delle lattine, i telefoni con gli squilli e le luci degli schermi. Come la pensate?

 

Ariella R.: Io sono un po’ sorda per fortuna.

 

Lucia L.: Bisognerebbe fare come nelle classi scolastiche, dove adesso i telefoni vengono consegnati.

 

Rosa Z.: Torno sempre sul fatto di come vi siete conosciute e quando. C’è stato un momento in cui avete detto a voi stesse: “con queste due sono a postissimo! Va benissimo, farò una cosa grandiosa”? C’è stato un momento in cui temevate di fare una scena anche imbarazzante?

 

Ariella R.: Non sono più imbarazzata, di solito, perché recito da tanti anni. Però ho sempre un’autocritica sfrenata, per cui ho sempre paura. Poi è molto importante conoscersi tra attori. Anche in scena si vede l’affiatamento.

 

Rosa Z.: Infatti io ho percepito la differenza dalla prima alla quattordicesima replica. Ho colto che siete più… più legate fra di voi, più complici.

 

Ariella R.: Però devo dire che Serena Sinigaglia ci ha dato, almeno mi ha dato, un po’ di tranquillità perché è stata lei proprio a sceglierci malgrado noi non ci conoscessimo. Ha scelto proprio pensando a chi siamo. Per anni ho lavorato con lei, poi uno stop perché mi diceva sempre di dover trovare il personaggio giusto per me. Questa volta è arrivato. Allora ero abbastanza serena. Però l’autocritica c’è sempre, se uno è fatto così. Poi ci sono quelli che invece non ce l’hanno per niente.

 

Rosa Z.: Chi è stato per ognuna di voi l’attore/attrice di riferimento che vi ha spinto, vi ha ispirato di più, vi ha mosso di più? Con chi avreste voluto recitare?

 

Maria A.: Mariangela Melato. Credo fin da ragazzina, quando ho visto lo spettacolo con Giorgio Gaber (n.d.r. “Il Caso Di Alessandro E Maria di Gaber-Luporini, Con: Mariangela Melato e Giorgio Gaber, Regia.: Giorgio Gaber – 1982) che poi ho avuto la fortuna di conoscere quando lui era direttore della Biennale di Venezia, dove ho recitato ne “La Vita È Sogno” di Pedro Calderón de La Barca con la regia di Massimo Castri. Penso che me lo ricorderò tutta la vita. Lui che veniva nei camerini e si complimentava con me. Avevo 23 anni. Ero una giovinetta. Questo a livello ideale.

Mariangela, secondo me, è una delle più grandi attrici che abbiamo avuto. Per tante cose, per me, per il pubblico. Ho lavorato, poi, parlando di attori della vecchia scuola, accanto a grandi, che mi hanno dato tantissimo, da Sergio Fantoni a Gianrico Tedeschi a Omero Antonutti. Di certo ne dimenticherò qualcuno. Però, per i miei gusti personali, la Melato è sicuramente il massimo. Mi piace avere lei come riferimento.

 

Ariella R.: Ma sai che in questo momento non te lo so dire, perché veramente mi si affolla la mente. Pensa che per caso, quando ho cominciato con lo Stabile, ho fatto uno spettacolo dove c’era anche Mariangela, però stava cominciando e non era nessuno. Era un Goldoni, adesso non mi ricordo. C’era anche Lino Toffolo. Mi ricordo che era una ragazza proprio giovane e si faceva da sola i vestiti (n.d.r. “Sior Tonin Bellagrazia (Il frappatore)” di Carlo Goldoni – Regia.: Giuseppe Maffioli con Giampiero Becherelli, Lino Toffolo, Bruno Slaviero, Mariangela Melato, Mimmo Lo Vecchio, Ariella Reggio, Gianfranco Saletta – 1966). Lei voleva arrivare. Diceva.: “io farò di tutto, studierò tanto, ma io ce la farò”. Ce l’ha fatta.

 

Lucia L.: Io ho dei nomi. Come grande mito, avrei voluto recitare con Anna Magnani. Maria tu no?

 

Maria A.: No, avrei voluto vederla, penso fosse molto dura.

 

Lucia L.: Eh, però, vederla in scena e recitare con lei, secondo me, doveva essere una notevole esperienza. Però, ho deciso di far l’attrice quando ho visto in scena Maria Paiato e Arianna Scommegna “In Due Donne Che Ballano” (n.d.r. di Josep M. Benet i Jornet, Regia.: Veronica Cruciani- 2015), in scena al Teatro Donizetti a Bergamo. Le vedi sul palcosceico ne dici: “ok, voglio fare anche io quel mestiere lì!”.

Come attore? Avrei voluto conoscere Giorgio Gaber.

 

Rosa Z.: Tu che canti poi… soprattutto quel teatro-canzone, quelle meraviglie che faceva, no? Adesso ce lo ripropone Neri Marcorè con la sua chiave. Grazie al cielo aiuta le nuove generazioni a comprenderlo. Gaber non è facile.

 

Maria A.: Secondo me lui e Dario Fo, un’altra figura che ho avuto la fortuna di conoscere attraverso delle masterclass che aveva fatto a scuola da noi, sono due persone non con dei percorsi accademici, diciamo, ordinari, ma con una cultura di fondo enorme. E chi ha cultura… sa bene quello che fa, è generoso verso gli altri. Ahimè non tutti sono così.

 

Ariella R.: Io amo gli attori inglesi.

 

Maria A.: Se usciamo dall’Italia, allora arrivano i nomi!

 

Rosa Z.: Volevo chiedervi. Quale scena in questa bellissima pièce vi ha dato un po’ più di imbarazzo all’inizio? Vi ha messo più ansia? Io ho un’idea per te, Lucia.: quella in cui ti accasci sulle cosce della mamma, gesto meraviglioso.

È un momento di intimità tra di voi. L’avete fatto in maniera molto diversa tra la prima e la quattordicesima replica.

 

Ariella R.: Io che sono in scena ferma lì, mi commuovo ogni volta.

 

Lucia L.: La battuta imbarazzante per Ariella? “Pisciarsi addosso”?

 

Ariella R.: No, ho imparato con me stessa, non con voi!

 

Maria A.: Io non so se te lo dico, Ariella. Perché una volta, mentre facevamo le prime prove, ci dicevamo entrambe che questo spettacolo, dato che comunque tocca delle cose anche del nostro privato, è come fare una seduta psicoanalitica. Per cui ognuno ha le sue paranoie. Io ho le valigie da abbandonare. Cerco sempre di non piangere. Invece non ce la faccio. Io, come attrice, cerco di non emozionarmi.

 

Rosa Z.: Ma per fortuna che ti emozioni!

 

Maria A.: Comunque non lo dico. Forse alla fine della tournée… Non è d’imbarazzo, però è una sensazione forte, e difficile. Cioè, secondo me Ariella, dopo hai accettato la battuta finale.

 

Lucia L.: Diciamo di sì.

 

Ariella R.: È vero, non è facile. Ad una certa età non è facile.

 

Maria A.: Ma al di là dell’età non è facile.

 

Ariella R.: Sto cercando di farlo più semplice.

 

Maria A.: Può essere retorica, può essere toccante, può essere un tabù, può essere…

 

Ariella R.: Questo testo è bello per questo, perché ogni sera cerchiamo di metterci un po’ del nostro.

 

Rosa Z.: Quindi conoscendovi meglio c’è sempre più intimità e complicità. È perché avete introiettato talmente i personaggi che sono una parte di voi? Sarà facile dimenticare o impossibile o difficile dimenticare Vera, Carla e Beatrice?

 

Ariella R.: Sarà impossibile.

 

Maria A.: Perché dobbiamo dimenticarli? Secondo me la cosa bella dei personaggi è di superare il lutto dell’abbandono del personaggio stesso.

Poi ti forgiano le esperienze belle. Ma anche quelle brutte. Perché è molto utile fare anche degli spettacoli brutti, delle cose che non vanno. Molto utile. Imparare. Però i personaggi ti danno e ti aggiungono sempre qualcosa di più e in più, come un altro mattoncino di Lego alla tua cassetta degli attrezzi.

 

Rosa Z.: Ci sono dei momenti di improvvisazione in questa pièce?

 

Maria A.: Siamo molto precise anche perché la regia è molto precisa, lo spazio è estremamente essenziale, quindi siamo al centimetro, ad esempio, sulle posizioni. Io credo che la cosa bella è di essere assieme, volerci bene, anche nella vita, ma soprattutto sulla scena. Quindi volere il meglio l’una dell’altra è una cosa fondamentale. La cooperazione è rara, non la competizione.

 

Rosa Z.: Soprattutto fra tre donne?

 

Maria A.: Spezzerei una lancia in favore delle donne. Per certi aspetti hanno delle accoglienze che gli uomini, un po’ oberati dal proprio ego, non hanno. Però queste sono tre donne speciali sicuramente. Io mi tiro fuori, parlo delle mie colleghe. Manteniamo sempre un grado di scoperta per dare una freschezza al lavoro e al pubblico e ce lo diciamo. Io lo dico ad Ariella, lei dice: “oggi ho visto come hai fatto una cosa!”, e via così. Questo, secondo me, è vincente. Gli spettacoli si fanno insieme, non siamo tre entità separate. Questo lavoro in particolare ha anche una scrittura molto corale.

 

Rosa Z.: È un gioiello perché è perfetto nei tempi, nei testi, nella scelta delle attrici, nei dialoghi, nelle parole.

 

Ariella R.: Per me è stato un po’ particolare perché essendo a Trieste, conosciuta come attrice comica, per esempio, mi veniva da far ridere il pubblico.

 

Maria A.: Che comunque fai ridere ugualmente.

 

Ariella R.: Insomma, devo trattenermi dai tempi comici.

 

Rosa Z.: Vi è piaciuto debuttare su una scena piccola, diciamo così, dove c’è un palcoscenico che non è un palcoscenico, perché siamo tutti alla stessa altezza? Almeno quelli della prima fila sono proprio al vostro livello, senza uno scalino, senza qualcosa che vi elevi. Oppure avreste voluto la sala grande, nella sala Assicurazioni Generali?

 

Ariella R.: No, no, per niente. Deve essere uno spazio piccolo. Però non sappiamo quello che ci aspetta.

 

Rosa Z.: La tournée, quindi adesso inizia. Napoli, mi avete detto, in febbraio. E dopo Trieste?

 

Maria A.: Andiamo in Alto Adige, quindi facciamo Merano, Bolzano, perché è una coproduzione col teatro Stabile di Bolzano, poi qualche data in Friuli. Poi riprendiamo dopo Natale con Torino, al Teatro Gobetti, un teatro molto giusto per questo spettacolo. Poi Genova, Palermo, Siracusa, Catania e Barcellona, Spagna!

 

Rosa Z.: Che meraviglia. E come si siete arrivate a Barcellona?

 

Maria A.: Pensiamo all’interno di un festival, non lo so di preciso. Devo chiedere alla produzione.

.

Ariella R.: Ma appunto siamo molto curiose.

 

Maria A.: Ricordiamo e ringraziamo per le scene Andrea Belli.

 

Rosa Z.: L’unico uomo che si è tuffato in questo gineceo meraviglioso.

 

Maria A.: Ci sono anche le luci di Roberta Faiolo che sono appunto essenziali e ci obbligano anche a una precisione nelle posizioni quasi da danza a classica. Anche il suono è suo.

 

Ariella R.: Anche il suono che cambia a seconda dei pensieri.

 

Rosa Z.: Come vi sentite quando si apre il sipario?

 

Lucia L.: Male. Ogni volta è un’emozione enorme. Per me è difficile mantenere la calma. Anche se non dovrei comunque. Questo viaggio poi è talmente bello che ti dimentichi di te, stai con quello che c’è ed è meraviglioso abbandonarsi.

 

Rosa Z.: Il pubblico Triestino vi ha amate, naturalmente.

 

Ariella R.: devo dire di sì. Ero curiosa. Non è uno spettacolo semplice, bisogna ascoltarlo. Infatti Serena ha fatto questa scelta. Lei ama molto Trieste. Poi lei ha dato tutta la responsabilità alle attrici, non alle cose che si vedono, che si guardano, ai film, ai video. Tutto quello che oggi si usa nelle opere teatrali. Per questo è arrivato tanto, anche ai giovanissimi.

 

Rosa Z.: Qui a Trieste lo spettacolo è stato è molto connotato, associato principalmente, per non dire soltanto, alla storia dell’esodo Istro-Dalmato-Giuliano, è chiaro. Come dicevano Ariella e Maria, anche io non vedo l’ora di rappresentare lo spettacolo fuori Trieste, per avere il polso esatto della situazione. Perché qui a Trieste, purtroppo, ogni famiglia ha un ricordo. Forse è un appiglio?

 

Maria A.: Sì, diventa, diciamo, una metafora, se vogliamo metterla così.

 

Ariella R.: Un viaggio dentro se stessi. Verso il passato, per qualcuno. Verso il futuro, per le altre generazioni.

 

Maria A.: Verso quella che è l’azione anche del ricordare. Cosa ci serve del ricordo per il nostro futuro e per il presente? Che cosa è funzionale al e del ricordo? Cosa dobbiamo lasciare? Cosa dobbiamo prendere? Come ce lo trasmettiamo? Ha valore trasmetterlo? Il personaggio di Ariella decide di non voler trasmettere, poi a un certo punto lo fa, quando, paradossalmente in quel momento, parla di una bambina, “quella” bambina, e io capisco che è lei e lo capisco attraverso una cosa che non è così razionale.

 

Rosa Z.: Poi anche il paradosso della data di nascita.

 

Maria A.: Puoi non sapere la data di nascita di tua madre? Com’è possibile in Europa? Al giorno d’oggi? Eppure… Sai che ho conosciuto qualcuno? Sì. Veramente?

 

Ariella R.: Però dico anche un’altra frase importante: “lascia quello che devi”.

Secondo me, al futuro non dobbiamo portare le angosce, dobbiamo portare la storia com’è, perché la storia è certa. Non possiamo caricare il futuro di angoscia.

 

Rosa Z.: Posso chiedervi a conclusione di questo meraviglioso incontro, di lasciare un messaggio di cinque secondi ai vostri spettatori, giovani e non?

 

Maria A.: Abbiate il coraggio, quando siete a teatro, di lasciarvi andare, di chiudervi in quello spazio come in una bolla e di lasciarvi andare. Potete ascoltare, non ascoltare, pensare, ma sospendete un attimo il contatto col fuori. Secondo me qualcosa di bello arriva sempre, alla fine.

 

Rosa Z.: Ariella, tu che sei la nostra meravigliosa Nonna Vera e mitica attrice del mondo triestino e non?

 

Ariella R.: Il teatro è vita e quindi senza pubblico non c’è teatro. L’attore ha bisogno del pubblico, vi prego, venite ed ascoltate. L’ascolto è molto raro ormai.

 

Maria A.: Anche prendersi il tempo dell’ascolto. Facciamo tutto tanto velocemente…

 

Ariella R.: Prendersi il tempo dell’ascolto. Solo così comunichiamo.

 

Rosa Z.: I grandi spiriti comunicano (n.d.r. proverbio dei nativi americani, un tempo chiamati “indiani”).

 

Lucia L.: Io incoraggio tutti e tutte quante a lasciarsi andare, a cercare sempre, a sbagliare e a perdonarsi.

 

Rosa Z.: Non ho parole per ringraziarvi. È stata un momento bellissimo che aspettavo fin dalla sera della prima. Grazie infinite.

 

Improvvisamente la bolla in cui eravamo rinchiuse, dai suoni ovattati conditi dal profumo del caffè, del the, della cioccolata calda e pieni di sguardi dolci, complici e consapevoli, si è schiusa ed il tempo tiranno pieno di impegni ha rotto l’incantesimo.

Un incontro allegro, pieno di battute e di risate argentine. Pieno di “a presto” e “Ad maiora semper”.

Commozione vera, bella e profonda, così forte che ho dimenticato anche di fare una foto per ricordare questo momento magico delle “tre donne” (più una) perché avevo il cuore che batteva forte.

Ho visto queste tre figure intabarrate svanire al di là della porta di entrata del Caffè, mentre l’aria sembrava appannata.

Era solo colpa mia. Sono diventata agée e piango sempre.

 

Da Trieste per oggi è tutto.

 

Rosa Zammitto Schiller

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