I GRANDI DEL CINEMA ITALIANO. ALBERTO BEVILACQUA “Un uomo che vive da molti secoli”

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Donatella Baglivo: “Alberto, sei nato a Parma il 27 giugno 1934, quali sono i tuoi ricordi dell’infanzia?  Alberto Bevilacqua: “I miei primi ricordi sono quelli che cerco di evitare. Sono nato a Parma, che è sempre stata una città avanzata rispetto alla storia europea. Un quartiere era abitato dall’elite e l’altro era popolare, con poeti, intrattenitori, orefici, argentieri, musicisti, fatti venire da ogni parte d’Europa, venivano confinati nei borghi e nelle case povere.  Mia madre si chiama Lisa Cantadori, era gitana, viveva nel quartiere povero ma artisticamente geniale, dall’altra parte invece nobili, industriali e imprenditori.” D.B.: “Sappiamo che l’infanzia non si può cancellare…”  A.B.: “ Mio padre sposò mia madre rimasta incinta diciottenne, quando io avevo già quattro anni lei sparì da casa per un certo periodo, lui invece inseguiva le sue avventure e quindi io ero solo. Un mio parente si occupava di me, era campione del mondo di ciclismo, batté Coppi ad Amsterdam. Voglio raccontarti della mia adolescenza: Al liceo io e miei amici non eravamo mai invitati alle feste delle ragazze ricche perché eravamo considerati degli emarginati, poi ho cominciato a scrivere e a pubblicare a quindici anni. Morì uno scrittore che mi voleva molto bene: Mario Guidotti, responsabile del supplemento letterario della Gazzetta di Parma che viveva nella Parma Bene, io scrissi un articolo, che conservo ancora, molto toccante che vinse un premio. Quando mi presentai al liceo, si era saputo di questo premio internazionale. E allora tutti mi dicevano: “quando vieni da noi…?” e devo dire che -sarà bambinesco quello che dico- nacque un mio desiderio di vendetta.  Accettai il gioco e mi feci tutte queste ragazze, è stupido però si soffre molto quando si è  respinti, così ho conosciuto la peggiore femminilità. Mia madre era figlia di una donna capopopolo, faceva discorsi nelle piazze, mio padre era un campione di volo. Insomma ero un figlio conteso… avrei preferito non viverla quella infanzia.” D.B.: “Tua mamma l’hai più vista?” A.B.: “Sì, mia madre sta bene, ho combattuto tutta una vita perché stesse bene. D.B.: “Ti sono mancati molto i tuoi genitori? Mio padre, aviatore acrobata dell’aria,  la  prima volta che mi fece montare su un aereo mi portò nel cielo e mi disse: ecco questo è il mistero, in quel momento l’aereo si capovolse perché lui era un acrobata e io vidi il cielo sotto e la città sopra… e poi mi diceva: andiamo a Parigi e mi portava a Parigi.” D.B.: Hai qualche ricordo della guerra?  A.B.: “Sì, ne ho… atroci, in quelle zone emiliane c’erano truppe che avevano la tecnica raffinatissima della crudeltà. D.B.: “Che cos’è ancora oggi il fascismo?” A.B.: “Il fascismo è stato un’esperienza storica che ha avuto Mussolini e Balbo. La complessità dell’esperienza del fascismo è stata studiata da vari punti di vista ma credo che debba essere studiata ancora per arrivare a capire questo momento tragico dell’Europa confrontando l’esperienza di Franco, di Hitler e di Mussolini.”  D.B.: “C’è stato un momento in cui ti sei accorto che la tua vita era scrivere?”  A.B.: “La mia vita era raccontare, infatti la mia prima collaborazione che mi diede un po’ di soldi, fu quella di aiutare a fare un libro che uscì con Einaudi: “Autobiografie della leggera”. A tredici anni quando scrissi la prima poesia, feci anche un illecito perché questo mio parente, il ciclista, era stato in un campo di concentramento e allora a un concorso di ex soldati del giornale per reduci, in cui si invitavano tutti i sopravvissuti a raccontare le loro storie, io raccontai quella di mio zio firmandola col suo nome e iscrivendola, io vinsi.  Andai a ritirare il premio con questo corridore ciclista.  D.B.: “Alberto, nel ’55 giovanissimo, Leonardo Sciascia ti fa pubblicare la tua prima raccolta di racconti, “Polvere sull’erba”, come avviene l’incontro con questo scrittore?”  A.B.: Colombi Guidotti mandò questi racconti a mia insaputa a Sciascia, anche qui voglio raccontarti un aneddoto che pesa sulla mia vita, cioè: in una notte di carnevale M. Colombi mi chiese di accompagnarlo ad una festa sul Po e… c’è un lato della mia esistenza che possiamo definire sensitivo, gli dissi: io non vengo. E lui andò con un altro, tornando si schiantò e morì. I racconti rimangono nelle mani di Sciascia. Un giorno, io abitavo in questa casa povera, senza telefono, entro e mia madre mi dice: c’è un signore vestito di nero che aspetta in cucina e che non parla mai. Entro ed era Sciascia che era venuto a cercarmi per dirmi che i miei racconti gli erano piaciuti e me li avrebbe pubblicati.” D.B.: “Dalla letteratura al cinema come è avvenuto il passaggio?”  A.B.: “ Da ragazzo ero molto legato a Zavattini che era di Luzzana vicino Parma, lesse questi racconti e mi disse:” ma perché non fai qualcosa sul cinema?” e decidemmo di fare “Po’”, un piccolo film, ma il vero passaggio avviene in un altro modo, feci una recensione su una delle riviste letterarie importanti con le quali collaborava anche Luigi Zampa che mi volle conoscere. Mi fece provare a fare la regia e così cominciai.”  D.B.: “Dal romanzo al set, realizzi “La Califfa” del 1970, “Questa specie d’amore” del 1972, “GialloParma” e altri lungometraggi: cosa cambia dell’opera in questo percorso?”  A.B.: “Io non credo che si possa trasferire un romanzo in film, è assurdo, i tempi sono diversi è diversa la concezione del tempo.”  D.B.: “Tu ti senti più scrittore o regista?”  A.B.: “Il regista non è mai esistito, deve avere due madri: la ragione e la mente e allora diventa un narratore saggistico. Io sono un poeta e quindi la narrativa nasce dalla poesia.”  D.B.:  “Quando possiamo dire che uno è poeta?” A.B.: “Non si può dire, perché la poesia è la vocazione meno definibile che esista, è un meccanismo, credo, che la natura fin dai tempi dei primordi, ha messo dentro l’individuo. Io della poesia non sapevo niente, non ci pensavo a tredici anni poi, il giorno in cui sono stato chiamato alla cattedra dall’insegnante, improvvisamente mi sono fermato e mi sono venuti dei versi che io riporto in tutti i miei libri.”  D.B.: “Tu sei narratore, hai pubblicato 42 romanzi e racconti, sei poeta, hai pubblicato 14 raccolte di poesie, sei regista, hai scritto 9 sceneggiature e sceneggiato e diretto 8 film, ed infine giornalista, come si influenzano reciprocamente queste quattro forme d’arte?” A.B.:  “Non s’influenzano, l’origine è una sola cioè il poeta, il poeta che così ha delle intuizioni che io ho definito “messaggi segreti”. Anche quando facevo un reportage in Congo durante la guerra, c’era sempre questa vena poetica che contraddistingueva le cose che scrivevo.” D.B.: “Quando un’opera può essere considerata arte, secondo te?” A.B.: “L’arte è tale se diventa poesia: se riesce a raggiungere chi ascolta, quando è musica, chi vede quando è cinema, e chi legge quando è pagina scritta, cioè quando attraverso delle emozioni, innanzi tutto, fa dire al ricevente: questa cosa l’ho sentita anch’io.” D.B.: “Che cos’è il potere per te?” A.B.: “il potere oggi ha un’accezione economica e poi esistono i poteri che sono sempre esistiti, i poteri di chi non ama, i poteri di chi non ha rispetto per gli altri, il potere che un uomo può esercitare su una donna.” D.B.:  “Tu ami stare da solo o in compagnia?” A.B.:  “io sono sempre stato combattuto tra una solitudine di carattere visionario, perché fin da bambino avevo delle visioni ad occhi aperti e una solitudine diciamo per ripicca, ecco, quando sono deluso da certe cose allora la solitudine m’accompagna”. D.B.:  “Ti stimi?” A.B.: “La stima è come la felicità, è un sentimento che non ha connotazione. Cioè, la parola stimare non l’ho mai identificata, ecco, Rossellini, io, non è che lo stimassi, mi identificavo in lui. anche nei suoi errori.  Mi identifico in me stesso, non vorrei essere un altro, ecco, questo voglio dire.” D.B.: “Che rapporti hai con gli animali, specialmente con il gatto che deve essere molto importante nella tua vita…”  A.B.: “Io ho scritto un romanzo che vinse il premio Strega cioè la storia di un uomo che si batte con la società, ha molte delusioni ma l’unico che non lo tradisce mai (è il gatto).  Io ho avuto un gatto a cui devo essere molto riconoscente e anche un cane, quello del libro. Il mio amico me lo trovai tra i piedi una notte tutto sgangherato e non mi lasciava, non c’era verso, anzi fiutò l’ingresso di casa ed entrò e mi fu sempre vicino.  D.B.: “Spesso mi hai detto: “io sono sensitivo”. Perché ti definisci così?” A.B.: “E’ una storia lunga che ho scritto ne

“I sensi incantati”. La sensitività è un potere intuitivo che viene spinto al massimo e che capta le cose prima che accadranno, capta tutto e bisogna cercare di respingerlo perché può portare a cose molto brutte.”  D.B.: “credi in Dio?”  A.B.: “Io certamente non posso non credere in Dio, i miei studi sono di cosmologia, ti accorgi che non può non esistere una entità creatrice, a cui l’uomo però ha dato delle forme antropomorfiche, e lì ha sbagliato.” D.B.: “C’è un autore che ami in modo particolare?”  A.B.: “Si, certo, di contemporanei oppure assoluto?…”  D.B.: “Assoluto”. A.B.: “Beh, assoluto è l’Ariosto, sono nato nella terra dell’Ariosto, lo considero forse il più grande genio della letteratura, c’è tutto nell’Ariosto e tra gli autori del secolo ovviamente Celine, no? Voyage au bout de la nuit, viaggio al termine della notte mi sembra il romanzo che più capisce della nostra vita, anche futura.” D.B. “Sei mai stato innamorato, una grande storia d’amore come l’hai vissuta?” A.B.: “Storie d’amore certamente… I legami amorosi sono di varia tonalità. Dire: “le storie d’amore non durano”, è una stupidaggine, le storie d’amore che hai con una donna durano a seconda della tonalità energetica che sta nell’individuo.” Voglio dire: ”Io ti amo” non significa più niente, “ti sento” magari è più importante, l’amore è un incontro genetico molto raro fra un uomo e una donna che hanno la stessa caratura genetica, la stessa formazione quasi cellulare… l’amore è un concetto musicale.”   D.B.: “Il corpo è un tema ricorrente in tutte le tue opere, che cosa rappresenta il corpo per te?” A.B.: “Il corpo è la base che scatena la tua vitalità, non la scatena soltanto perché tu sei vitale, il corpo io lo considero il punto di partenza, anche perché scrivere e inventare nasce dallo stesso punto del cervello, ma è vista anche come espressione di tutto quello che noi abbiamo dentro.” D.B.: Ma che cos’è l’erotismo per te?”  A.B.:  “L’erotismo è l’arte di usare il corpo, di usare la sensualità e la sessualità per dare piacere alla donna  e l’uomo prova piacere attraverso il piacere che dà alla donna. Io credo che sia una concezione questa, orientale, strepitosa, opposta a quella europea dove molto spesso l’uomo bada solo a se stesso. L’orgasmo femminile per me è uno dei miracoli più grandi della natura.” D.B.: “Un altro tema che ricorre spesso nelle tue opere sono le puttane…”A.B.: “Il concetto di puttana è un concetto innanzitutto non attribuibile -diciamo così- unicamente alla donna, ci sono uomini puttana che sono terribili. La mia vita io l’ho conosciuta attraverso le donne di questo tipo. Mio padre fu epurato ingiustamente e ci privarono di tutto e finimmo in una casa orribile dove c’erano case di tolleranza intorno, è proprio in questo ghetto, che da queste donne ho avuto una protezione, un aiuto, una comprensione straordinarie e quindi non credo al concetto di puttana, credo al concetto di ipocrita, di ipocrisia sessuale, l’uso del sesso per arrivare ad altro.” D.B.: “Cosa pensi della critica cinematografica?” A.B.: “penso che la critica cinematografica sia influenzata in molti casi dai luoghi comuni, anche Pasolini dovette lottare come un leone per accreditare il fatto che da scrittore era diventato regista. anche se per me non esiste né la parola scrittore, né la parola regista, era un narratore e basta, perché è così: sei scrittore, rimani scrittore, non invadere altri campi. Alcuni hanno la protervia di chi dice: adesso io ho in pugno l’esito della vita di un autore. Hanno la malvagità, spesso, di distruggere un’opera, sì potrei fare dei nomi ma non lo faccio…”. Il rapporto di Bevilacqua con la critica però non è dei peggiori, alla luce dei premi che ha ricevuto: due Strega, due Campiello e tanti altri. D.B.: “Quali sono le tue paure?” A.B.: “La paura giusta e sacrosanta è quella della morte, per il resto non ho paura”. D.B.: “Che rapporto hai adesso con la tua terra?” A.B.: “Certamente vado a Parma a trovare mio padre e mia madre… è un lapsus doloroso, mio padre è morto, comunque vado a trovare mia madre, mia sorella, i miei nipoti. D.B.: “Tu sei felice oggi?” A.B.: “No no io non voglio essere felice, per carità! La felicità è la soddisfazione. Una scrittrice che io non ho molto amato, la Ginzburg scrisse a proposito di Bassani che aveva pubblicato un libro di poesie verso la fine della sua attività e disse che la soddisfazione blocca la creatività, questa è una delle poche cose che amo della Ginzburg.” D.B.: “Tu hai mai avuto delle delusioni?” A.B.: “Le delusioni sono così diverse, dal piano sentimentale a quello del lavoro, ma secondo me sono stato deluso in partenza, in un mondo così violento, già da ragazzo” D.B.: “Credi che ci possa essere ancora un futuro migliore?”  A.B.: “Io non amo il duemila, prima di tutto perché è il millennio che mi vedrà morire e secondo perché credo che ci saranno passaggi di estrema difficoltà, prima c’erano gli stati adesso c’è l’antistato, la malavita ha assunto un’importanza enorme no? E quindi cosa avverrà in Russia? cosa avverrà in altri paesi?” D.B.: “Un messaggio da un uomo di cultura che un domani potremo dire: “lo ha detto Alberto Bevilacqua”.” A.B.: “I messaggi sono difficili, i messaggi stanno nelle poesie ma forse un messaggio è racchiuso nel Corriere della Sera. Ho scritto questa poesia che è stata pubblicata proprio questi giorni. D.B.: “Ce la puoi leggere?” A.B.: “Sì, la leggo perché c’è un messaggio se così si può dire… si chiama “Dediche”: -ancora giorno non e’, ma notte non piu’, nell’ora del lampo cinerino dell’albatro, nella profondita’ viola dovresti fidarti mia patria disamorata, porto in me la tua dolente devozione di una piaga. Ecco, fidarsi, fidarsi di qualcuno che da un po’ di poesia, fidarsi di se’ stessi perche’ questo e’ male, non ci fidiamo più’ neanche di noi stessi e cercare di aumentare il numero delle persone di cui fidarsi, fidarsi della donna con cui stai perché l’italia si fidi di se’ stessa è difficile ma il messaggio è questo.- Bevilacqua ci lasciò a Roma il 9 settembre 2013 a 79 anni. Il funerale fu celebrato la mattina del 14 settembre nella Chiesa degli artisti a Roma. È sepolto nel cimitero della Villetta a Parma.

Donatella Baglivo    

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