di Tommaso Chimenti
Barcellona è un alveare di quadrilateri tagliati da una diagonale, è la simmetria razionale con quella follia dadaista estetica e funzionale. Così il suo teatro fatto di classicità e gioia, titoli senza tempo e musical, teatro di parola ma anche performance. Precisione e sregolatezza, testo e azione. Una città teatro e una città teatrale con decine di sale ufficiali affiancate da una moltitudine di spazi nei vari quartieri limitrofi. Ad ognuno il suo pubblico. Abbiamo assistito al Gran Galà del Flamenco all’immenso e magnificente Palau de la Musica come alla piece ironica “Avui no plorarè” al Teatro Goya ma qui parleremo di “De l’Amistad” visto alla Sala Beckett (l’iconica facciata scrostata, le finestre rosse e al piano terra il suo tipico ristorante scenografico collegato) nel quartiere Poblenou e di “Goteborg” visto al Teatro La Villarroel nel rione Les Corts con i suoi due riconoscibili cubi illuminati all’esterno. “Sull’amicizia” del Collettivo residenziale Las Huecas (molto agguerrite e battagliere e pasionarie) è un titolo un po’ semplicistico e secondo noi fuorviante per quello che poi abbiamo visto in scena. Perché effettivamente inizia come uno spettacolo realizzato da quattro ragazze (poi saranno otto sul palco alla fine) senza molte pretese: il teatro nel teatro, le prove, il dentro e fuori dalla parte, essere se stesse e contemporaneamente anche attrici. Tutto già visto. Parlano di come far funzionare lo spettacolo, delle difficoltà incontrate a gestire i rapporti personali all’interno di un contesto lavorativo-creativo, gli esercizi classici di riscaldamento. Tutto già preordinato, prevedibile, assopente. Fin quando non arriva il gancio, la molla, quel quid che ti fa drizzare sulla poltroncina rossa mentre stavi scivolando verso il torpore: dal grande sipario sul fondale escono altre quattro ragazze molto rassomiglianti alle quattro precedentemente viste. Adesso, vestite anche in maniera analoga, stanno le une davanti alle altre in una sorta di sdoppiamento e specchio abbastanza straniante per chi sta assistendo a questa deformazione, a questa moltiplicazione, a questo raddoppiare carico di senso e significati. Adesso non sappiamo più quali erano le originali e chi invece è il suo doppio, chi era in scena dall’inizio e chi è il suo clone. Si scambiano di ruolo, si spostano, ripetono le battute, chi è vero e chi è falso, dove sta la verità, chi emula chi, chi è l’ombra di chi. A due a due (ci sono sovvenute alla mente le gemelline di “Shining”), di fronte, siamo davanti ad uno spettacolo che sta diventando pirotecnico, stupefacente, visionario, eclettico, caleidoscopico, infiammabile. Si azzuffano in slow motion, quasi cartoon circensi, ognuna uccide il suo doppio e ne prende il posto (come in “Psycho”) senza riuscire a cogliere se sia sopravvissuto il modello primario o la successiva sostituzione. Vedersi sopra il proprio cadavere è un’immagine che ci ha colpito in profondità. Ma non finisce qua perché la moltiplicazione è appena iniziata: dalle due del grande quadro precedente adesso prima in tre poi in quattro poi alla fine tutte e otto si presentano (in un processo metabolico che ci ha ricordato la propagazione incontrollata dei Gremlins) con la maglia rossa e i pantaloni blu e la parrucca da Slash, il chitarrista dei Guns ‘N Roses. E’ alquanto scioccante e d’impatto il momento. Poi, continuando a giocare e scavare sul tema dell’identità, si scambiano i vestiti diventando ibridi di quelle che erano miscelate con abiti e vestiti delle compagne. Chi siamo? Possiamo dire che siamo noi stessi e che siamo originali quando siamo sempre modificabili e siamo il prodotto di tutto quello che abbiamo visto, sentito, mangiato, letto, ascoltato? Ogni cosa o persona con la quale entriamo in contatto ci cambia, ci sposta, ci influenza, ci fa diventare altro o semplicemente ci fa sempre più diventare chi siamo e chi saremo. La palla finale, gomitolo gigantesco informe, dalle fattezze simili alla Terra, ma potrebbe essere anche una cellula del corpo umano, è una valanga che tutto trascina e porta con sé perché siamo, tutti insieme, fatti della stessa materia dei sogni, e siamo, tutti inesorabilmente, collegati, uniti e non possiamo più ragionare a compartimenti stagni (e stagnanti). Queste ragazze hanno energia, da direzionare certo, ma è comunque un buon punto di partenza.
Dalla caliente penisola spagnola a “Goteborg” il passo è lungo, tortuoso come queste scatole cinesi concentriche che si aprono misteriosamente creando un mosaico di intenzioni e possibilità, occasioni e ricordi che si sovrappongono, scardinano, esplodono. Innanzitutto la disposizione della doppia gradinata (noi guardiamo le emozioni e le espressioni sulle facce e negli occhi degli spettatori davanti a noi come in uno specchio) che lascia una lingua di palcoscenico al centro dove in un interno borghese agisce una coppia di mezza età, sui cinquanta. Siamo voyeur di un thriller che si dipana a tinte leggere davanti ai nostri occhi che sbirciano morbosi dal buco della serratura. Anzi siamo nell’appartamento del protagonista che beatamente si gode la banalità del relax casalingo senza aspettare alcuna visita. Alla porta invece, è sempre così, il campanello preannuncia guai perché lì davanti si presenta una donna coetanea che dapprima non riconosce per poi vedere nelle sue fattezze e nei suoi tratti un giovane amore di ben trentadue anni prima, ovvero di quando era(no) diciottenni. La sorpresa e le buone maniere lasciano ben presto il posto all’intrigo che pian piano si sta facendo più ingombrante: chi è questa donna, perché lo ha ricercato adesso, che cosa vuole da lui. La donna, Paula, si è fatta viva adesso dopo tutto questo tempo perché voleva parlare dell’ultima volta che si erano visti, appunto nella città svedese (erano andati per assistere al concerto dei Depeche Mode dei quali era fan la ragazza e non lui), da qui il titolo dello spettacolo, appunto oltre trent’anni prima. L’uomo, Sergi, è incredulo poi affranto poi intimidito infine arrabbiato. Paula ha un diario con sé e mentre comincia a sfogliare le pagine da lei scritte decenni prima emergono, come da un sogno, come dal passato, come da un’altra dimensione sepolta e nascosta nell’ipofisi, i loro stessi quando si frequentavano, quando si piacevano. Nello stesso spazio e nello stesso tempo adesso convivono il Sergi e la Paula cinquantenne come il Sergi (somiglia a Harry Potter) e la Paula (ci ha ricordato Avril Lavigne) diciottenni e quando parla una dimensione l’altra si blocca, si stoppa e viceversa. Solo i loro stessi adulti possono guardare i ragazzi. Si aprono i ricordi e come detective a ritroso nella loro breve e lontana storia passata indagano alla ricerca del dettaglio, del cavillo, del particolare per accedere alla cassaforte, alla spiegazione, alla soluzione del perché non si sono più visti né parlati. La nostalgia ha il suo bel da fare: il ragazzo era innamorato perso mentre la ragazza era più sognatrice e non voleva impegnarsi in una storia ma voleva vivere il presente giorno per giorno senza organizzare né preordinare il suo futuro. Era stata Paula da ragazza a rifiutare Sergi che aveva subito una fortissima delusione amorosa. E’ una storia da Sliding Doors mixata con Ritorno al Futuro dove si ride e ci si commuove. Sì perché la spiegazione del motivo per il quale lei sia tornata a fare i conti con lui e con il passato è perché non si ricorda più molte cose del passato perché ha un male incurabile e forse vuole far pace con le scelte sbagliate e rimettere le cose a posto, chiedere scusa, andarsene leggera. E allora ora sono gli adulti, come registi fuori scena, che consigliano ai ragazzi che erano, nella dimensione temporale di allora, come comportarsi, limando le differenze per non arrivare alla rottura che si era verificata forse per cercare di cambiare il corso delle cose e modificare le azioni mentre proprio “Walking in my shoes” dei Depeche Mode, il mettersi nei panni dell’altro, frigge sul piatto e apre una finestra rasserenata all’odio, al dolore, per tutti quelli che non si sono visti più senza neanche ricordarsi il perché. Forse perché un vero perché non c’era.

