Il nuovo disco di Hesanobody è uno di quei lavori che mettono in crisi chi ascolta con l’istinto — ormai automatico — di incasellare, confrontare, etichettare. Non perché manchino riferimenti o suggestioni riconoscibili, ma perché ogni possibile appiglio viene subito spostato, contaminato, rimesso in discussione. È un album che sembra muoversi per sottrazione di coordinate: non ha un genere preciso, non appartiene davvero a una scena, non risponde alle dinamiche più prevedibili del songwriting contemporaneo. E proprio per questo, oggi, rischia di restare ai margini.
Dentro il disco convivono elettronica obliqua, tensioni rock mai del tutto risolte, aperture melodiche che sembrano voler emergere per poi ritrarsi, atmosfere cinematiche più accennate che dichiarate. Ma ogni volta che un elemento sembra prendere il sopravvento, Hesanobody lo frena, lo piega, lo lascia incompiuto. Il risultato non è un collage disordinato, bensì un equilibrio instabile ma consapevole, che rifiuta la comfort zone del genere come forma di protezione o di marketing.
Questa scelta, tuttavia, ha un prezzo. In un panorama musicale sempre più guidato da algoritmi, playlist e parole-chiave, un disco che non “suona come qualcosa” fatica inevitabilmente a trovare spazio. Non è abbastanza definito per diventare manifesto, né abbastanza accomodante da funzionare come sottofondo. Chiede attenzione, tempo, una disponibilità all’ascolto che oggi non è scontata. Ed è forse qui che si gioca la sua sfida più grande: non tanto nel proporre un linguaggio nuovo, quanto nel rifiutare di semplificarlo.
Hesanobody sembra accettare questa condizione liminale, lavorando su un’identità sonora che non cerca l’impatto immediato ma la persistenza. È un disco che non si impone, ma resta; che non cerca l’adesione, ma la frizione. E se da un lato questo lo rende difficile da raccontare e da promuovere, dall’altro lo colloca in una dimensione più rara: quella delle opere che non chiedono di essere capite subito, né di piacere a tutti.
In un’epoca ossessionata dalla definizione, questo album sceglie deliberatamente l’indeterminatezza. Una scelta rischiosa, forse penalizzante, ma anche profondamente coerente. Perché se è vero che non stare in nessuna casella rende più difficile emergere, è altrettanto vero che permette, a chi ascolta davvero, di incontrare qualcosa che non assomiglia a nient’altro.
Luca Vettoretti

