di Tommaso Chimenti
Questo articolo sarà necessariamente retorico e personale. Lo scrivo con gli occhi lucidi che mi fanno vedere appannato e opaco lo schermo luminoso. Scriverò queste poche righe di getto. La notizia mi arriva come un pugno: Giancarlo Cauteruccio se n’è andato. Devo ammettere che non sapevo che stava male. La moglie Anna me lo aveva comunicato proprio il giorno prima ed ero caduto dalle nuvole. Se ne era andato da quella Firenze che lo aveva accolto, da quella Scandicci dove aveva dimostrato le sue doti di regista, di attore, di organizzatore, di “politico”. Uomo rispettato in ogni sede, persona che sapeva parlare più lessici e più alfabeti mettendosi in ascolto, mai arrogante o presuntuoso ma sempre con quel lato sornione e caldo, quella voce inconfondibile, quel suo incedere, quel suo spiegare senza pedanteria, quella sua voglia di stare connesso alla realtà senza pregiudizi. A Scandicci ho scoperto il teatro perché il Maestro Cauteruccio lì, in quell’avamposto di cultura, quando era ancora considerata periferia perché non ci arrivava la tramvia, portava quei fenomeni teatrali che sarebbero poco dopo esplosi a livello nazionale. Lì ho visto per la prima volta i Ricci Forte come Emma Dante, Saverio La Ruina e molti altri. Nomi sconosciuti ma che Giancarlo aveva individuato capendone il potenziale, aveva visto e seguito, intercettato.
A Scandicci, grazie a lui, si muoveva qualcosa, c’era energia positiva ed elettricità, c’era fermento e adrenalina, c’era una comunità di ragazzi, di universitari che dopo lo spettacolo si fermavano sotto la pensilina per ore, tra una sigaretta e l’altra guardando il viale vuoto e buio, a parlare di quello che avevano appena visto, delle dinamiche, della sorpresa, delle novità, degli attori con gli attori. Il Teatro di Scandicci (la sede dei suoi Krypton) che poi colpevolmente lo aveva lasciato partire perché inglobato dal gigante del Teatro della Pergola, come il Niccolini, come l’Era, adesso come Rifredi (ma questo è un altro discorso e un altro capitolo). Uno smacco quello che lo aveva provato come artista e come uomo, che aveva minato le sue certezze, lo aveva colpito e affondato. E Firenze che lo ha lasciato partire alla volta della sua Calabria, che non lo ha saputo trattenere né fermare con nessun progetto, che non ha trovato il modo per valorizzare la sua esperienza, la tua visione, la sua tenacia. Mi ricordo un ultimo dell’anno nella sua casa scandiccese come un altro 31 dicembre nel suo appartamento in piazza Sant’Ambrogio e me li ricordo come memorabili perché erano momenti innervati di simpatia e intelligenza, di accoglienza, di vicinanza, di parole e discorsi densi di umanità e vitalità. Mi ricordo “Picchì mi guardi si tu si masculu” come “Panza, Crianza Ricordanza” e ancora “Mi fa fame” e le sue messinscene beckettiane come il “Trittico” o “L’ultimo nastro di Krapp”.
Impossibile dimenticare quei suoi spettacoli, impossibile scordarlo. Giancarlo lentamente ha cominciato a morire quando la sua creatura, il Teatro Studio, ha smesso di esistere, glielo hanno portato via. E un po’ siamo morti anche noi, post adolescenti perenni orfani di uno spazio ma anche di un modo di vedere le cose, di una possibilità laterale di immaginare, di pensare, di sognare, che non abbiamo più trovato un simile luogo che potesse essere scambio di idee e ricambio osmotico di ossigeno. Mi ricordo la sua passione per la cucina e quell’idea-sogno nel cassetto di aprire un giorno un ristorante sopra il teatro. Scandicci ha iniziato la sua trasformazione in quegli anni lì dove da Firenze la gente si muoveva per andare a vedere quello che non aveva mai visto, per sentire quello che non aveva mai sentito. Firenze lo ha trattato bene? Non lo so, forse non con il dovuto rispetto e con l’attenzione che meritava visto che ad un certo punto Cauteruccio è sembrato essere ingombrante per le nuove politiche e i nuovi assetti culturali cittadini. Un rimpianto il suo “esilio”, il suo ritorno a casa lontano da tutto quello che aveva creato e costruito, con fatica e creatività, dagli anni ’80 fino a pochi anni fa. Molti gli devono qualcosa ma la riconoscenza non è di questo mondo. E ancora, molti lo ricorderanno adesso ma quando avrebbero potuto fare qualcosa non è stato mosso un dito. Giancarlo avrebbe soltanto voluto uno spazio da dirigere nella “sua” Firenze. Non mi sembrava un sogno utopico. Ripeto, la storia artistica di Giancarlo Cauteruccio era pesante e scomoda ed è stato più facile togliergli la terra sotto i piedi perché certamente non era un tipo addomesticabile o facilmente ammansibile né zittibile. Era un Maestro, di quelli che vedevano le cose prima degli altri. Ma è sempre più semplice piangere dopo che cercare di fare qualcosa prima. Ciao Giancarlo.



