“La gatta sul tetto che scotta” di Tennessee Williams: le eterne verità nascoste e inconfessabili dell’umanità

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Il 2026 del Politeama Rossetti di Trieste, Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, continua alla grande: dall’8 all’11 gennaio è andato in scena il dramma “La gatta sul tetto che scotta” di Tennessee Williams.

“Ora torno a Williams per lasciare Čechov senza lasciarlo” dichiara il regista Leonardo Lidi, affermato e premiato artista che coniuga il suo impegno attoriale e registico a teatro, con quello sul grande e piccolo schermo. Dal 2022 ha portato in scena tre capolavori cechoviani tutti presentati a Spoleto – Festival dei Due Mondi (“Il gabbiano. Progetto Čechov – prima tappa” di Anton Čechov – 2022); “Zio Vanja. Progetto Čechov – seconda tappa” di Anton Čechov- 2023; “Il giardino dei ciliegi. Progetto Čechov – terza tappa” di Anton Čechov – 2024) e, affrontando ora “La gatta sul tetto che scotta”, intravede la connessione tra i due autori attraverso la parola che più amiamo e che, al tempo stesso, ci fa terrore: ”Famiglia”. “Credo che sia l’autore più utile a comprendere l’importanza dell’analisi della società attraverso la lente famigliare. Williams utilizza il ridicolo (e quindi ecco il perché dei miei clown tristi) per raccontare la tradizionale famiglia americana del Sud, la sua incapacità di avanzare, ferma in un ricordo, pronta a distruggere pulsioni sessuali “nocive” e a nascondere tutta la polvere della società occidentale sotto il tappeto” (Leonardo Lidi).

I Pollitt (o meglio il Vecchio Pollit), sono proprietari di piantagioni di cotone del Sud degli Stati Uniti, nel fertilissimo Delta del Mississippi, famiglia molto benestante che affronta la morte imminente del padre, Big Daddy, self made man, padre-padrone assoluto, gravemente malato. Durante il suo compleanno, la famiglia manifesta tutto il proprio malessere, rivelando avidità, falsità, disprezzo, ipocrisia e segreti. Maggie ama Brick, il secondogenito (ex campione di football e radiocronista sportivo), che è distante, frustrato e alcolizzato. Gooper (il primogenito, avvocato di Memphis) e Mae, genitori di numerosi e vivacissimi figli, cercano presuntuosamente e subdolamente di approfittare della situazione nonché dell’eredità. Maggie si sente come “una gatta su un tetto che scotta” (ovverossia in una situazione rovente e pericolosa dalla quale vorrebbe scappare ma non può e non vuole) e accusa Brick di essere diventato alcolista a causa del suicidio del suo amico Skipper, con cui lei presume avesse una relazione omosessuale e non soltanto amicale. Brick non vuole e non può affrontare lucidamente il suo dolore e la sua sessualità. Big Mama, stufa di assistere al disprezzo reciproco dei figli e del marito nei suoi confronti, è consapevole della situazione e cerca di prenderla in mano: dopo decenni di sottomissione e a seguito dell’abbattersi di questa tempesta familiare, cerca di imporsi, mentre Maggie, fingendo di essere incinta, spera di trasformare questa bugia in realtà, al fine di sedare e pacificare l’animo del suo uomo e invita Brick a riavvicinarsi e a “collaborare”.

Il regista Leonardo Lidi ci dà la sua lettura dell’opera: “è un testo che, film a parte, non ha avuto grande fortuna in Italia, forse proprio per le controversie attorno al copione”, spiega il regista nelle sue note. “Williams, infatti, furibondo con i suoi contemporanei che l’hanno messo in scena e portato a Hollywood, tradendo totalmente il messaggio e la natura del testo, decise di riscriverlo in una versione incontrastabile, una versione cruda, piena di volgarità e accuse, per dipingere il ridicolo “presepe vivente” che lo feriva tanto. È un testo che grida vendetta e anche verità”.

La prima italiana, punto di riferimento storico fondamentale per la diffusione del testo in Italia, è stata rappresentata relativamente poco tempo dopo la stesura (che è del 1955), il 18 gennaio 1958 al Teatro Manzoni di Milano per la regia del francese Raymond Rouleau, con Gabriele Ferzetti (Brick), Lea Padovani (Maggie), Gino Cervi (Big Daddy).

Altra realizzazione degna di nota, nel 2015 con la Regia di Arturo Cirillo, Traduzione: Gerardo Guerrieri, produzione del Teatro Ambra Jovinelli di Roma, con interpreti Vittoria Puccini (Maggie), Vinicio Marchioni (Brick) e altri come Paolo Musio, Franca Penone, Clio Cipolletta, Francesco Petruzzelli.

Lo spettacolo è agghiacciante e raggelante. In 105 minuti senza intervallo si racchiudono, tra le righe della nuova e moderna traduzione di Monica Capuani, con forza e violenza, con parole e con gesti, tutti i sentimenti di quello spaccato di atroce umanità racchiuso dal lusso della gabbia dorata dei Pollit.

Un lusso solo immaginato nella scena della versione di Lidi. Scevro da orpelli, il palcoscenico è un solo ambiente di lastre di marmo bianco di Carrara che arrivano a perdita d’occhio. Nella perfezione del bianco ci sono mille venature che sembrano quasi disturbi: quelle imperfezioni che minano la storia familiare dei Pollit. La luce bianca, fredda, è costante e abbacinante per quasi tutta la durata del lavoro. Gli attori sono tutti protagonisti, tutti sempre presenti o fisicamente o tramite un grande specchio che li cela, li accompagna in scena e li riflette, specchio portato sempre e solo da un bellissimo spirito guida/fauno/ ossessione/incubo/fantasma messo a nudo da un paio di slip bianchi. Specchio intonso all’inizio che alla fine è pieno di impronte e ditate lasciate apposta da alcuni dei protagonisti, a testimoniare la loro presenza / esistenza / voglia di lasciare un segno.

A poco a poco lo spirito guida/fauno/ ossessione/incubo/fantasma/, che non lascia mai la scena, fornisce a uno sgangherato e infortunato Brick decine di bottiglie che attorniano, tentano, ostacolano, allettano, ubriacano lo zoppicante protagonista, quasi sempre accasciato al suolo, anch’egli in mutande e maglietta, incurante del suo stato fisico, incurante del suo squilibrio, incurante della sua apparenza, incurante della presenza ossessiva e ossessionante della moglie Maggie, che gli parla come una macchinetta, ma che porta in questo ambiente manicomio/obitorio la freschezza del colore del cielo del suo abito.

A poco a poco la scena si popola di bambini saltellanti e petulanti (in effetti la bimba è una sola ma si coglie benissimo che la sua presenza vale per tutti gli altri scatenati ragazzini). Arrivano anche il padre Gooper, corpulento e vestito di tutto punto, la madre Mae, incinta ma senza il pancione: la sua fertilità viene rivelata da un abito verde prato, come la generosa terra del Delta. Poi Big Mama, anche lei agée come Big Daddy, ma grottescamente vestita a festa con una scintillante, ridicola minigonna in paillettes variopinte, che enuncia i risultati negativi degli esami del padre con una gioia isterica e coinvolgente, scatenata nella frenesia di festeggiare ancora di più, assieme ai figli, alle nuore, ai nipoti e all’insulso ruffiano reverendo, il suo amato consorte.

E l’enorme onnipresente e quasi opprimente specchio, portato dall’onnipresente fantasma di Skipper continua a girare, a coprire, a svelare, a rivelare le falsità di tutti i presenti.

Poi arriva lui, Big Daddy, imponente, sprezzante, voce grossa e profonda, pieno di quella presunzione e supponenza che spesso caratterizza chi dalla polvere è risalito a status economici e di potere molto rilevanti. Odioso in tutti i suoi atteggiamenti e nei confronti di tutti: cosciente e consapevole di ogni situazione, è un uomo grezzo ma esperto e profondo conoscitore  della vita e del mondo.

Anche lui si denuda, anche lui si nasconde dietro il grande, pesante, ingombrante specchio, anche lui depone le armi indossando il prezioso e apprezzato regalo di Maggie e Brick: la vestaglia in cachemire.

Quando l’irreparabile ormai è accaduto, tutti coloro che si sono solo mossi fra le decine di bottiglie offerte dall’ossessione/Skipper e svuotate dall’ossessionato/predestinato Brick (il “mattone”, la pietra su cui Big Daddy vuole rifondare il suo impero), ne impugnano una, forse per solidarietà o perché anche per loro è una via d’uscita o una soffice e calda coperta sotto la quale rifugiarsi e trovare protezione. Mentre echeggiano le note della canzone che esorta a “volare insieme verso la luna”.

Alla fine Maggie e Brick, con in mano una bottiglia mezza vuota stavolta, rimangono da soli, appoggiati allo specchio, che li sostiene e ancora una volta li riflette. E li esplora. E li rivela.

Rispetto al famoso film hollywoodiano del 1958 (candidato a s6 premi Oscar), con Liz Taylor e Paul Newman, regia del mitico Richard Brooks e realizzato solo quattro anni dopo la stesura dell’opera, il clima sul palcoscenico è glaciale e infuocato al tempo stesso. Tutti i caratteri, sebbene comunque estremi, sono ancora più esasperati e esasperanti. Le metafore sono ancora più evidenti, le presenze più presenti, le assenze più solide e ossessionanti. Le trovate sceniche sublimi: entusiasmante la scena del temporale reale e interiore che sciocca il pubblico, lo coinvolge e lo scuote ulteriormente.

Come dicevo ogni personaggio è protagonista così come ogni attore, in questa versione, è un vero protagonista: riflettono un sistema basato su menzogne e paura, creando un dramma che inquieta e tocca lo spettatore.

Grandissima prova attoriale da parte di tutti gli interpreti. Potenti, convincenti, immedesimati così tanto da coinvolgerti totalmente.

Una bambina apre a sipario chiuso lo spettacolo cantando a cappella “Fly me to the moon”: è un regalo al nonno? È un’esibizione perché perfetta e brava figlia di perfettissimi e bravissimi genitori? È ficcanaso e saccente, sempre presente su un palcoscenico violento, volgare. La sua innocenza è un riscatto? È salvifica per un futuro migliore? Simboleggia, secondo me, la continua esistenza del male, da cui poi è dinasticamente quasi impossibile liberarsi.

Non posso esentarmi da citare Maggie/Valentina Picello: una Maggie combattiva, volitiva, nervosa, sensuale, disperata ma lucidissima, dallo sguardo emozionante e pieno di sentimento e di commozione. La recente assegnazione del Premio UBU è più che legittima, riconoscimento meritatissimo!

Durante le giornate delle repliche, Mr Peter Brown – direttore della British School del Friuli-Venezia Giulia – ha tenuto, come spesso accade per gli spettacoli di autori inglesi e americani, un incontro di approfondimento su “La gatta sul tetto che scotta” e su Tennessee Williams e la sua epoca. Ho potuto in tale situazione ringraziare personalmente gli attori e intrattenermi un momento con Valentina Picello. Nel suo sguardo, anche fuori dalla scena, c’era Maggie, c’era Tennessee, c’era la gatta che non cederà mai, c’era quella luce e quell’emozione che emanava dal palcoscenico e che avevo colto. E nel lungo abbraccio che ci siamo scambiate ho sentito la forza, la bellezza, l’amore e la grinta di una grande attrice.

“Ogni chiesetta ha la sua crocetta” diceva mia nonna. Quello specchio che girando continuamente e avvicinandosi a volte al proscenio, riflette il pubblico, fa “riflettere” sul fatto che quasi nessuno è esente da “temporali / tempeste /uragani familiari”: anche se, quando ci si ritrova, tutti i membri sembrano gratificati e gioiosi, in ogni famiglia si tende a tenere una armonia di facciata come se fosse una pioggia di palloncini d’argento mentre invece tutto è ben nascosto nello scrigno della falsità e dell’ipocrisia, “mendacity” come dicono gli anglofoni.

Da Trieste per oggi è tutto

Rosa Zammitto Schiller

 

LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA di Tennessee Williams

Traduzione: Monica Capuani

Regia: Leonardo Lidi

Scene E Luci: Nicolas Bovey

Costumi: Aurora Damanti

Suono: Claudio Tortorici

Assistente Regia: Alba Maria Porto

Produzione: Teatro Stabile di Torino, Teatro Stabile del Veneto

 

“La gatta sul tetto che scotta” viene presentato per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennesee.

 

PERSONAGGI – INTERPRETI

Margaret: Valentina Picello

Brick: Fausto Cabra

Mamma – madre di Brick e Gooper: Orietta Notari

Papà – padre di Brick e Gooper: Nicola Pannelli

Mae – moglie di Gooper: Giuliana Vigogna

Gooper – fratello di Brick: Giordano Agrusta

Skipper: Riccardo Micheletti

Bambina: Greta Petronillo

Reverendo: Nicolò Tomassini

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