La Stagione di Prosa 2025/2026, promossa da Meta APS in partenariato con il Comune di Sulmona ieri ha ospitato una tra le più attuali e note tragedie di William Shakespeare: “Otello”, con la prima regia teatrale di Giorgio Pasotti e la drammaturgia graffiante di Dacia Maraini registrando il sold out
Gli interpreti di questa riscrittura pensata per parlare ai più giovani sono stati: Giacomo Giorgio, Giorgio Pasotti, Claudia Tosoni, Gerardo Maffei, Diego Migeni, Salvatore Tranciatore, Andrea Papale e Dalia Aly
Il Teatro Maria Caniglia di Sulmona ha collaborato a questa prestigiosa produzione con i produttori: Teatro Stabile d’Abruzzo, Marche Teatro e Stefano Francioni Produzioni e nella sua suggestiva cornice è accaduto qualcosa che va oltre la semplice rappresentazione scenica.
Ieri, in un teatro che ha registrato il tutto esaurito, l’aria era carica di un’elettricità rara: non era solo l’attesa per un debutto, ma il bisogno collettivo di confrontarsi con una verità bruciante.
L’”Otello” firmato da Dacia Maraini e diretto da Giorgio Pasotti non è un classico polveroso riposto su uno scaffale. È un grido. È una ferita aperta che sanguina davanti ai nostri occhi, trasformando il palcoscenico in un luogo dove rabbia, sgomento e introspezione fluiscono liberi, costringendo ogni spettatore a guardarsi dentro.
La scelta scenografica è potente: gli specchi. Grandi superfici riflettenti che moltiplicano il dolore e frammentano l’identità del protagonista e quella dello spettatore. In quegli specchi non vediamo solo Otello che soccombe ai suoi demoni, ma vediamo il riflesso delle nostre fragilità, le stesse con cui ci confrontiamo quotidianamente. Vediamo come la manipolazione possa distorcere la realtà fino a renderci ciechi.
Gli specchi servono a moltiplicare le prospettive, rappresentando le manipolazioni di Iago che distorcono la realtà finché Otello non riesce più a distinguere il vero dal falso.
Giorgio Pasotti, nel suo doppio ruolo di regista e di attore sulla scena nei panni di uno spietato, glaciale Iago, orchestra la tragedia come un oscuro burattinaio. Affidando il ruolo di Otello alla fisicità vibrante e moderna di Giacomo Giorgio, Pasotti ci regala un protagonista vicinissimo a noi: un uomo che vive il peso della propria diversità come una sfida e che finisce per soffocare l’amore sotto il peso di un possesso malato.
Se Otello è lo specchio del dolore, Claudia Tosoni presta il volto a una Desdemona che è carne e cuore. La sua non è solo una morte scenica, è il simbolo di ogni donna che cade vittima del suo incondizionato amore restando sola dentro una relazione tossica. Il suo appello silenzioso e doloroso risuona nel teatro come un monito: «Non lasciate sole le donne».
Grazie alla drammaturgia di Dacia Maraini, l’opera diventa un manifesto contro il patriarcato e la violenza di genere. Non si parla di un eroe del passato, ma di fatti di cronaca che leggiamo ogni mattina. L’amore qui non salva; l’amore qui diventa una “lucida follia” che uccide.
Per parlare ai giovani, Pasotti ha scelto di rompere gli schemi del classicismo statico. Il ritmo è incalzante, quello cinematografico, privo di tempi morti. A rendere questa esperienza totalizzante sono le musiche originali di Patrizio Maria D’Artista, che come un “personaggio invisibile” scavano nel petto dello spettatore.
Le frequenze scelte da D’Artista evocano il battito accelerato di chi ha paura, il senso di soffocamento della gelosia, il contrasto stridente tra la purezza di Desdemona e l’oscurità che avanza, il contrasto tra il bene e il male, tra l’amore e l’odio. È un’esperienza sensoriale che toglie il fiato, legando indissolubilmente il talento del territorio abruzzese a un progetto di respiro nazionale.
Nello spettacolo i temi dell’amicizia, dell’amore e della famiglia sono riletti in una chiave moderna e psicologica che mette a nudo la fragilità dell’animo umano.
L’amore tra Otello e Desdemona è presentato come un sentimento potente ma vulnerabile, che si scontra con i cliché della società. Desdemona è descritta come una donna libera e coraggiosa che sceglie di sposare Otello per amore, sfidando le convenzioni e l’autorità paterna.
Il tema centrale è la trasformazione dell’amore in controllo e possesso. La regia di Pasotti sottolinea come l’insicurezza e la mancanza di ascolto portino Otello a soffocare il sentimento, trasformando la passione dapprima in una “lucida follia” e, infine, nel crimine del femminicidio.
Lo spettacolo scava nell’idea che ciò che “crediamo di sapere” possa distruggere la realtà di un sentimento sincero.
L’amicizia è il terreno su cui agisce Iago per tessere la sua tela. Il rapporto tra Otello e Iago è basato su una fiducia mal riposta. Iago usa la maschera dell’amico fidato per insinuare dubbi e manipolare le percezioni di Otello.
L’amicizia diventa uno strumento di potere. Iago non si limita a distruggere Otello, ma umilia e sminuisce costantemente anche chi gli è vicino (come sua moglie Emilia), dimostrando l’assenza di veri legami affettivi nel suo modo di operare.
Il tema della famiglia emerge soprattutto attraverso il conflitto iniziale e le dinamiche di potere maschile. La storia inizia con la lotta di Desdemona contro il padre per l’accettazione del suo matrimonio con lo “straniero”. Per il padre, la scelta della figlia è vista come una macchia sull’onore della famiglia e una perdita di controllo. La drammaturgia di Dacia Maraini mette in risalto come la famiglia e la società dell’epoca (ma con riflessi attuali) siano dominate da uomini che vedono le donne come proprietà. Il rifiuto di Otello di “ascoltare e accogliere” Desdemona è il tragico culmine di questa visione patriarcale.
“Otello” è un passaggio cruciale per la carriera di Pasotti (che vedremo nel film Rai “Il rosso volante”) e un momento d’oro per Giacomo Giorgio (che vedremo nella miniserie Rai “Morbo K”), ma è soprattutto un atto di impegno civile. Vedere il cast, completato dalle intense interpretazioni di Dalya Aly, Davide Paganini, Gerardo Maffei, Salvatore Rancatore e Andrea Papale inchinarsi davanti a una platea commossa, ci ricorda che il teatro è ancora l’unico posto dove possiamo imparare a decodificare l’orrore per trasformarlo in consapevolezza.
Dopo decenni trascorsi davanti alla macchina da presa, Pasotti ha sviluppato una visione ibrida. Il suo processo creativo nasce dal connubio tra l’esperienza cinematografica e quella teatrale, permettendogli di trasformare, con estrema disinvoltura, il palcoscenico in cinema.
Pasotti “monta” lo spettacolo come se fosse un film. Taglia i tempi morti, accelera le transizioni e cerca un’immediatezza che il teatro classico spesso dimentica per tenere lo spettatore più vicino e coinvolgerlo con lui nella scena.
L’uso degli specchi non è solo estetico, ma riflette la sua esperienza nel gestire le inquadrature e le diverse prospettive. Lo specchio frammenta l’immagine proprio come farebbe un primo piano stretto o un montaggio serrato.
Grazie al passato di Pasotti nelle arti marziali il regista ha inserito coreografie di combattimento notevoli e centrali, che hanno caratterizzato in modo unico la sua messa in scena dell’opera di Shakespeare.
Un attore al culmine della popolarità solitamente sceglierebbe il ruolo dell’eroe (Otello). Pasotti, invece, compie una scelta creativa di rottura: decide di interpretare l’ombra, il cattivo, il burattinaio. Questo gli permette di dirigere lo spettacolo sia dall’esterno (come regista) che dall’interno (come Iago). C’è una sottile ironia psicologica nel fatto che colui che ha creato la visione scenica sia anche colui che, nella trama, crea la falsa realtà per Otello. È un atto di meta-teatro consapevole, che solo un artista poliedrico come Giorgio Pasotti riesce a vestire.
Pasotti non crea più per il semplice piacere estetico, ma per necessità sociale. Il suo processo creativo nasce da un’indignazione profonda verso i fatti di cronaca: insieme a Dacia Maraini, ha spogliato Shakespeare di ogni orpello per far emergere il nucleo brutale del femminicidio. Il suo obiettivo è colpire le “corde profonde” dei giovani. Per farlo, mette a nudo la psicologia maschile tossica, usando la propria immagine per mostrare quanto possa essere viscido, quotidiano e pericoloso il male.
In questa fase della sua carriera, Pasotti agisce come un ponte tra mondi diversi. Scegliendo Giacomo Giorgio, non ha cercato solo un attore di talento, ma ha voluto investire su un’icona amata dai ragazzi per traghettarli verso temi complessi. L’obiettivo è avvicinare le nuove generazioni al teatro, sensibilizzandole attraverso il confronto generazionale, la comunicazione con il diverso e il contrasto alla violenza di genere.
Questo ruolo di “guida” artistica e civile definisce la sua attuale brillantezza: un artista che mette il proprio nome al servizio di un messaggio più grande della propria immagine.
Non è un caso che Pasotti abbia legato quest’opera al progetto di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. Presto lo vedremo impegnato nelle prossime tappe della tournée nazionale di “Otello” e nel suo nuovo ruolo di Direttore della Scuola di Arti e Mestieri dello Spettacolo SAMS che il Teatro Stabile d’Abruzzo ha fondato nell’ambito delle iniziative per L’Aquila Capitale Italiana della Cultura e che svolgerà il primo anno di formazione nell’anno 2026.
Una Scuola che ambisce a diventare da subito punto di riferimento per il mondo dello spettacolo dal vivo regionale e nazionale. Quest’ultima rappresenterà non una semplice scuola di recitazione, ma un vero ‘vivaio’ culturale che mira a formare i professionisti di domani, unendo la tradizione teatrale alla modernità cinematografica. La scuola nasce dalla consapevolezza che lo spettacolo non sia fatto solo da chi sta sotto i riflettori ma anche da tutte le principali figure tecniche e artistiche che lo rendono realizzabile e un sogno da vivere per ogni spettatore.




