Si pubblicano le liriche di Michele Polchiero, Mirko Marasco (terzo classificato) e Natalia Merola – Premio Poesia Pierluigi Galli 2025

Data:

 

Michele Polchiero

 

Pathos

Dolce silenzio armonia

di uno spirito sconvolto

silenzio che incarni la materia

in te giace il segreto di una vita

distrutta nella pena malinconica.

Dolce silenzio freddo contatto e vago

pensiero di una tristezza muta

nella paura di non farcela ad arrivare

ad un traguardo che si profila lontano

in qualche buio anfratto di anni

forse irraggiungibile

forse inesistente.

Dolce silenzio enigma serale immaginario

silenzio senza pace senza sorriso

che tristezza traspare sul volto muto!

Dolce silenzio terra ricca di quesiti irrisolti

una vita trascinata e tremula si umilia

si tormenta, si lamenta, non si ascolta.

Dolce silenzio carceriere di uno spirito in pena

dolce silenzio codardo e braccato per nulla

dolce silenzio vecchio e misero pezzente

dolce silenzio inutile spauracchio di una vita

ferita ed oscurata spossata e stanca.

Dolce silenzio intatto puro e vergine

da te sorgeranno le passioni infinite

e risuoneranno chiare e sicure per vincerti

per abbandonarti esule sulle strade dell’amarezza.

Dolce silenzio voce inascoltata nell’aria

dolce silenzio bolla di sapone tra mani infantili

dolce silenzio sogno svanito nell’eterno:

verranno le parole fiumi di carta scritta

torrenti impetuosi che allagheranno

la tua insolente aridità.

Dolce silenzio io ti ho amato e desiderato

come candida goccia del mio malumore

come espressione innocente del mio umore gelido.

 

Bisogno

In quest’epoca solitario si leva un canto

a baciare con le sue note acerbe

l’universo forzato.

Gli effluvi della fresca brezza serale

non turbano l’uomo ed il suo ufficio,

il fiume dileguantisi nel piano

non ne accende la fantasia creatrice.

Le risa i pianti

gli strepiti di questo mondo

scorrono  sotto i ponti di pietra di quello.

Fede speranza amore

questi poteri della sagra vanno alla cieca

per una terra oscura

ove non si schiudono sul ramo le gemme

per popolarlo di mille e mille foglie.

Il vecchio tronco compiange le sue foglie

preziosi monili

ma i nostri occhi

avvezzi oramai ad altri alberi

non si curano

dei suoi lunghi rami spogli

alzati al cielo come braccia invocanti

di creature che pregano

noi bambini innocenti.

Inutilmente chiama sul crepuscolo

una campana estranea a noi

lasciando l’animo afflitto e sconvolto

immerso in un sonno profondo

con l’uomo lungo la via.

E tu uomo

che cerchi tra un’opera morta

il vivere di una religione

osi forzare il velo di rabbia incalzante?

Essa non è più!

Un mito nuovo discende freddo

come fiocchi di neve

sul tuo pudore flaccido.

Non sperare non sbagliare ti prego

abbi pazienza nell’attesa.

Ed il mio animo dipinge te

figura umana avvolta

nel tuo alone di mistero

di realtà abbagliante

nei tuoi colori di bisogno.

E ti vedo come un padre sconfitto

dai sogni di benessere per i tuoi figli.

Ti vedo come un pino consumato dal fulmine

nella tua pregnante angoscia esistenziale.

 

Le parole volano

Volano le parole

sospinte dal dentro

tra bordi di pagine

tra margini di righe

disegnando versi

di enigmatiche strofe.

Volano le parole

tra le foibe del tempo

tra volute di stelle

tra stracci di cuori

per strappare lacrime

per stroncare falsità.

Volano le parole

tra ali di verità

verso dei cieli vuoti

nel bisogno infecondo

di lasciare radici

perché tutto sia eterno.

 

Mirko Marasco (terzo classificato)

 

L’ombra che non chiama Questa poesia evoca il dolore di un padre che ha perso la sua giovane figlia, malata di leucemia, e il suo struggente desiderio di un ritorno impossibile. L’immagine del mare, delle pietre frantumate e del vuoto che pervade l’esistenza trasmettono l’assenza incolmabile e la speranza cieca che, pur sapendo irraggiungibile, non smette di farsi strada nel cuore. La poesia si muove tra memoria e silenzio, tra la realtà della perdita e l’illusione di un ritorno che non avverrà mai.

L’ombra che non chiama

Camminavo sul molo.

La ghiaia cedeva sotto il passo stanco del tempo.

L’aria si impigliava tra gli aghi dei pini

e il giorno, stremato, taceva.

Era il vuoto a pulsare nelle vene, non il sangue.

Non chiedevo più.

Nemmeno il vento serbava la forma

del tuo ultimo respiro.

Sul volto — il graffio salato delle stille di pianto.

E la memoria, svuotata,

un pozzo che ribolle e tace.

C’era una lama sottile tra il muro

e la luce che tentava di trafiggerlo.

Ma nulla si apriva.

Il mare tratteneva il suo abisso — un velo curvo,

oppure il nulla che si piega sopra se stesso.

La terra mentiva sotto i miei passi: era spina,

era pietra che scivola a valle,

era gesto spezzato che l’eco non riprende.

La salvia, sul dorso del mare, si faceva arsa. Smarrita.

Non c’era ritorno per il fiore perduto.

Non c’era dimora per l’innocenza.

Solo il bianco del salso, il solco inciso dal tempo

tra rocce disfatte e quella voce che taceva anche quando gridavo.

Un’ombra cieca sfiorava le dita — non tua.

Una traccia scomposta, che moriva all’orizzonte.

Tornavo a te, come rondine ferita, eco d’ali smarrite nel vento.

Ti cercavo nel vuoto,

ma il vuoto aveva il tuo volto.

E chiamarti era come morire di nuovo.

 

Lavinia – Sinossi: Ispirata alla Lavinia virgiliana, questa poesia è un omaggio solenne alla donna, principio silente e generativo dell’essere. Non protagonista della scena eroica, ma radice del divenire, Lavinia incarna la potenza del non-agire apparente, dove il destino si compie nel grembo e l’attesa diviene forza creatrice. La poesia ne rivela la sacralità filosofica, restituendo al femminile il suo ruolo originario nella genesi della Storia.

Lavinia

Nel grembo tacito di latomie antiche,

tra virgulti d’alloro e cenere,

Lavinia ascolta — e tace —

in un mondo che l’urlo degli eroi lascia incompiuto.

Non l’ira guida, né il sangue la chiama,

ma un presagio salmastro tra le ciglia,

dove il destino, come lama d’ombra,

incide silenzi sulla sua guancia.

È figlia d’una patria mai posseduta,

di un regno che si piega al suo silenzio.

Non parla. Eppure, ogni sua scelta

è una ferita che muta la storia.

Non la battaglia, ma il grembo la scolpisce.

Non l’arma, ma il ventre — piano d’attesa.

E mentre il mondo in armi si dilania,

lei genera futuro nel respiro.

Tra l’oro dei campi e il suono degli dei,

tra le madri distrutte e le lune fioche,

Lavinia è mistero che nessuno attraversa

senza perdere il nome nel passaggio.

Non bacia, non giura, non grida vendetta.

Cammina come si cammina nel mito:

con la lentezza delle origini vere,

col passo segreto che ordina il tempo e l’oblio.

E al suo grembo si sciolse l’Impero:

Roma fu figlia, e mai seppe la madre.

Nel ventre che tace arde il futuro,

e la Storia s’inginocchia dove una donna respira.    © Mirko Marasco

 

La Sete non fa rumore – Sinossi: Un padre corre tra le macerie di Gaza stringendo il corpo del figlio, ucciso mentre tornava dal pozzo con una brocca d’acqua. Questa poesia nasce da un’immagine: reale, feroce, indimenticabile. “La sete non fa rumore” è il grido taciuto di chi muore per vivere,  la voce spezzata di chi resiste senza armi, l’accusa silenziosa contro un mondo che guarda, ma non vede.

La sete non fa rumore

Ma il mondo l’ascolta solo quando il sangue grida.

Portava acqua. Non gridava vendetta.

Nel pugno chiuso, solo una brocca spoglia.

Nessuna colpa, nessuna arma.

Solo la sete. E una promessa che attendeva alla soglia.

Camminava. Lentamente. In silenzio.

Come chi teme anche il suono del cuore.

Aveva un figlio, occhi pieni d’assenza

e la speranza addosso come onore.

Quel giorno il cielo si sbriciolò in pezzi.

Il pozzo esplose. L’aria fu condanna.

Non ci fu tempo per chiamare i mezzi.

Solo la sabbia. E un grido che non inganna.

Il vetro si spezzò tra le sue dita.

Il corpo si piegò senza difesa.

Il figlio, adagiato come preghiera,

restò nel petto, senza più attesa.

“Errore tecnico” – così dissero.

Ma l’errore aveva carne e respiro.

Un nome inciso nel sangue che cede.

Un padre in ginocchio. E nessun ritiro.

Il mondo vide. Ma guardò altrove.

Tornò a dormire. Tornò a contare.

Solo la sete restò lì, a gridare.

Sotto le tende. Senza più parole.

Non fu un errore. Fu volontà armata.

E la sete morì. Ma non fu dimenticata.

 

Natalia Merola

 

Pietra

(mal-essere di una camminatrice)

Della calligrafia muta

delle sue geometrie balbettanti

la felicità nel petto

Analfabeta

esibisce le sue infermità.

Nell’immobile calma della campagna

un ragno tesse il suo inganno

come lui

qualcuno nel mondo

partorisce la morte di un fratello.

Solo la pietra

non sperimenta il dominio

non teme il buio,

ma il suo sgretolarsi

è il mio chiodo d’ identità.

(Inedito)

 

Sei un albero

Il dolore sotterrato

muto germoglia, si arrampica

disegna i tuoi lineamenti

e le ferite le guardi

cadere come foglie.

Sei un albero

che scrive il suo dolore ogni giorno

ma poi dimentica.

(Inedito)

 

Furto prezioso

Ieri sera sono entrati i ladri

hanno frugato in un armadietto

tra i preziosi c’era la mia anima.

Di notte me ne svesto

la rattoppo e la conservo.

Ogni mattina decido cosa indossare:

gioielli o pezzi di anima.

Quel giorno avevo le perle.

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