Michele Polchiero
Pathos
Dolce silenzio armonia
di uno spirito sconvolto
silenzio che incarni la materia
in te giace il segreto di una vita
distrutta nella pena malinconica.
Dolce silenzio freddo contatto e vago
pensiero di una tristezza muta
nella paura di non farcela ad arrivare
ad un traguardo che si profila lontano
in qualche buio anfratto di anni
forse irraggiungibile
forse inesistente.
Dolce silenzio enigma serale immaginario
silenzio senza pace senza sorriso
che tristezza traspare sul volto muto!
Dolce silenzio terra ricca di quesiti irrisolti
una vita trascinata e tremula si umilia
si tormenta, si lamenta, non si ascolta.
Dolce silenzio carceriere di uno spirito in pena
dolce silenzio codardo e braccato per nulla
dolce silenzio vecchio e misero pezzente
dolce silenzio inutile spauracchio di una vita
ferita ed oscurata spossata e stanca.
Dolce silenzio intatto puro e vergine
da te sorgeranno le passioni infinite
e risuoneranno chiare e sicure per vincerti
per abbandonarti esule sulle strade dell’amarezza.
Dolce silenzio voce inascoltata nell’aria
dolce silenzio bolla di sapone tra mani infantili
dolce silenzio sogno svanito nell’eterno:
verranno le parole fiumi di carta scritta
torrenti impetuosi che allagheranno
la tua insolente aridità.
Dolce silenzio io ti ho amato e desiderato
come candida goccia del mio malumore
come espressione innocente del mio umore gelido.
Bisogno
In quest’epoca solitario si leva un canto
a baciare con le sue note acerbe
l’universo forzato.
Gli effluvi della fresca brezza serale
non turbano l’uomo ed il suo ufficio,
il fiume dileguantisi nel piano
non ne accende la fantasia creatrice.
Le risa i pianti
gli strepiti di questo mondo
scorrono sotto i ponti di pietra di quello.
Fede speranza amore
questi poteri della sagra vanno alla cieca
per una terra oscura
ove non si schiudono sul ramo le gemme
per popolarlo di mille e mille foglie.
Il vecchio tronco compiange le sue foglie
preziosi monili
ma i nostri occhi
avvezzi oramai ad altri alberi
non si curano
dei suoi lunghi rami spogli
alzati al cielo come braccia invocanti
di creature che pregano
noi bambini innocenti.
Inutilmente chiama sul crepuscolo
una campana estranea a noi
lasciando l’animo afflitto e sconvolto
immerso in un sonno profondo
con l’uomo lungo la via.
E tu uomo
che cerchi tra un’opera morta
il vivere di una religione
osi forzare il velo di rabbia incalzante?
Essa non è più!
Un mito nuovo discende freddo
come fiocchi di neve
sul tuo pudore flaccido.
Non sperare non sbagliare ti prego
abbi pazienza nell’attesa.
Ed il mio animo dipinge te
figura umana avvolta
nel tuo alone di mistero
di realtà abbagliante
nei tuoi colori di bisogno.
E ti vedo come un padre sconfitto
dai sogni di benessere per i tuoi figli.
Ti vedo come un pino consumato dal fulmine
nella tua pregnante angoscia esistenziale.
Le parole volano
Volano le parole
sospinte dal dentro
tra bordi di pagine
tra margini di righe
disegnando versi
di enigmatiche strofe.
Volano le parole
tra le foibe del tempo
tra volute di stelle
tra stracci di cuori
per strappare lacrime
per stroncare falsità.
Volano le parole
tra ali di verità
verso dei cieli vuoti
nel bisogno infecondo
di lasciare radici
perché tutto sia eterno.
Mirko Marasco (terzo classificato)
L’ombra che non chiama Questa poesia evoca il dolore di un padre che ha perso la sua giovane figlia, malata di leucemia, e il suo struggente desiderio di un ritorno impossibile. L’immagine del mare, delle pietre frantumate e del vuoto che pervade l’esistenza trasmettono l’assenza incolmabile e la speranza cieca che, pur sapendo irraggiungibile, non smette di farsi strada nel cuore. La poesia si muove tra memoria e silenzio, tra la realtà della perdita e l’illusione di un ritorno che non avverrà mai.
L’ombra che non chiama
Camminavo sul molo.
La ghiaia cedeva sotto il passo stanco del tempo.
L’aria si impigliava tra gli aghi dei pini
e il giorno, stremato, taceva.
Era il vuoto a pulsare nelle vene, non il sangue.
Non chiedevo più.
Nemmeno il vento serbava la forma
del tuo ultimo respiro.
Sul volto — il graffio salato delle stille di pianto.
E la memoria, svuotata,
un pozzo che ribolle e tace.
C’era una lama sottile tra il muro
e la luce che tentava di trafiggerlo.
Ma nulla si apriva.
Il mare tratteneva il suo abisso — un velo curvo,
oppure il nulla che si piega sopra se stesso.
La terra mentiva sotto i miei passi: era spina,
era pietra che scivola a valle,
era gesto spezzato che l’eco non riprende.
La salvia, sul dorso del mare, si faceva arsa. Smarrita.
Non c’era ritorno per il fiore perduto.
Non c’era dimora per l’innocenza.
Solo il bianco del salso, il solco inciso dal tempo
tra rocce disfatte e quella voce che taceva anche quando gridavo.
Un’ombra cieca sfiorava le dita — non tua.
Una traccia scomposta, che moriva all’orizzonte.
Tornavo a te, come rondine ferita, eco d’ali smarrite nel vento.
Ti cercavo nel vuoto,
ma il vuoto aveva il tuo volto.
E chiamarti era come morire di nuovo.
Lavinia – Sinossi: Ispirata alla Lavinia virgiliana, questa poesia è un omaggio solenne alla donna, principio silente e generativo dell’essere. Non protagonista della scena eroica, ma radice del divenire, Lavinia incarna la potenza del non-agire apparente, dove il destino si compie nel grembo e l’attesa diviene forza creatrice. La poesia ne rivela la sacralità filosofica, restituendo al femminile il suo ruolo originario nella genesi della Storia.
Lavinia
Nel grembo tacito di latomie antiche,
tra virgulti d’alloro e cenere,
Lavinia ascolta — e tace —
in un mondo che l’urlo degli eroi lascia incompiuto.
Non l’ira guida, né il sangue la chiama,
ma un presagio salmastro tra le ciglia,
dove il destino, come lama d’ombra,
incide silenzi sulla sua guancia.
È figlia d’una patria mai posseduta,
di un regno che si piega al suo silenzio.
Non parla. Eppure, ogni sua scelta
è una ferita che muta la storia.
Non la battaglia, ma il grembo la scolpisce.
Non l’arma, ma il ventre — piano d’attesa.
E mentre il mondo in armi si dilania,
lei genera futuro nel respiro.
Tra l’oro dei campi e il suono degli dei,
tra le madri distrutte e le lune fioche,
Lavinia è mistero che nessuno attraversa
senza perdere il nome nel passaggio.
Non bacia, non giura, non grida vendetta.
Cammina come si cammina nel mito:
con la lentezza delle origini vere,
col passo segreto che ordina il tempo e l’oblio.
E al suo grembo si sciolse l’Impero:
Roma fu figlia, e mai seppe la madre.
Nel ventre che tace arde il futuro,
e la Storia s’inginocchia dove una donna respira. © Mirko Marasco
La Sete non fa rumore – Sinossi: Un padre corre tra le macerie di Gaza stringendo il corpo del figlio, ucciso mentre tornava dal pozzo con una brocca d’acqua. Questa poesia nasce da un’immagine: reale, feroce, indimenticabile. “La sete non fa rumore” è il grido taciuto di chi muore per vivere, la voce spezzata di chi resiste senza armi, l’accusa silenziosa contro un mondo che guarda, ma non vede.
La sete non fa rumore
Ma il mondo l’ascolta solo quando il sangue grida.
Portava acqua. Non gridava vendetta.
Nel pugno chiuso, solo una brocca spoglia.
Nessuna colpa, nessuna arma.
Solo la sete. E una promessa che attendeva alla soglia.
Camminava. Lentamente. In silenzio.
Come chi teme anche il suono del cuore.
Aveva un figlio, occhi pieni d’assenza
e la speranza addosso come onore.
Quel giorno il cielo si sbriciolò in pezzi.
Il pozzo esplose. L’aria fu condanna.
Non ci fu tempo per chiamare i mezzi.
Solo la sabbia. E un grido che non inganna.
Il vetro si spezzò tra le sue dita.
Il corpo si piegò senza difesa.
Il figlio, adagiato come preghiera,
restò nel petto, senza più attesa.
“Errore tecnico” – così dissero.
Ma l’errore aveva carne e respiro.
Un nome inciso nel sangue che cede.
Un padre in ginocchio. E nessun ritiro.
Il mondo vide. Ma guardò altrove.
Tornò a dormire. Tornò a contare.
Solo la sete restò lì, a gridare.
Sotto le tende. Senza più parole.
Non fu un errore. Fu volontà armata.
E la sete morì. Ma non fu dimenticata.
Natalia Merola
Pietra
(mal-essere di una camminatrice)
Della calligrafia muta
delle sue geometrie balbettanti
la felicità nel petto
Analfabeta
esibisce le sue infermità.
Nell’immobile calma della campagna
un ragno tesse il suo inganno
come lui
qualcuno nel mondo
partorisce la morte di un fratello.
Solo la pietra
non sperimenta il dominio
non teme il buio,
ma il suo sgretolarsi
è il mio chiodo d’ identità.
(Inedito)
Sei un albero
Il dolore sotterrato
muto germoglia, si arrampica
disegna i tuoi lineamenti
e le ferite le guardi
cadere come foglie.
Sei un albero
che scrive il suo dolore ogni giorno
ma poi dimentica.
(Inedito)
Furto prezioso
Ieri sera sono entrati i ladri
hanno frugato in un armadietto
tra i preziosi c’era la mia anima.
Di notte me ne svesto
la rattoppo e la conservo.
Ogni mattina decido cosa indossare:
gioielli o pezzi di anima.
Quel giorno avevo le perle.

