Liriche di Ornella Rossi, Pier Giorgio Capoccetti e Pietro Catalano (Premio Pierluigi Galli 2025)

Data:

 

Ornella Rossi

 

Goccia a goccia

Goccia a goccia.

Il ticchettio della pioggia sul selciato

Disegna spicchi di cielo per strada.

 

Goccia a goccia.

Nel torpore del pomeriggio invernale,

Col tepore del caminetto crepitante,

Il silenzio domina pacato.

 

Il battito del mio cuore

Si accorda al ticchettio quieto della pioggia.

 

D’un tratto

uno scroscio improvviso,

Un temporale violento,

Un sussulto del cuore al ricordo

Di un sorriso lontano,

Di uno sguardo rivolto ora altrove,

Un violento uragano m’invade

Nell’ intimo il cuore,

Uno strappo profondo.

 

Ma è solo un istante:

Già la pioggia riprende la sua mite discesa,

La terra disseta,

Imperla una foglia,

Riempie il silenzio del suo ticchettio.

E tu cuore mio:

Riprendi il tuo battito.

Lascia quel sorriso laggiù,

Guarda su:

È gentile la pioggia,

Cancella ogni tua lacrima con un’altra sua goccia.

 

E poi, goccia dopo goccia,

Il sole torna a splendere:

E tu, cuore mio, torna a rivivere

Qui.

 

La danza della vita

Danzano lievi le foglie dell’autunno,

Librandosi una ad una alla brezza della sera;

Danzano le nuvole spumose su nel cielo,

Par si rincorrano nel chiarore del tramonto.

 

Benvenuta al mondo, mia creatura,

attesa a lungo, ora scorgo il volto tuo:

 

Danzino lieti i tuoi giorni alla brezza della vita, nel tepore del mio amore.

 

In due

Camminano a passi incerti, lentamente,

L’ una al braccio dell’altro come sempre,

Sui volti un reticolo di rughe

Scavate dall’età e dai sorrisi,

Ma gli occhi ancora vividi di gioia

Per una vita intera condivisa.

 

Avanzan lentamente vacillando,

E sono ancora l’un dell’altro il poggio,

Vanno incontro a un nuovo giorno da vivere

In pienezza e con il cuore traboccante

Di gratitudine per gli anni spesi insieme

E per quanti giorni ancora resteranno.

 

Pier Giorgio Capoccetti

 

 

APPUNTI D’ANIMA

Arresti domiciliari

dove ridere di orfane speranze.

Nevicate assordanti

ricoprono appunti d’anima.

Un cubetto di ghiaccio

si scioglie lentamente

nel mio Margarita.

Rotte primitive

incoraggiano poesie……

rassegnate.

 

RESPIRI AFFANNATI

Lusinghe

e favole inventate

raccontano vane follie.

Giuste distanze

indossano verità

e pesi morali

che non resisteranno.

Lontano dal tuo rumore

respiri affannati

appannano vuoti bicchieri.

Deliri voltano le spalle

a pagine stropicciate.

 

SGUARDI

Anime all’inferno

vestono fragili equilibri.

Amori in saldo

zuccherano freddi caffè.

Sguardi s’accarezzano ancora;

eravamo destinati ad amarci

se solo ce ne fossimo ricordati.

Progenie misteriose

messe a riparo

d’algoritmi d’egoismo.

Baci di fine luglio sul lago,

dietro intimi trasparenti

e notti alla deriva.

 

 

Pietro Catalano

 

L’albero

Sono un albero vecchio,

profonde radici che succhiano

memorie in umide zolle,

fusto freddo, sordo rumore secco,

m’angoscia non sapere

il destino del nido fra i rami,

coppia di passeri che cinguettano

fino a sera, incurante del freddo

nella prossima notte. E’ tardi,

non sento più la linfa scorrere

nel tronco muto e le foglie

cadono senza rumore,

secco l’eco dello schianto.

M’hanno tagliato le braccia

perché scoppiassero gemme

fra nodi aggrovigliati, incavo

di cicale di giorno assopite,

non sento più il calore verde

sotto la corteccia ma colpi sordi

d’una scure, lama aguzza

lacerare le mie carni.

 

Sedici ottobre

«Eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto

volgerà nuovamente al bene». Anna Frank

 

C’è una morte più tragica di questa

notte, nero come la pece il ricordo?

Milleventiquattro rastrellati come l’erba

nei campi, bianchi gigli strappati

alla madre terra, urlo straziante

che penetra dentro i muri delle case,

a memoria futura il tremore dell’aria.

Si sente ancora l’odore acre

degli stivali tirati a lucido

e il rumore sordo delle porte

aperte a grida di bimbi, madri

orfane di latte ora che la vita

è un binario morto nel campo

bianco di neve. C’è silenzio nei vicoli,

nello shabbat riposa l’anima

delle vergini e il canto dei bambini,

vuota la piazza dell’inganno, sul selciato

un berretto di lana perduto nella corsa.

 

La scelta di Viola

“Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. Franca Viola

Quel giorno il sole era pallido

e il Natale aveva sapori amari,

echi di nenie dei pastori

che peregrinavano in vicoli deserti.

La violenza ha l’alba nebbiosa

e l’arte dei prepotenti possiede lame

capaci di lacerare anime

dove dimora la forza e il coraggio.

Allora la notte s’appartò

nell’antro scuro, le ombre degli alberi

s’allungarono nelle montagne,

il silenzio del vento coprì lo spazio

vuoto: il buio s’impadronì

del mio corpo, le stelle si nascosero

fra nuvole grigie e l’attesa

d’un futuro incerto mi avvolse.

Ma l’amore per la vita

e il coraggio di donna mi strappò

dalla solitudine del pianto,

accompagnando i miei passi

nel giardino degli aranci in fiore.

Adesso negli occhi delle donne

brillano gemme di libertà

nel volto sorridente del mattino,

lontano dalla malinconia dell’anima

caduta nel ponte dei sospiri.

Franca Viola, prima donna italiana ad aver rifiutato di sposare il suo rapitore e stupratore (matrimonio riparatore). Divenne simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane. Soltanto il 5 settembre 1981 l’usanza del matrimonio riparatore è stata legalmente abolita.

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