Ornella Rossi
Goccia a goccia
Goccia a goccia.
Il ticchettio della pioggia sul selciato
Disegna spicchi di cielo per strada.
Goccia a goccia.
Nel torpore del pomeriggio invernale,
Col tepore del caminetto crepitante,
Il silenzio domina pacato.
Il battito del mio cuore
Si accorda al ticchettio quieto della pioggia.
D’un tratto
uno scroscio improvviso,
Un temporale violento,
Un sussulto del cuore al ricordo
Di un sorriso lontano,
Di uno sguardo rivolto ora altrove,
Un violento uragano m’invade
Nell’ intimo il cuore,
Uno strappo profondo.
Ma è solo un istante:
Già la pioggia riprende la sua mite discesa,
La terra disseta,
Imperla una foglia,
Riempie il silenzio del suo ticchettio.
E tu cuore mio:
Riprendi il tuo battito.
Lascia quel sorriso laggiù,
Guarda su:
È gentile la pioggia,
Cancella ogni tua lacrima con un’altra sua goccia.
E poi, goccia dopo goccia,
Il sole torna a splendere:
E tu, cuore mio, torna a rivivere
Qui.
La danza della vita
Danzano lievi le foglie dell’autunno,
Librandosi una ad una alla brezza della sera;
Danzano le nuvole spumose su nel cielo,
Par si rincorrano nel chiarore del tramonto.
Benvenuta al mondo, mia creatura,
attesa a lungo, ora scorgo il volto tuo:
Danzino lieti i tuoi giorni alla brezza della vita, nel tepore del mio amore.
In due
Camminano a passi incerti, lentamente,
L’ una al braccio dell’altro come sempre,
Sui volti un reticolo di rughe
Scavate dall’età e dai sorrisi,
Ma gli occhi ancora vividi di gioia
Per una vita intera condivisa.
Avanzan lentamente vacillando,
E sono ancora l’un dell’altro il poggio,
Vanno incontro a un nuovo giorno da vivere
In pienezza e con il cuore traboccante
Di gratitudine per gli anni spesi insieme
E per quanti giorni ancora resteranno.
Pier Giorgio Capoccetti
APPUNTI D’ANIMA
Arresti domiciliari
dove ridere di orfane speranze.
Nevicate assordanti
ricoprono appunti d’anima.
Un cubetto di ghiaccio
si scioglie lentamente
nel mio Margarita.
Rotte primitive
incoraggiano poesie……
rassegnate.
RESPIRI AFFANNATI
Lusinghe
e favole inventate
raccontano vane follie.
Giuste distanze
indossano verità
e pesi morali
che non resisteranno.
Lontano dal tuo rumore
respiri affannati
appannano vuoti bicchieri.
Deliri voltano le spalle
a pagine stropicciate.
SGUARDI
Anime all’inferno
vestono fragili equilibri.
Amori in saldo
zuccherano freddi caffè.
Sguardi s’accarezzano ancora;
eravamo destinati ad amarci
se solo ce ne fossimo ricordati.
Progenie misteriose
messe a riparo
d’algoritmi d’egoismo.
Baci di fine luglio sul lago,
dietro intimi trasparenti
e notti alla deriva.
Pietro Catalano
L’albero
Sono un albero vecchio,
profonde radici che succhiano
memorie in umide zolle,
fusto freddo, sordo rumore secco,
m’angoscia non sapere
il destino del nido fra i rami,
coppia di passeri che cinguettano
fino a sera, incurante del freddo
nella prossima notte. E’ tardi,
non sento più la linfa scorrere
nel tronco muto e le foglie
cadono senza rumore,
secco l’eco dello schianto.
M’hanno tagliato le braccia
perché scoppiassero gemme
fra nodi aggrovigliati, incavo
di cicale di giorno assopite,
non sento più il calore verde
sotto la corteccia ma colpi sordi
d’una scure, lama aguzza
lacerare le mie carni.
Sedici ottobre
«Eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto
volgerà nuovamente al bene». Anna Frank
C’è una morte più tragica di questa
notte, nero come la pece il ricordo?
Milleventiquattro rastrellati come l’erba
nei campi, bianchi gigli strappati
alla madre terra, urlo straziante
che penetra dentro i muri delle case,
a memoria futura il tremore dell’aria.
Si sente ancora l’odore acre
degli stivali tirati a lucido
e il rumore sordo delle porte
aperte a grida di bimbi, madri
orfane di latte ora che la vita
è un binario morto nel campo
bianco di neve. C’è silenzio nei vicoli,
nello shabbat riposa l’anima
delle vergini e il canto dei bambini,
vuota la piazza dell’inganno, sul selciato
un berretto di lana perduto nella corsa.
La scelta di Viola
“Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. Franca Viola
Quel giorno il sole era pallido
e il Natale aveva sapori amari,
echi di nenie dei pastori
che peregrinavano in vicoli deserti.
La violenza ha l’alba nebbiosa
e l’arte dei prepotenti possiede lame
capaci di lacerare anime
dove dimora la forza e il coraggio.
Allora la notte s’appartò
nell’antro scuro, le ombre degli alberi
s’allungarono nelle montagne,
il silenzio del vento coprì lo spazio
vuoto: il buio s’impadronì
del mio corpo, le stelle si nascosero
fra nuvole grigie e l’attesa
d’un futuro incerto mi avvolse.
Ma l’amore per la vita
e il coraggio di donna mi strappò
dalla solitudine del pianto,
accompagnando i miei passi
nel giardino degli aranci in fiore.
Adesso negli occhi delle donne
brillano gemme di libertà
nel volto sorridente del mattino,
lontano dalla malinconia dell’anima
caduta nel ponte dei sospiri.
Franca Viola, prima donna italiana ad aver rifiutato di sposare il suo rapitore e stupratore (matrimonio riparatore). Divenne simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane. Soltanto il 5 settembre 1981 l’usanza del matrimonio riparatore è stata legalmente abolita.

