Maria Paiato domina in Riccardo III

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Riccardo III di William Shakespeare è affidato alla carismatica figura di Maria Paiato, che iscrive il proprio nome nella lista degli artisti che nel corso dei tempi hanno creato il tirannico personaggio. Scelta fortemente voluta dall’attrice rodigina che aggiunge alla già ricca galleria d’interpretazioni un’altra figura di forte impatto. Produzione firmata dal Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo e Teatro di Roma, Riccardo III che ha debuttato in prima nazionale la scorsa estate al Teatro Romano di Verona, proseguendo ora la lunga tournée su molti palcoscenici d’Italia. La perfetta sintonia d’intenti di Maria Paiato con il regista varesino Andrea Chiodi, nel progetto di riportare in scena questo testo in maniera fedele allo spirito originale, ha fatto cadere la scelta sulla riduzione e adattamento di Angela Dematté, per restituire il malefico fascino del sanguinario re. Scritta da Shakespeare probabilmente nel 1593-94, il dramma storico fu rappresentato nel 1597. La trama di Re Riccardo deriva dalla “Vita di Riccardo III” di Tommaso Moro e dalle Historiae anglicae di Polidoro Virgilio, testi rielaborati poi nelle cronistorie di Hall e Holinshed, fonti cui attinse Shakespeare. Curiosa la concomitanza temporale, sullo stesso soggetto, di un altro dramma, “La vera tragedia di Riccardo III” datata 1594. Efferata la storia, Riccardo, duca di Gloucester, celando sotto un’apparenza di mitezza criminosi piani di potere, induce Edoardo IV a imprigionare il comune fratello Clarence e, per mezzo di sicari, a ucciderlo. Non sarà che l’inizio di una sanguinosa sequela di delitti, non esitando a sopprimere tutti quelli che non parteggiano per lui (anche se prima gli erano stati fedeli) spianandosi la via all’incoronazione, usurpandone il trono regale. Doveroso ricordare che storicamente si era dimostrato un valente e coraggioso soldato, difendendo Edoardo IV nella lotta contro il ribelle conte di Warwick, nonché un valente amministratore. Durante il regno dei Tudors, Riccardo fu diffamato per la sua scelleratezza, così da instaurare una specie di tradizione letteraria che soddisfaceva la casata dei Tudor che si consideravano eredi dei Lancaster. La selvaggia crudeltà manifestata da Riccardo, nel breve periodo di potere, anticipò la fine del pur efficiente dominio. Shakespeare gli prepara un’uscita di scena teatrale, in un finale percorso da incubi spaventosi, popolati dalla visione delle sue innumerevoli vittime; qui il bardo gli mette in bocca la famosa battuta – un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo! che precede la disfatta finale e la spaventosa morte. Maria Paiato fin dall’entrata strisciante sul grande tavolo che domina la scena, sprigiona serpeggiante energia recitativa, intriso d’ironia il suo dire già al grido di “viva Re Edoardo”! in cui fa palese l’inverno dello scontento del personaggio. Non punta su un ribrezzo fisico, ma su quello di una logica e fine analisi di sé, di quel che la natura gli ha donato e lo plasma in variegati colori di voce, facendo di Riccardo un affabulatore prolifico, quanto affascinatamente ipnotico. La Paiato gioca sagacemente con un’androginia che rende Riccardo III un alieno dai sentimenti umani, un’ambiguità che condiziona e plasma la recitazione, facendone stile di pensiero e di vita. Vetriolesca ironia interpretativa come si è detto, sposata a un’ambiguità dilagante che, prima ancor che fisica o di genere, è mentale, in quello sferrare lucidamente colpi su colpi d’irresistibile capacità seduttiva, lasciando le varie prede o vittime letteralmente impotenti, dopo aver loro inoculato il “veleno” della sua sottile persuasione. Una recitazione la sua sempre accorta, astuta in ogni inclinazione, melliflua e camuffata a rendere una trasparenza d’animo inesistente, ma ancor più tesa e avvinghiante, strisciante ma vincente al fine che si è imposto. Un esempio il “duetto” (o forse meglio dire monologo…) nell’incontro con Lady Anna, di convincentissima loquela e suscitando – travestita di una passione amorosa che a stento si potrebbe credere non pienamente sentita e provata, un esplicito e lacrimevole stato che non può non irretire la credula Anna, nel perfetto e lucidissimo calcolo politico. Di un’intensità travolgente. Pentimento costruito benissimo, adulazione mascherata da mire sottili, corteggiamento serrato: la preda è vinta come non mai. A stento si potrebbe sospettare Riccardo di malvagità se non fosse per il cinismo senza confini in una fisicità sostanziale: un’ambiguità che la Paiato rende tangibile e solo superficialmente può essere chiamata crudeltà, ma un prodotto di uno “scompenso” generalizzato in cui la moralità non è più materia di valore, un senso di vuoto generato da una società crudele. Finale drammatico, livido, in cui l’attrice si rannicchia in posizione fetale, quasi ritorno alla sua genesi: opera uno sdoppiamento di personalità, in un dialogo in cui riesce a mentire anche a sé stesso, ma riprendendosi in quel furore d’incitamento alla battaglia, prima di veder spirare il lacerato spirito. Accanto a lei un cast molto omogeneo, a cominciare dalla Regina Margherita di Carlotta Viscovo inizialmente ruvida, scava in seguito il personaggio: palpitante nella commozione del rimembrare la grandezza perduta, dando vigore da profetessa nello scagliare le maledizioni con intensità; assume tratti ieratici fumando impassibilmente nell’attesa dell’avveramento dei suoi vaticini. Pregevole Giovanni Franzoni, Buckingam che si ribella dopo essere stato la sua anima nera, facendosi via via più aderente al personaggio. Regina Elisabetta era Francesca Ciocchetti dai toni poco altezzosi di regina, più credibile nel rimpianto dei figli. Giovanna Di Rauso, Duchessa di York era una persuasiva madre di Riccardo, tragica nella maledizione finale. Lord Hastings un Riccardo Bocci bravo e credibile, mascherando candidamente il suo vizio, Clarence – Emiliano Masala dai toni dolorosamente introspettivi, partecipe Lady Anna di Ludovica D’Auria. Completavano degnamente il cast Edoardo IV – Igor Horvat, Rivers – Tommaso Cardarelli, Primo Assassino / Catesby / Ragazzo – Cristiano Moioli e Secondo Assassino / Ratcliffe / Principe – Lorenzo Vio. La regia di Andea Chiodi esalta il linguaggio shakespiriano a rendere la matrice poetica dell’originale con indiscussa efficacia, creando un’atmosfera sospesa, quasi intimista, di una tensione collettiva in un movimento circolare ripetitivo, tutto ruotando attorno a Riccardo III. Inizialmente rappresentato come un enfant gâté che s’inerpica e pontifica sul gran tavolo in contemplazione del carillon, ne fa un Tartuffe molieriano ante litteram al momento della teatrale preghiera. Lo riveste di un gesto in continua tentazione del prossimo, allo scopo di dargli fiducia e di averne poi orrore, mescolanza di ciarlataneria e precisione nelle sfumature della parola, di gusto orgiastico del potere in gioco vitale, ma anche con sfumature di amarezza e completezza insieme. Tende a sfidare, a provocare e assalire chi gli ruota accanto e dall’altro lato a persuadere e circuire. Movimenti si snodano spesso in girotondo, sottolineato dal carillon, fermi e totali, dove non c’è posto per i sotterfugi della coscienza, in una dimensione quasi ipnotica. Scena di Guido Buganza dal grande e semovente tavolo di spartizioni di poteri e comando, che diventa palco e tribuna…lampadario che, calando, diviene bara del principe di Galles e, capovolgendosi lascerà cadere una pioggia di piccoli oggetti. Costumi di Ilaria Ariemme, tra l’evocativo e l’immaginativo, pur nell’atemporalità, di una precisa società. Luci pregnanti di Cesare Agoni. Successo caloroso per tutta la compagnia, con calde sottolineature per Maria Paiato. Al Teatro Sociale di Brescia, recite fino al 18 gennaio. Proseguendo poi in tournée su varie piazze italiane: a Bergamo dal 9 al 17 maggio.

gF. Previtali Rosti

 

ph Laila Pozzo

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