Liriche di Rosetta Gallo, Silvia Ferbri e Stefano Baldinu (Premio Pierluigi Galli 2025)

Data:

 

Rosetta Gallo

 

ROSSO

Vorrei che la gente
gioisse, che si prendesse
per mano
che si guardasse
negli occhi.
Scrivo di rosso
perché rosso è
il colore della gioia,
del sangue, del cuore
del fuoco che arde
nel mio stomaco
e rosso vivo è l’idea
che porto nel petto
come quello delle estati
bruciate.
Rosso è il fuoco che
I nostri occhi emanano
al calore dei corpi
che si abbracciano
come catene incandescenti
di anelli serrati
e lucchetti con chiavi
buttate .
Che un’esplosione di rosso
avvolga la terra
surriscaldata d’amore
perché rosso sangue
è l’emozione che pulsa.
Un giuramento di fede
globale
sigillato di rosso
potrebbe salvare
le nostre anime perse
nel nero della notte.

 

Umanità

Umanità triste
in una allegra danza
Sorridente,
graffiata sotto la pelle
Accozzaglia di odori forti
Di sputi soffiati
In faccia
Senza pudore
Maschere sopra teschi
Con cappelli colorati
Umanità che rotola
su grassi piatti
e su lucide piste
La luce folgora
e rivela
Volti incipriati e bianchi
di dolore
di occasioni perdute
Sensazioni amplificate
fino allo sconfino
dell’io
Dove il tu non esiste
Dove il noi
È acqua passata
Dove tutto
Si sconvolge e si avvolge
in una musica
che inebria
È caos

 

Un giorno qualunque

Il sole si fa spazio
tra le tegole
perché mi raggiunga
dopo la notte buia
come la pece.
Di fronte a me una piantina di cactus rinsecchita per mancanza di cure
forma sul tavolo un’ombra
simile ad un gufo con le penne irte.
Il cuore ha un ritmo più forte
perché stanco ,
ma pronto per nuova vita.
La vicina di casa intona una canzone
degli anni suoi più belli ,
i panni stesi al sole
anch’essi rinsecchiti
aspettano di essere rincasati.
Il mare di fronte , oltre le tegole
è di un argento lucido ,
l’aria è piacevolmente fresca,
odora di anguria.
Alla natura poco importa
che giorno è oggi
ma a noi umani piace scandire il tempo
con rituali che sanno di magico.
Voglio pensare che domani sia
davvero un giorno nuovo .

Silvia Ferbri

 

Ammonisco i sogni

Occhio a voi, sogni
Non volate così in alto
Duole poi la caduta
Sul letto irto di chiodi

Colpevole sono io
Intenta a disegnare ricami
Idee corrono nel vento
Angusto si fa lo spazio

Vorrei giungesse la mia voce
A chi non sa ascoltare
Questo sconosciuto cuore
Non più al buio, celato

Poco generosa la vita
Troppo filo spinato intorno
Come il primo istante ingenua
Il libero e il vero rincorro

Troppo tardi non è mai
Per lo sguardo infine aprire
Ci sono doni che costano nulla
Il perduto calore di un sorriso

 

Luna nascosta

Oggetti immobili
Sotto la polvere
Ostaggi
Attendono
Dell’indecisione il dissolversi
Lacerata tra il santuario
Dell’ieri
Irrisolto
E un domani
Curioso
In bilico
Su questi neri rami
Di nuovo
Non vedo la luna

 

Castelli di sabbia

Erano recinzioni
Sfilacciate
Passi audaci
Rifiutando
L’imbrunire
Cimiteri di ricordi
Avanti il niente
Su cui poggiare
Ostinati castelli
Di sabbia
Lucidità opaca

Stefano Baldinu

 

LA PRIMA LETTERA DELL’ALFABETO
(a mio nonno Giomaria “Billia” Baldino)

Era una abluzione di ombre rugginose
a detergersi di verderame e terra i contorni degli occhi, Billia,
ogni volta che il tramonto allungava il collo
e i crini, dissetandosi nell’orizzonte,
condividevano il sonno del nuraghe.

E lui ad esercitare le dita minute
per non dimenticare nulla
di quell’alfabeto appresso dai padri
e del quale ogni giorno colmava
le intercapedini dei muri a secco.

E andava di palmo in palmo
unendo in matrimonio le viti
alternando maiuscole di pazienza
e minuscole di saggezza.

E con quale timidezza accostandosi al fico
socchiudeva gli occhi ascoltando la portata dell’albero
scorrergli nell’alveo del cuore.

Allora lasciava che i polpastrelli
camminassero lesti sopra la lavagna terrosa della vigna
a cancellare ogni sua orma superflua.

Per questo, andandosene, dava la schiena al Creato
e a tutte le piccole lanterne che poco a poco
accendevano il cielo, alzando le braccia
fino ad unire, sfiorandolo, l’infinito
come la prima lettera dell’alfabeto.

 

LA FORMA DEL VUOTO
(in memoria di Lorenzo Parrelli, ragazzo morto a 18 anni
l’ultimo giorno di alternanza scuola/lavoro)

I mattini di gennaio sono timidi fiordi
dove la luce s’insinua sciogliendo il gelo dai vetri
e impercettibili pianeti di polvere
a ruotare attorno ai contorni lucidi
della tua foto sulla mensola
imitando le meccaniche celesti
di questo piccolo universo domestico.

Non so dirti, Lorenzo, cosa mi conduca ancora qui
né cosa mi aspetti di nuovo sostando
sulla soglia della tua stanza intatta
dal giorno in cui ti separasti da lei
per affrontare il tuo ultimo stage
se non ravvivare il futuro nel quale credevi
e rimasto niente più che una ipotesi.

Eppure lo ricordo il cielo, i suoi occhi d’acciaio,
sotto il quale il gas del tuo motorino rombava di felicità
ignorando che nulla di te avrebbe fatto ritorno,
lo stesso che capovolse tutta la sua sostanza
su di te, su di noi.

Hanno detto che la tua vita
fu un decelerare improvviso di marce
come prima di un’ultima curva.

Da allora, sai, è un continuo braccio di ferro con il silenzio,
il mio cuore è un motore che procede a singhiozzo
ingolfato dal peso della tua assenza

e la voce un nodo che si avvince sempre più stretto
alle corde vocali in un tiro alla fune con il dolore:
da una parte tu, dall’altra io
in mezzo la forma del vuoto

 

IL VUOTO DI TUTTI I SILENZI

(a Carmen Colòn, bambina di 11 anni rapita, stuprata e uccisa da Alfabet killer
Tra il 16 e il 18 novembre 1971 nei pressi di Rochester)

Avevano strani accenti di pioggia
le calligrafie nebbiose sulla Interstate
orli scuciti di una tenda
in attesa di una raucedine d’aria
lembi di didascalie sdrucite
come nei titoli di coda a coprire
il bianco e nero di un film.
Avrei voluto fermarmi ad osservarli
avrei desiderato sfiorarli
e raccontarli alle mani nodose della nonna.
Avrei potuto se non ci fosse stato lui
a sottrarmi ai miei undici anni
con la sua follia di volermi strappare dal corpo
là in quella macchina che sapeva di morte
e dove amava giocare con le doppie iniziali
e lettere dell’alfabeto.
Fu un attimo sperare nello sportello che si apriva
sulla sua titubanza ed io con la mia nudità oltraggiata
dare forma e pianto alla frenesia delle mie braccia alzate
e poi cadere preda delle sue mani troppo forti,
dei suoi graffi sulla pelle e sull’anima,
della sua corda attorno alla gola a rubarmi il respiro
e mostrarmi la vostra indifferenza.
Dicono che i giorni di novembre
non siano fatti per vivere:
io l’ho saputo nell’istante in cui
mi ritrovarono in un gomitolo di terra
ai bordi dell’Interstate e il lago più in là
a cercarsi nel cuore le lacrime
e un fiore umido di brina da regalarmi.
E solo un chiarore sottile
come i tenui sorrisi dei quali si nutrono le foglie e gli orizzonti
a sfiorarmi la fronte, forse quello che tutti chiamano Dio
a intrecciare la sua luce ai miei polpastrelli
colmando di passi il vuoto di tutti i silenzi.

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