28 anni dopo – Il tempio delle ossa: quando l’orrore smette di essere il virus

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Dopo sette mesi, 28 anni dopo ci riporta in sala con Il tempio delle ossa, e lo fa scegliendo una strada più rischiosa che rassicurante. Alla regia non c’è più Danny Boyle, ma Nia DaCosta, chiamata a raccogliere un’eredità pesante senza replicarla. Il risultato è uno sguardo diverso che però non tradisce l’universo originale: al contrario, riesce a innestarsi nella regia cruenta, soggettiva e modulare di Boyle per poi deviare, trovare un proprio tracciato, spostare il centro dell’orrore.

Gli infetti, questa volta, si vedono appena. Non perché non facciano più paura, ma perché non sono più loro il problema. Il vero terrore nasce dagli esseri umani sopravvissuti, dai traumi che si sono trasformati in ideologia, culto, violenza organizzata. Da una parte una setta satanista assetata di sangue, dall’altra un medico che cerca una cura per il virus e stringe un legame impossibile con l’Alfa Samson. In mezzo, corpi e coscienze che continuano a mutare.

Il film non risparmia immagini scioccanti: teste strappate con tutta la colonna vertebrale, donne scorticate vive, riprese a mano che insistono sul dolore, sulla materia, sull’atto stesso dell’infliggere sofferenza. Ma accanto a questa brutalità c’è un controcampo inatteso: una storia di formazione, quella del giovane protagonista, che corre in parallelo con quella del dottor Kelson. Un uomo che può rilassarsi ballando vinili anni ’80, ondeggiando le braccia davanti a Samson strafatto e sornione, e subito dopo precipitare nell’orrore più assoluto.

È qui che DaCosta trova il suo equilibrio: questo capitolo chiude un cerchio, riduce lo scontro diretto con gli zombie per entrare nella vita dei personaggi che hanno attraversato l’inferno. Il film si interroga su cosa resti dell’umanità, dove si trovi il suo confine, come si possa resistere e quale prezzo ciascuno sia disposto a pagare per farlo. Dall’Alfa, emblema stesso del virus, fino a un bambino che sta ancora scegliendo chi diventare.

In realtà, i bambini sono due. Da un lato il giovane Spike, ancora in formazione; dall’altro Sir Jimmy Crystal, che avevamo conosciuto a otto anni nelle prime sequenze di 28 anni dopo e che qui ritroviamo adulto, prodotto diretto delle sue scelte. Un confronto silenzioso ma potentissimo: un uomo che è diventato ciò che era destinato a essere e un bambino che potrebbe imboccare una sola strada. È anche per questo che il dottor Kelson cerca di salvarlo: non dal virus, ma dall’uomo che rischia di diventare.

Il filo conduttore resta la scrittura di Alex Garland, che garantisce continuità tematica e politica all’intera saga. Il tempio delle ossa è un film che parla di disumanizzazione, ma lo fa spostando l’attenzione dalla malattia alla scelta morale.

In questo senso, l’interpretazione di Ralph Fiennes è centrale. Il suo dottor Kelson è un personaggio profondamente sentito: agisce e ascolta con amore, pace, umanità. Ha lo sguardo colmo di riconoscenza, il volto segnato dallo iodio che si spalma addosso per allontanare il virus, un arancione brillante che lo rende quasi rituale. In lui convivono resilienza e follia, silenzio e musica, vinili che lo fanno fluttuare e heavy metal che lo spinge a saltare, urlare, scuotere il corpo. È un personaggio che sprigiona vita, abbastanza forte da reggere il contrappeso dell’orrore circostante.

Il tempio che Kelson costruisce sembra nato dalla mente di un satanista, ma rivela l’opposto: un ossario, un memento mori, che custodisce una spiritualità autentica, concreta, fondata su valori positivi. Il suo contrario sono i seguaci di Jimmy, che si proclamano devoti ma agiscono come predatori, assassini che si muovono nell’ombra e nel sangue.

Jack O’Connell rende Sir Jimmy Crystal con uno sguardo trasversale, un ghigno costante, una lucidità inquietante. È un sacerdote rovesciato, guidato dal sadismo, convinto di essere un prescelto. Quando incontra Kelson, che con il suo tempio sembra incarnare davvero Satana, lo guarda con devozione, ma non esita a scendere a compromessi pur di mantenere il controllo sui suoi seguaci. È un truffatore della fede, e proprio per questo pericolosissimo.

La musica gioca un ruolo fondamentale. Le composizioni di Hildur Guðnadóttir accompagnano la narrazione attraversando adrenalina e dolore, mentre i brani anni ’80 diventano carburante emotivo per Kelson e racconto di una vitalità ostinata: da Ordinary World, Rio e Girls on Film dei Duran Duran a Everything in Its Right Place dei Radiohead, fino a The Number of the Beast degli Iron Maiden, che esplode con una danza satanica, fisica, liberatoria dove Ralph Fiennes raggiunge il suo apice.

In questo capitolo, gli zombie – un tempo protagonisti – quasi scompaiono. A occupare la scena sono gli esseri umani e i loro traumi, capaci di scorticare corpi come fossero animali, di depredare, di trasformare la sopravvivenza in culto. L’orrore non è più l’epidemia, ma ciò che resta dopo.

E poi, sul finale, una sorpresa: una scena tragicomica con Cillian Murphy che sembra voler lanciare un messaggio al nostro presente. Perché dimenticare il passato, spesso, è il modo più rapido per permettergli di tornare.

28 anni dopo: il tempio delle ossa è ora al cinema con Sony Pictures.

Federica Guzzon

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