Un film può essere insieme un prodotto commerciale e un grande film. “Marty Supreme” lo dimostra, tenendo in equilibrio spettacolo e ambizione autoriale grazie a un interprete che sa reggere entrambe le tensioni: Timothée Chalamet.
Prodotto da A24, che qui affronta la sua produzione più costosa (con un budget riportato tra i 70 e i 90 milioni di dollari), Marty Supreme è un’opera che non ha paura di osare, di mescolare generi e registri, di spingersi oltre la comfort zone del cinema indipendente per parlare direttamente allo spettatore contemporaneo. L’uscita nelle sale è fissata dal 22 gennaio con I Wonder Pictures, mentre il film si affaccia alla stagione dei premi con già un Golden Globe come Miglior attore (commedia/musical) per Chalamet.
Al centro c’è Marty Mauser, personaggio ispirato alla figura reale del leggendario giocatore di ping pong Marty Reisman: arrogante e magnetico, talentuoso e autodistruttivo, spinto da un’ambizione che non conosce mediazioni. Chalamet lo incarna con una sicurezza che non cerca simpatia: Marty non vuole essere amato, vuole essere visto. E chi meglio di lui, star consapevole, icona mediatica, corpo perfettamente inserito nel sistema che il film racconta, poteva dare forma a un personaggio che vive di rischio, autocelebrazione e fame di riconoscimento?
Il film sorprende per la sua natura mutante. È insieme gangster movie, film sportivo, storia di formazione, racconto sentimentale e film sulle truffe, sui furti, sugli inganni. Il ping pong, ossessione di Marty e quasi una dipendenza fisica, diventa il pretesto narrativo per una corsa continua, un palleggio incessante che spinge lo spettatore da una periferia malconcia al lusso del successo capitalistico. Marty non ruba né tradisce per gusto: lo fa perché ha un piano più grande, perché tutto, per lui, è sacrificabile in nome di un talento che sente di dover dimostrare al mondo.
Sport sottovalutato e marginale nell’America del dopoguerra, il ping pong diventa così il terreno ideale per raccontare un talento fuori posto, un’ambizione che nasce lontano dai riflettori. Attraverso questo personaggio, il film racconta un’America anni ’50 fondata su sogni, merito e competizione. Lo sport, che da sempre è terreno di scontro commerciale e politico, si fa metafora del capitalismo americano: chi vince resta, chi perde scompare. Marty incarna quel sogno senza filtri morali, disposto a tutto pur di arrivare dove sente di meritare di stare.
La regia di Josh Safdie accompagna questo movimento con un’energia cinetica costante. Le scene fluiscono come se fossimo sempre sul campo da gioco, trascinati dal ritmo della narrazione, senza pause di sicurezza. È un cinema che non si ferma, che accelera, che rischia di perdere l’equilibrio pur di restare vivo.
Fondamentale è anche il lavoro sul suono. La colonna sonora di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) non si limita ad accompagnare le immagini: le anticipa, le contraddice, le amplifica. Lopatin costruisce lo score partendo dal suono stesso della pallina, come racconta lui stesso:
«Il suono delle palline da ping pong… sembrava quello di mazze che generavano melodie poliritmiche vivaci».
Un’idea sonora che si nutre della tensione fisica delle partite, del gesto ripetuto, dell’ossessione che scandisce il corpo di Marty. Il risultato è un mix stratificato: ostinati di flauto mid-century, archi e cori neoclassici e sintetizzatori FM anni ’80, che creano uno scarto temporale continuo, sospendendo il film tra passato e futuro.
Accanto allo score originale, il film utilizza anche brani iconici che amplificano l’irrequietezza del protagonista: Forever Young degli Alphaville, Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears, I Have the Touch di Peter Gabriel, The Perfect Kiss dei New Order. Scelte musicali che non cercano coerenza storica, ma emotiva, e che dialogano apertamente con l’ambizione smisurata di Marty.
Anche la presenza mediatica di Chalamet fuori dal film sembra dialogare con il personaggio. La campagna che ha accompagnato l’uscita, i look arancioni, l’ostentazione controllata, appaiono come una naturale estensione di Marty Mauser: una sovrapposizione tra attore e ruolo che diventa parte del discorso sul desiderio di visibilità e sull’appartenenza a un sistema fatto di regole ferree e risultati misurabili.
Marty Supreme accompagna il suo protagonista in una crescita che non è mai lineare, fino all’età adulta, raccontando l’ossessione, l’adrenalina e persino l’astinenza legata al gioco e al successo. È un film che usa un personaggio larger than life per parlare di un intero immaginario culturale.
In un panorama cinematografico che spesso sembra appiattirsi su formule rassicuranti, Marty Supreme è una boccata d’aria fresca. Una rottura nel linguaggio che ritrova l’equilibrio tra recitazione, sceneggiatura, regia, montaggio, suono e fotografia. Un film che dimostra come il cinema possa ancora essere spettacolare senza rinunciare a una visione.
Federica Guzzon

