“La rigenerazione” di Italo Svevo – il tempo che passa e la difficoltà dell’essere umano di accettarlo

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Ha debuttato il 14 gennaio 2026 (replica fino al 18, per poi raggiungere Roma, Napoli e Genova) al Politeama Rossetti di Trieste, l’ultimo lavoro di Italo Svevo “La rigenerazione”. È un titolo molto insolito, che lascia perplessi e curiosi.

Composto tra il 1926 e il 1927, perciò temporalmente lontano un secolo dai giorni nostri, l’ormai 65enne Italo Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schmitz, Triestino) ci trasporta in un viaggio che invece ci è estremamente familiare: il dualismo, l’opposizione, la contrapposizione, il contrasto, lo scontro, la lotta, la rivalità, l’attrito, l’antagonismo, vale a dire tutto ciò che si muove tra gli status di giovinezza e vecchiaia.

La commedia è costruita attorno ad un tema universale e attuale: come porsi e come fronteggiare gli anni che passano e la conseguente decadenza fisica e mentale. Il protagonista, Giovanni Chierici, interpretato da un meraviglioso Nello Mascia, non vuole né accettarlo, né conseguentemente abbassare il capo ad una più fragile condizione. Non si sente affatto pronto, sebbene si renda perfettamente conto di aver realizzato, durante la sua vita (ha 76 anni) parecchie cose ed aver perseguito diversi obiettivi: una bella moglie, una bella figlia, un bel nipote, una bella casa, una agiata condizione economico-sociale. Ci sono tutti i requisiti per vivere abbastanza tranquilli cercando di rimanere lucidi e in salute.

Invece no, cominciano le smanie, i pensieri, i desideri, il volersi comportare come anni prima, fare conquiste e ammaliare le donne come un “giovane”: “…Diranno che sei vecchio, con tutta quella forza che c’è in te. Vecchio, Quando non è finita, hai ancora tanta vita e l’anima la grida e tu lo sai che c’è …”. Così scriveva e cantava Renato Fiacchini (in arte Zero) nel 1991, cioè 35 anni fa.

Così Giovanni Chierici, uomo del suo tempo, cioè di 100 anni fa, si lascia convincere a fare una “misteriosa operazione” (che poi altro non è che un inganno perpetuato da un nipote senza scrupoli) per essere nuovamente attraente e prestante, schiacciare e scacciare via il mostro della vecchiaia, riprendere in mano la propria esistenza, com’era un tempo. Ritrovarsi e ritrovare il fascino sia in sé che nella sua vita, nella sua mente, nel cuore suo e dei propri cari. Cosa c’è di più moderno e attuale?

Questa la sinossi. Ma ecco che avviene la magia: quattro entità, tante personalità si incontrano, si intrecciano, si accordano, si coinvolgono, coincidono nella volontà di mettere in scena una condizione intrinseca dell’animo umano.

Attraverso il fil rouge del racconto di Svevo, ecco che il sensibile regista Valerio Santoro (tra Napoli, Palermo, Roma) prende in mano un testo poco noto e poco affrontato (e dal quale fu folgorato nell’interpretazione di Gianrico Tedeschi del 2007-2008, diretto da Antonio Calenda) e assieme a Nello Mascia (sublime interprete partenopeo con un bagaglio pieno di Eduardo e Viviani) comincia un ricamo a intaglio tale che possa avvicinare due realtà geograficamente lontanissime: il Teatro Biondo di Palermo e il Politeama Rossetti di Trieste. “Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno”, Svevo ritorna, a calcare i palcoscenici dello Stivale con tutta la sua modernità e acuta osservazione del ”mestiere umano”. E forse a lanciare un messaggio su cui riflettere: non dobbiamo essere facile preda di facili illusioni. Il tempo ci dà il tempo che abbiamo e che meritiamo. Non è come quei nastri di registrazione che abbiamo usato per decenni e che abbiamo mandato avanti velocemente e riavvolto spessissimo con un semplice click.

Così è nato ed ha preso corpo questo spettacolo veramente notevole.

Durante le due ore e mezza di durata, si entra e si interiorizza, grazie all’abile messinscena, un mondo pieno di contrasti e verità nascoste, il tutto azionato dal meccanismo di bugia/verità, gioventù/vecchiaia, tecnologico/primitivo, insopportabile/tollerabile, sano/malato, utopia/distopia. Soprattutto malattia/salute.

Alla fine esci dal teatro non avvilito ma con un sorriso che parte dal cuore, perché hai assistito ad una pièce (che si temeva un po’ pesante) che invece è davvero leggiadra.

Nello Mascia è favoloso (d’altronde è un grandissimo della scena italiana) nel vestire i panni prima scuri, lugubri, pesanti del vecchio e poi quelli luminosi e colorati del giovane. È Intenso, profondo, divertente, con qualche gag appena accennata, delicata e buffa, che solo chi ha calcato palcoscenici di un certo tipo (ed è appartenuto ad autori immensi) è in grado di fare (sebbene si percepisse benissimo la tensione di proporre un’opera ed un personaggio nella stessa città dell’autore).

Tutto il cast è perfetto. Gli altri otto attori sono eccellenti: ognuno ha impersonato e introiettato il proprio personaggio in maniera tale da affascinare lo spettatore: ti sembra di sbirciare in una storia vera, reale, tangibile. Tutti davvero abili nella recitazione, abili nel gestire i loro ruoli a livello drammatico e leggero al tempo stesso.

Costumi fantastici ed elegantissimi: coniugano a perfezione originalità e stile classico degli Anni ’20. Rigorosi (per gli uomini), austeri (soprattutto per le signore) poiché neri ma contemporaneamente soavi, ricchi di svolazzanti tessuti in seta o georgette, che aiutano ad alleggerire con il loro movimento lo svolgimento dell’azione scenica.

Scenografia semplice e ricca composta da un soggiorno, un mobile da ingresso, una poltrona, uno specchio, una macchina per cucire (e ricucire), che proietta “un entro e un fuori” sulla scena, ma con dei confini ben precisi, come una scatola dalla quale però si esce davvero: ad esempio le finestre concretamente si affacciano in un mondo esterno, su un giardino esterno. Tutto essenziale però. Tale scenografia rimane per quasi la durata completa dello spettacolo, poi le occlusive, rassicuranti e limitanti pareti si sollevano dalla terra, tutto rimane sospeso e distaccato dalla realtà terrena e un enorme albero, con una grande chioma rigogliosa e un tronco possente, fa la sua comparsa. Tronco che Chierici abbraccia e apprezza, come se ne volesse bere la linfa vitale. Lo identifica con se stesso, lo aiuta ad ascoltare il pistolotto del simulacro della moglie che, vestita di bianco, gli confessa i suoi sentimenti, le sue frivolezze, le sue disillusioni, le sue bugie a fin di bene (dice), per cercare di conservare quella vuota e superficiale tranquillità.

Nello/Giovanni resta solo. Solo in scena. Solo nei suoi ricordi, solo nei suoi desideri, solo nelle sue illusioni, provocate da se stesso e dagli altri. Solo come sano. Solo come malato. Sta abbandonandosi come si sente abbandonato dagli altri. Il volto ridiventa scavato e rugoso, magico gioco di mimica facciale e di luci. Il viso non risponde più, la mente non risponde più, il corpo non risponde più.

Il pensiero del coinvolto spettatore segue e vola al tempo stesso. Va verso i “magici” trattamenti di bellezza, le palestre, le creme miracolose, le punturine, i visi di dive/divi che non riconosci più perché improvvisamente tu sembri il loro genitore. Fiumi di denaro, bui come lo Stige, scorrono verso chi ha avuto la capacità di illudere. Uno spettacolo che fa rivivere e ricordare i miti che hanno percorso le storie e le leggende in tutti i tempi: Eva, Iside, Osiride, Achille, Circe, “nel Nuovo Mondo era stata ritrovata “una fontana d’acqua più preziosa del vino, di cui qualunque ne beve, da vecchio giovane diviene”.

“Vorrei che il pubblico, attraverso lo spettacolo, analizzasse lucidamente le falsità delle maschere che la società ci impone per abitudine e consuetudine” (Valerio Santoro).

Il tourbillon dei pensieri e ricordi letterari e teatrali (devo assolutamente citare anche ” Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand quando la moglie parla del bacio) che mi ha scatenato questa pièce è davvero notevole…il bagaglio c’è. Mmmh…Che sia invecchiata anche io?

Da Trieste per oggi è tutto.

Rosa Zammitto Schiller

 

LA RIGENERAZIONE di Italo Svevo
regia: Valerio Santoro
personaggi e interpreti
Giovanni Chierici:         Nello Mascia
Emma Ricca, la figlia:  Roberta Caronia
Anna, la moglie:            Matilde Piana
Rita, cameriera:            Alice Fazzi
Fortunato, chauffeur:  Nicolò Prestigiacomo
Enrico Biggioni:              Massimo De Matteo
Guido Calacci, nipote: Mauro Parrinello
Dottor Raulli:                  Roberto Burgio
Signor Boncini:              Roberto Mantovani
Scene:                             Luigi Ferrigno
Costumi:                         Dora Argento
Musiche:                         Paolo Coletta
Suono:                             Hubert Westkemper
Luci:                                 Cesare Accetta
assistenti alla regia:     Nicasio Catanese, Enrico Spelta
direttrice di scena:       Valentina Enea
coordinamento
dei servizi tecnici:         Giuseppe Baiamonte
produzione:      Teatro Biondo di Palermo / Teatro Stabile del Friuli-Vene

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