Intervista a Sandro Mabellini, uno dei “Bros”

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di Tommaso Chimenti

FIRENZE – Abbiamo appena assistito da pochi giorni a “Bros”, la potente performance targata Romeo Castellucci dove venticinque attori stavano in scena vestiti da poliziotti di stampo americano tra violenze di ogni tipo, torture e varie nefandezze. Ogni attore era stato formato per un giorno di prove soltanto per mantenere la purezza, la verginità dello sguardo, la spontaneità. Ogni personaggio veniva diretto da alcune posizioni e ordini che gli arrivavano in cuffia per le azioni collettive come per quelle singole tra spari, colpi di martello, sangue e manganelli. Tra questi venticinque abbiamo scorto il nome di Sandro Mabellini, regista e attore fiorentino di stanza tra Perugia e Bruxelles. E lo abbiamo intervistato. Mabellini, formatosi alla scuola Galante Garrone di Bologna e perfezionatosi con Chiara Guidi, Luca Ronconi, Federico Tiezzi e la Mnouchkine, lo abbiamo incrociato e intercettato in questi anni di critiche teatrali, sempre nel ruolo di regista, negli spettacoli “Tutta casa e chiesa” con Valentina Lodovini, “Faccia di cucchiaio” con Caroline Baglioni, nella trasposizione di “Trainspotting”, “Tu (non) sei il tuo lavoro” produzione di Accademia Perduta, “La nostra maestra è un troll”, “I separabili” con Alessandro Benvenuti e Chiara Caselli. Insomma una lunga e variegata e poliedrica produzione e amicizia. Gli abbiamo posto alcune domande per capire meglio, dall’interno, questo lavoro iconico e iconoclasta che tante suggestioni e riflessioni ha suscitato nella platea.

Come è stato lavorare con il Maestro Romeo Castellucci?

“Premetto che siamo stati guidati dai suoi assistenti che hanno preso parte allo spettacolo nelle varie repliche realizzate in questi anni: Silvano Voltolina, Sergio Scarlatella, Luca Nava. Castellucci è venuto a vedere la prova tecnica il giorno stesso del debutto. Vedendo il lavoro, si è complimentato con tutti noi”.

Come ha esordito, con quali parole si è presentato?

“Ci ha ringraziati per la disponibilità ad essere in un suo lavoro e per la professionalità mostrata. La mia sensazione è che Castellucci sia una persona tormentata artisticamente ma risolta umanamente; quindi, a differenza di altri suoi colleghi e colleghe, non si sente su un piedistallo ma ben radicato a terra. Non ha un atteggiamento aggressivo; ha uno sguardo aperto e curioso. Di fatto mi sembra una persona semplice e serena, nonostante il suo lato intellettivo molto sviluppato”.

Cosa sapevi di “Bros” prima di entrare nelle pieghe della performance? Avevi già visto lo spettacolo in precedenza o avevi parlato con altri colleghi che avevano preso parte ad altre repliche?

“Non avevo visto lo spettacolo, ma solo dei brevi estratti su RaiPlay in cui Castellucci parlava delle motivazioni che l’avevano portato a voler creare “Bros”. Avendo precedentemente lavorato con Nava, dopo che sono stato selezionato per partecipare allo spettacolo, ho parlato con lui facendomi raccontare un po’ la natura e le modalità realizzative dell’opera”.

Romeo Castellucci, foto Luca Del Pia

Cosa vi ha chiesto principalmente?

“Castellucci, attraverso Silvano, Sergio e Luca, ci ha chiesto di essere presenti a noi stessi ma di non caricare inutilmente l’espressività, in particolare quella del volto; se devi camminare, fallo senza esitazione da un punto X ad un punto Z; anche se non hai grossi riferimenti, il tuo essere in scena è un fatto, quindi devi essere consapevole del tuo corpo, dei tuoi spostamenti, del tuo sguardo; niente è casuale.

E’ stato un lavoro immersivo?

“È stato un lavoro totalizzante. Lo spettacolo è stato montato in un giorno, alla fine del quale abbiamo fatto una generale. Questo è stato possibile perché da una parte abbiamo provato le scene che ci riguardavano, dall’altra ognuno di noi era eterodiretto in cuffia, con l’indicazione in tempo reale delle azioni e dei movimenti da fare”.

Cosa ti ha lasciato questo spettacolo? Cosa ti porti via da questi giorni con Castellucci?

“Mi porto dietro una visione – quella di Castellucci – che in qualche modo avvicina il teatro all’idea di opera totale che poteva avere Artaud, ma anche al Teatro Panico di Jodorovski, Topor o Arrabal. Io sono regista, e ovviamente cerco di essere in ascolto di una mia linea espressiva; ma vedere – e in questo caso vivere dall’interno – delle opere d’arte così totalizzanti, mi ricongiunge con il senso ultimo del mio lavoro e mi dà degli stimoli estetici ed etici per affrontare miei lavori successivi. Quando di fronte a me si rivela la genialità, gioisco perché questo mi rivela – da persona atea quale sono – la capacità trascendente dell’essere umano. Questo effetto negli anni me l’hanno fatto gli spettacoli di Romeo Castellucci, Milo Rau, Thiago Rodriguez, Miet Varlop, Thomas Ostermeier, Cristoph Marthaler, Alain Platel. Recentemente anche spettacoli di Antonio Latella, Leonardo Manzan, Fabiana Iacozzilli”.

Come racconteresti questa tua esperienza? Come la definiresti con una parola?

“Mistica”.

I costumi erano pazzeschi. Come si sta dentro tutto quel nero?

“Mi sembrava di stare in una sorta di realtà distopica, forse non lontana dalla nostra, in cui tutti quanti saremo controllori e controllati al tempo stesso; in alcuni momenti mi sembrava di essere dentro la serie Squid Game”.

Farai solo le repliche del Teatro della Pergola o ci sono altre possibilità future?

“Non so se lo spettacolo dopo diversi anni di repliche ne farà altre; in ogni caso se ci fossero altre possibilità mi piacerebbe proseguire l’esperienza. Comunque valida per sé stessa. Certo, se al Teatro della Pergola avessimo fatto due settimane di repliche anziché due giorni, sarei stato più contento”.

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