Il 17 gennaio 2026 non è stata solo una data sul calendario istituzionale: è stato il momento in cui L’Aquila ha smesso di essere “la città del terremoto” per tornare a essere, con orgoglio e commozione, la “Città della Luce”.
Esistono ferite che il tempo non può cancellare, ma che la cura e la bellezza possono trasformare in cicatrici preziose, segni di una resilienza che si fa arte.
L’inaugurazione dell’Aquila come Capitale Italiana della Cultura segna un passaggio psicologico fondamentale per una comunità che, per quasi diciassette anni, ha dovuto ricostruire non solo le pietre, ma soprattutto il senso di appartenenza e la speranza nel domani.
Sotto la direzione artistica del Maestro Leonardo De Amicis, la cerimonia si è svelata come un libro aperto sulla storia aquilana.
Condotta da Francesca Fagnani e Paride Vitale legati all’Abruzzo da radici profonde e sapori d’infanzia la mattinata ha trasformato l’Auditorium in uno spazio di ascolto profondo.
La voce narrante di Giorgio Pasotti ha segnato l’inizio di un viaggio emotivo dove la musica di Amara con ” Che sia benedetta”, con la benedizione di un auditorium raccolto attorno al Presidente Mattarella, ha fuso istituzione e arte in un unico abbraccio.
Il cuore psicologico dell’evento è palpitato nel secondo e terzo capitolo della cerimonia. La lettura di Simone Cristicchi e l’interpretazione di Gianluca Ginoble in “Amara terra mia“ hanno dato voce a quell’Abruzzo “forte e gentile” che sa piangere i propri cari, come nelle note dedicate alle vittime di Rigopiano dal compositore Fabrizio Mancinelli.
Durante la cerimonia si è dato spazio anche all’Abruzzo che sa rialzarsi e guarda al futuro attraverso la voce di Nicole Tuzii sulle note del brano ” Crazy boy”.
L’ artista ha rappresentato l’energia pulita e vibrante delle nuove generazioni abruzzesi. Essendo la più giovane artista sul palco, il suo intervento è stato strategicamente inserito nella parte centrale del racconto, quella dedicata all’apertura, alla comunità e all’accoglienza.
Il momento di massima tensione emotiva è arrivato con il terzo capitolo, “Rinascita, fede, perdono”, affidato alla voce luminosa di Viola Graziosi, in abito bianco, e al duetto Cristicchi–Amara sulle note de “La Cura”, di Franco Battiato che ha restituito alla sala un momento di profondità e magia.
In quel momento, la cultura si è manifestata per ciò che è realmente per L’Aquila: una strategia di sopravvivenza emotiva. Prendersi cura dell’altro, del patrimonio e della memoria è l’unico modo per trasformare il dolore in visione.
Nell’auditorium dell’Aquila, non c’è stata separazione tra il rigore della forma e il battito del cuore. Il protocollo istituzionale si è sciolto in un abbraccio artistico, creando un flusso unico, senza fratture, come se le parole del potere e quelle della poesia parlassero finalmente la stessa lingua.
Le note solenni degli inni e le immagini vibranti del video di proclamazione non sono stati semplici passaggi formali, ma il prologo di un dialogo profondo.
Il discorso del sindaco Pierluigi Biondi, visibilmente emozionato, non è rimasto confinato tra le righe di un testo scritto, ma ha intrecciato un legame vivo con le letture, le musiche e le testimonianze che hanno riempito la sala.
È stata una staffetta di umanità: la visione del Presidente della Regione Marco Marsilio e le parole cariche di significato del Ministro Alessandro Giuli non sono state percepite come interventi distanti, ma come tessere di un unico mosaico. In quel dialogo, la politica ha ritrovato la sua missione più alta — quella di servire l’anima di un territorio — fondendosi con la bellezza dell’arte per raccontare una storia di rinascita che appartiene a tutti noi.
Poi l’intervento del già Presidente del Teatro Stabile d’Abruzzo, Pietrangelo Buttafuoco su L’Aquila città multiverso. Il racconto si è fatto ancora più corale nel capitolo dedicato ai grandi scrittori abruzzesi: Pasotti, Cristicchi e Graziosi hanno dato voce a Silone, D’Annunzio, Ovidio, Croce, Dacia Maraini, Hemingway, accompagnati dalle musiche di Ennio Morricone, cittadino onorario dell’Aquila. Un passaggio che ha restituito l’immagine di una città capace di “continuare a generare voce anche quando tace”, come ha sottolineato De Amicis.
La chiusura, affidata al discorso del Presidente Sergio Mattarella e salutata da una standing ovation, ha suggellato una mattinata intensa e condivisa. Non un punto di arrivo, ma – come ha ricordato lo stesso De Amicis – una cerimonia fondativa, che ha dato forma e suono a un anno di cultura diffusa.
Le parole di Pierluigi Biondi Sindaco dell’Aquila hanno contribuito a dare la visione della città capoluogo che guarda avanti con fierezza :«La storia si scrive con piccoli gesti quotidiani, facendo il proprio dovere verso la comunità soprattutto quando è una comunità ferita come L’Aquila e il cratere sismico del 2009. La cultura non solo racconta la storia, ma serve anche a scriverla. Con questo anno vogliamo costruire basi solide, soprattutto per i giovani, affinché possano esercitare il diritto di restare, che è la massima espressione della libertà: costruirsi un futuro nei propri luoghi. Attraverso il racconto dell’Aquila vogliamo raccontare un’Italia capace di far sentire ognuno cittadino dei propri territori».
Giorgio Pasotti, attore e direttore artistico del Teatro Stabile d’Abruzzo con la sua profondità artistica ha commentato così la giornata:«È stato un momento molto emozionante e profondamente sentito. L’emozione di un intero popolo abruzzese è confluita in questa nomina meritatissima di Capitale italiana della Cultura, con L’Aquila come portavoce di una regione intera. Si è percepita una partecipazione che andava oltre la città. Per me è un onore rappresentare un pezzo di cultura aquilana e abruzzese e far parte di un momento storico: sento il dovere di restituire qualcosa a un territorio che mi ha accolto a braccia aperte».
Il gesto del sindaco Pierluigi Biondi, che ha consegnato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella la riproduzione della Bolla del Perdono di Papa Celestino V, non è stato un semplice atto formale. In termini psicologici, rappresenta la riconnessione con le proprie radici più profonde.
Donare il simbolo del perdono e della riconciliazione significa dichiarare al mondo che L’Aquila ha fatto pace con il proprio passato doloroso. È l’affermazione di un’identità che non si lascia definire dalla tragedia, ma dalla propria millenaria capacità di accogliere e rigenerare.
Il programma di L’Aquila 2026 con i suoi 300 eventi in 300 giorni — non è un semplice catalogo di spettacoli. È un progetto di psicologia urbana. Attraverso la riapertura di luoghi simbolo come il Teatro Comunale e il Teatro San Filippo, la città restituisce ai suoi abitanti gli “spazi del noi”.
L’Aquila 2026 ci insegna che la cultura non è un lusso, ma una strategia di sopravvivenza emotiva. È il collante che tiene unite le persone quando tutto sembra crollare. Oggi L’Aquila non ci invita solo a guardare le sue bellezze restaurate, ma a partecipare a un esperimento di rinascita collettiva.
Questa capitale non celebra il passato, ma inaugura un futuro dove il dolore è diventato consapevolezza e la ricostruzione è diventata visione.







