Quella descritta Eugene O’Neill ne Lungo viaggio verso la notte è descritta da Gabriele Lavia come una “famigliaccia”. Ed è questa famigliaccia che Lavia ha scelto di mettere in scena in questo suo ultimo lavoro (produzione Effimera, Fondazione Teatro della Toscana) presentato dal 16 al 18 gennaio al Teatro Nazionale di Genova.
O’Neill, certamente, firma un ritratto impietoso e senza indulgenze di una famiglia in cui il padre è un attore in declino, la madre morfinomane, e due fratelli di cui uno alcolizzato e l’altro malato di tubercolosi, scrivendo il testo nel 1942, ma che vuole assolutamente rappresentato solo dopo la sua morte. Un testo che ha solleticato molto Lavia per quelle dinamiche familiari distruttive e violente che si trovano anche negli autori a lui più cari come Ibsen e Strindberg. Un testo che dà corpo e voce ai fantasmi del passato tratteggiando i personaggi come figure senza speranza di recupero. Personaggi, ripeto, molto amati da Lavia che ancora una volta si immerge in questo dramma dalle caratteristiche molto simili ai drammi borghesi ottocenteschi che lo affascinano e a cui da anni fa riferimento per le sue messe in scena.
In più, in questo caso, la simbiosi con il protagonista è palese: James Tyrone è un attore anziano, alla fine della carriera, che sente l’avvicinarsi della morte e, malgrado questo, continua ad atteggiarsi da primo attore anche in casa. Atteggiamento che per altro deve aver avuto tutta la vita, creando l’infelicità di moglie e figli che si sono ridotti come abbiamo detto. Il testo di O’Neill mette in piazza anche le sue vicende personali in cui vittime e carnefici si massacrano con parole dure come pietre che si lanciano gli uni verso gli altri senza pietà.
Per presentare la vicenda della famiglia Tyrone, Lavia ha scelto di rappresentare la casa di questi come una prigione. La scenografia di Alessandro Camera infatti chiude il palcoscenico dietro una grata obliqua in cui i personaggi non escono se non nella parte retrostante che porta all’esterno. E’ infatti all’esterno la salvezza, ma nessuno vuole questa salvezza. Una scenografia senza dubbio d’effetto che però crea ancor più distacco col pubblico che non trova solo la quarta parete delineata comunque tra palco e platea, ma anche una quinta parete, che occlude spesso lo sguardo all’interno e ne smorza anche le voci. Sia pur fedele e rispettoso del testo originale il lavoro diretto da Gabriele Lavia va avanti senza particolari sorprese né tocchi di originalità. I tempi teatrali sembrano persino dilatati e le tre ore di spettacolo appaiono lunghe, anche se certo non noiose. Data l’alta esperienza e professionalità del regista, vien da pensare che sia stata proprio una sua scelta quella di “stancare” presentando così l’ossessione di personaggi che del vivere male, tra sofferenze e rinfacciamenti, ne hanno fatto il loro status di vita.
Solo alla fine(che arriva molto tardi) sembra le cose precipitino quando la madre, vestita col suo abito bianco delle nozze, scende la scala oramai completamente inghiottita dal passato. Solo adesso riesce a trapassare l’inferiata in proscenio declamando i suoi ricordi di ragazza in cui era felice. Il tempo per lei si è fermato lì e la morfina l’aiuta affinchè resti lì. Pur avendo amato molto il marito, la vita matrimoniale non le ha dato le gioie e soddisfazioni sperate, in più c’è anche la morte di un figlio bambino di cui si sente in colpa. Meglio quindi affogare in una palude di menzogne e dipendenze, fingere di aver male alle mani che solo quella tal medicina riesce a curare e non guardare in faccia la realtà, neanche quella che le presenta un figlio malato di tisi.
Gabriele Lavia che, oltre alla regia, si è anche occupato di incarnare James Tyrone, si muove sulle scene come un leone in gabbia. Bravo, certamente, e come sempre, eppure in questo lavoro manca qualcosa. Federica Di Martino, se calza bene il ruolo della Mary lucida, è meno credibile in quella drogata. Anche l’ultima scena è poco avvincente, e pensare che è proprio su questa ultima scena che ruota tutta la piece. Bravissimi invece gli attori giovani Jacopo Venturiero e Ian Gualdani, i fratelli Jamie e Edmund, e Beatrice Ceccherini nella parte di Cathleen, la cameriera che con la sua freschezza funge da contrappunto di sanità all’interno di quell’ambiente tossico.
Francesca Camponero

