In scena dall’11 al 14 dicembre al Teatro Testaccio, scritto, diretto e interpretato magistralmente da Giuseppe Oppedisano, Il gioco della vita è una riflessione profonda sul senso e il valore dell’esistenza.
Un ricco imprenditore e la sua famiglia borghese vivono serenamente la loro quotidianità senza accorgersi che lo spettro del gioco si sta insinuando lentamente nella loro casa, oscurando l’apparente spensieratezza delle loro vite.
La ludopatia, tema centrale di questo atto unico, si apre ad una riflessione filosofica sulla incomunicabilità e sul valore della vita stessa.
Marco nasconde per anni alla sua famiglia di essere vittima del vizio del gioco, cerca da solo la cura a quel “cancro” che lentamente lo sta divorando. Lui, che aveva fatto crescere l’azienda di famiglia, escludendo la moglie da ogni forma di partecipazione e tenendola sempre un passo indietro, lui che aveva impedito a sua figlia Elena il fidanzamento con Roberto, un ragazzo tossicodipendente, come avrebbe potuto ammettere di essere caduto in una trappola simile?
La scena si apre presentandoci i personaggi: da una parte Marco che, pervaso da un senso profondo di angoscia impugna una pistola, dall’altra Giulia ed Elena, rispettivamente moglie e figlia che, ignare di tutto, sono alle prese con i preparativi per la loro imminente vacanza al mare.
Il potere del denaro, tutto il lusso nel quale da sempre sono vissute, hanno inaridito i cuori delle due donne o c’è ancora lo spazio per l’amore e il perdono?
Dopo aver fallito ogni tentativo di risollevarsi, ridotto ormai sul lastrico, Marco considera la morte come la sola via d’uscita per la sua famiglia e di pace per sé stesso. Un suicidio su commissione, mascherato da rapina avrebbe permesso a sua moglie e sua figlia di riscuotere i soldi dell’assicurazione garantendo loro la sicurezza economica.
L’appuntamento con l’inviato dell’agenzia è alle ore 17:00, ma inspiegabilmente il Killer arriva in anticipo nei panni di una giovane donna. Sofia diventa la coscienza di Marco, il suo alter ego. Si apre un dialogo che, procedendo a ritmo incalzante, diventa una vera e propria lotta tra la speranza della rinascita e la scelta dell’oblio. Sofia definisce Marco un eteronomo esistenziale, incapace di essere e di agire secondo la propria volontà, privo di sovranità sulle scelte fondamentali concernenti la propria esistenza, che delega a terzi persino il compimento dell’ultimo atto. Una serie di argomentazioni di ordine filosofico mette in discussione l’idea del suicidio: a partire da Platone per continuare con Schopenhauer e terminare con gli esistenzialisti come Camus e Sartre. Marco viene sottoposto ad una serie di interrogativi: “La tua vita l’hai vissuta o ne sei stato vissuto? L’hai scelta o ne sei stato scelto? […] L’hai consumata la vita?”
Il conflitto interiore del protagonista diventa monito per il genere umano. I social media e in generale i mezzi di comunicazione propongono modelli comportamentali, diventando sovrastrutture che condizionano le nostre scelte. Quando non abbiamo il coraggio di essere chi siamo, quando subiamo il condizionamento esterno, la vita ci sfugge e perdiamo il controllo di noi stessi e delle nostre azioni. Così è stato per Marco travolto dal vortice della dipendenza. Solo il viaggio nel buio della coscienza potrà guidarlo verso la luce, verso il risveglio dell’Io, attraverso un’esperienza che lo tiene sospeso tra sogno e realtà.
Una sceneggiatura toccante che, pur presentando tematiche complesse, riesce ad appassionare senza mai stancare il pubblico il quale resta in attesa di un epilogo non scontato. All’interno di un’ambientazione semplice, gli attori si muovono in perfetta sintonia. Giuseppe Oppedisano è straordinario nel ruolo del protagonista, comunicando tutta la sua sofferenza; Chiara Condrò, superba nelle vesti di Sofia, mostra una forte presenza scenica incarnando al tempo stesso la figura della morte e del giudice inquisitore che distrugge l’ultima certezza di Marco; le poliedriche Maurizia Grossi e Fabiana Paolone infine mostrano con grande versatilità e naturalezza sia il lato borghese di Giulia e Elena, abituate a tutti gli agi che la loro posizione sociale può offrire, che quello profondamente umano, che pone gli affetti al di sopra di tutto. Il caldo abbraccio della famiglia chiude la pièce lasciando allo spettatore la seguente riflessione: noi, società XXI secolo, la stiamo consumando la vita?
Maria Ramicone
—————————————-
Prima nazionale, Teatro Testaccio, 11 dicembre 2025
Scritto e Diretto da Giuseppe Oppedisano
Interpreti: Giuseppe Oppedisano, Chiara Condrò, Maurizia Grossi, Fabiana Paolone.
Aiuto Regia: Giorgia Piracci
Assistente: Alessandro Ferri Mosca
Luci e Fonica: Dario de Francesco

