“Via dei Matti” è una Babele

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di Tommaso Chimenti

Siamo sul palco, pochi spettatori in una situazione di intimità, come piccola e da maneggiare con cura (che è la parola di riferimento di questa pièce) è la storia, di riscatto e giustizia, che ci porta e consegna Marco Valeri. Il suo “Via dei matti 43” (visto al Teatrodante Carlo Monni di Campi Bisenzio; prod. Accademia dei Perseveranti, Fondazione Sipario Toscana, Montagne Racconta, Le Ombre, I Guastafeste) nasce e cresce all’interno dell’esperienza laboratoriale estiva a cura dell’autore Francesco Niccolini nel comune trentino di Montagne (dove qualche anno fa siamo stati invitati per un reportage e che abbiamo visitato, vissuto, respirato e recensito) che firma la regia e con Valeri anche la drammaturgia. Potremmo definirla una storia di dimenticabili, di quelle che si perdono tra le pieghe della cronaca e nessuno ci fa caso, storie di ultimi, storie di emarginati che nessuno tutela. Siamo all’interno di una Casa Famiglia (abbiamo sentito delle atmosfere che vagamente portavano a Barbiana), un luogo dove bambini e ragazzi vengono accolti, ragazzi con qualche problema comportamentale, psicologico o relazionale. Parole che ci hanno riportato alla Via Pal o ai ritratti macchiettistici alla Pennac: ecco Cagnaccio e Lupin, Cinghialotto e Pastasciutta, Lampadina e Sfumentino e poi i nostri tre amici per la pelle e indivisibili, Simpliofonte (perché dare questo nome se non ne viene mai esplicato il senso?), che ci narra le vicende, Angelo detto Pablocomepicasso e Elsemerilin (tra la Signorina di Schnitzler e Monroe). Quest’ultima dice le parolacce e abuserà con l’alcool (caratteristiche che verranno poco argomentate ma soltanto accennate), Angelo, il vero protagonista delle vicende tremende, che ha il dono del disegno, invece si suiciderà dopo che avremo scoperto che è stato oggetto di violenza sessuale da parte del padre adottivo pedofilo e poi c’è lui con il suo slang di neologismi, di parole inventate appiccicate, una lingua che sembra una difesa dal mondo esterno: gestisce una librereria e poi ci sono i mattipazzicomio, i cani bagnifracichi, gli spaventanzanti, la calmanzienza, le sgnaffe, il tirabucignardo, gli sganciadenti, sbalchiando la porta, impettorosso, il gomitonascondiglio, il respiro trattinghiotti, il disegno sputidentico, l’essere framicotello, lo sputochiodo.

Sono crasi o lemmi attaccati alla maniera di quelli tedeschi che uniscono più termini modificandone il senso. Parole che creano mondi immaginifici, visionari, psichedelici, trasognanti, onomatopeici, rivoluzionari. Una serie di termini che hanno riesumato in noi le filastrocche di Rodari o il Merdumbo di Ceronetti, o ancora ci hanno portato alla mente, declinati nella lingua siciliana, gli scrittori Camilleri o il contemporaneo Rosario Palazzolo per l’uso dell’inventiva applicata al lessico. L’espressione “Via dei matti” arriva direttamente dalla canzone che Sergio Endrigo traspose, con l’aiuto nientemeno che di Ungaretti, dal portoghese di Vinicius de Moraes e che aveva come titolo “La casa”: “Era una casa molto carina senza soffitto, senza cucina, non si poteva entrarci dentro perché non c’era il pavimento, non si poteva andare a letto in quella casa non c’era il tetto, non si poteva fare pipì perché non c’era il vasino lì, ma era bella, bella davvero”. Ci racconta di un’abitazione che mancava di tutto ma non deficitava certo dell’amore perché in quell’ultimo verso è chiaro e lampante che sebbene non ci fosse niente lì si stava bene lo stesso. Valeri, fisicamente, ci ha ricordato uno dei due ladri in “Mamma ho perso l’aereo”, l’attore statunitense Daniel Stern. E poi c’è quel 43 che abbiamo tentato e cercato di decifrare: nel ’43 in Italia inizia la Guerra di Liberazione e quella del cantastorie è una vera e propria redenzione ed emancipazione da ospite di una casa famiglia, e in precedenza di un orfanotrofio, ad essere un libraio nello stesso stabile che lo aveva accolto da fanciullo. Nei Numeri Angelici il 43 è la miscela tra il 4, la praticità, la dedizione e la costruzione di solide fondamenta, e il 3 che rappresenta la creatività, la comunicazione e la crescita. Nella Smorfia napoletana il 43 è “la donna al balcone” che identifica le voci, i pettegolezzi e infatti il plot è anche un’indagine a ritroso in questo thriller a scoprire le cause della morte traumatica, lo scavare nei ricordi per far, finalmente, emergere verità dure da accettare, lo scandagliare nelle fotografie e negli articoli di giornale per portare alla luce realtà nascoste e da troppo tempo celate sotto la polvere del tempo e dell’indifferenza.

La vicenda però soffre troppo dell’alibi dell’onirico e si affida e si appoggia troppo all’invenzione di questa lingua, sfruttando eccessivamente l’escamotage che alla fine prende il sapore di compiaciutismo. Molte cose non sono chiare nella parte realistica degli eventi e degli episodi, facendo sentire il tutto come frastagliato, complicato, contorto, macchinoso. Ne risente e ci perde la commozione che non arriva mai a compimento e non riesce a trovare un lido d’approdo nei tanti segni che vengono lanciati senza aspettare la giusta germogliazione. Si rimane impigliati dentro infiniti non-detto, nell’incertezza, naufraghi di un racconto che troppi dettagli butta sul piatto creando un’accozzaglia e un pandemonio di informazioni senza approfondimento e quello che ci rimette è la comprensione del testo che si dibatte tra la concretezza dei fatti e il surreale e il fiabesco. Ad esempio Angelo che era detto Pablo per poi divenire, nella sua trasformazione angelica paranormale post mortem il Biondino ma anche il celestiale Elvian per una vera e propria bolgia e miscellanea di appellativi (quattro ad identificare la stessa personalità) che non permettono di centrare obbiettivo e il senso compiuto.

Così come non abbiamo ben capito la forma e l’impostazione scelta e data alla recitazione che viaggia su un piano di trasporto e leggerezza, tra le righe e tra le pieghe, in punta di penna e guanto di velluto, per poi, per poche scene, imbattersi e approcciare uno stile alla Cuticchio con le parole scansionate e spezzate con l’ausilio di colpi di piedi sul palco o di mani al petto in un ritmo che stride rispetto alla precedente modalità espressiva. Un linguaggio infantile e fanciullesco, un italiano tutto storto e zoppicante, sbandato e sconclusionato, una sorta di esperanto claudicante, sbilenco, farraginoso e sgrammaticato che da un lato porta allegria e colore dall’altro ci spalanca un universo distorto, inclinato di parole corrotte, soprammesse, ingarbugliate; ce ne siamo segnate alcune: grangrossorco, bruciapelle, scricchiofraggitimido, inciafrugliare le parole, sciacquabbagno, vuotospillo, trattinghiotti, agitavortica, allucchettachiuso, pelosofficemorbidoso, strascappa, ingialluminata, benissilimpido, sgraggiozzi, scarpalzette, rimbombattere, silenziosincanto, mammaestra, rinfusfoglia, nasconprotegge, nervimpettita, branchipallida, punterrogativo, scatafulmina, giocattorotti, abbandoperso, tristavvinata, unicarara, schiumbolle, trasogninnamorata, sognantasmi, grossazio. La frase da ricordare: “Dai e dai le cipolle diventano agli” come a dire che la disciplina, l’allenamento, la costanza riescono lì dove la natura non ha contribuito. Grazie soprattutto all’amore.

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