TESTO PER RAGAZZI SCUOLE MEDIE E SUPERIORI
SINOSSI
Senza scomodare il concetto dell’Homo Economicus, bisogna considerare il disagio, la discriminazione, la solitudine e il bullismo (eccetera) come sintomi della condizione economica. Viviamo infatti in sistema in cui prevalgono la legge del più forte, l’egoismo, la prepotenza, la sopraffazione del debole.
Lo sterco del diavolo è una commedia teatrale satirica e visionaria che, attraverso un linguaggio grottesco e surreale, mette in scena la nascita e il progressivo collasso del mondo contemporaneo. Due angeli operai, impegnati nella costruzione del globo terrestre, scoprono un errore strutturale: un bullone avanzato (o una vite mancante) che rivela un progetto capovolto. L’intervento del Grande Architetto non ristabilisce l’ordine, ma apre una catena di conseguenze paradossali: il mondo appare difettoso, instabile, dominato da malfunzionamenti fisici, morali ed economici.
Attraverso una sequenza di quadri autonomi ma coerenti, il testo, parte dalla messa in discussione del progetto del Creato, la crisi del senso dell’esistenza e soprattutto l’evoluzione del sistema economico: dal baratto alla merce, dal denaro alla speculazione finanziaria, fino all’astrazione totale del valore e al dominio dell’illusione. Il denaro, definito “lo sterco del diavolo”, diventa forza autonoma che genera paura, guerra, epidemie e controllo.
L’irruzione del Diavolo e del Virus incarna il legame tra profitto, potere e distruzione, mentre il finale corale – affidato ad angeli e animali – apre uno spiraglio di rinascita, subito rimesso in discussione da una conclusione ironica e amara.
L’opera utilizza comicità corrosiva, riferimenti filosofici ed elementi musicali per proporre una riflessione critica sul nostro tempo, denunciando le distorsioni del sistema economico e la fragilità delle strutture su cui si regge il mondo moderno.
PERSONAGGI
Il Grande Architetto
Primo angelo operaio
Secondo Angelo operaio
Angelo
Elefante
Giraffa
Tartaruga
Struzzo
Merce 1
Merce 2
Denaro 1
Denaro 2
Diavolo
Virus
Alcuni angeli operai al lavoro hanno quasi ultimato il globo terrestre.
Si fermano sconcertati.
PRIMO OPERAIO: Secondo me lo stiamo costruendo alla rovescia.
SECONDO OPERAIO: Che cosa?
PRIMO OPERAIO: Il mondo così non può funzionare.
SECONDO OPERAIO: Ah, stiamo facendo il mondo alla rovescia secondo te?
PRIMO OPERAIO: Secondo me sì. Oltretutto avanza un bullone. E senza un bullone potrebbe venir giù tutto.
SECONDO OPERAIO: Comunque abbiamo seguito il progetto.
PRIMO OPERAIO: Mi pare proprio di sì.
SECONDO OPERAIO: Non è possibile che ci siamo distratti, magari abbiamo saltato una pagina quando ci siamo andati a bere una birra?
PRIMO OPERAIO: Un paio di birre casomai… ma certo che no, abbiamo eseguito lo schema come da numerazione dei disegni. A, B, C, D… E questo bullone che mi rimane in mano?
SECONDO OPERAIO: Insomma, di che ti preoccupi?
PRIMO OPERAIO: Potrebbe crollare il mondo perché ci siamo dimenticati un bullone e non dovremmo preoccuparci noi che l’abbiamo costruito?
SECONDO OPERAIO: Noi l’abbiamo solo costruito, non lo abbiamo progettato. Quindi non siamo responsabili.
PRIMO OPERAIO: E chi sarebbe secondo te responsabile?
SECONDO OPERAIO: Come chi? Il Grande Architetto! E se ti resta un bullone in mano è perché lui ha progettato un bullone di troppo.
PRIMO OPERAIO: O una vite di meno.
SECONDO OPERAIO: Questo si che sarebbe pericoloso.
PRIMO OPERAIO: Appunto.
SECONDO OPERAIO: Tu dici che il Grande Architetto potrebbe essersi sbagliato?
PRIMO OPERAIO: Il Grande Architetto non sbaglia mai.
SECONDO OPERAIO: C’è sempre una prima volta.
PRIMO OPERAIO: In questo caso sarebbe anche l’ultima, se venisse giù il mondo.
La Grande Macchina del mondo ha un piccolo cedimento, si ode un rumore sinistro.
SECONDO OPERAIO: Hai sentito?
PRIMO OPERAIO: È stata solo una ventata.
SECONDO OPERAIO: L’hai fatta tu?
PRIMO OPERAIO: Se l’avessi fatta io ci sarebbe stato un bel terremoto. La verità vera è che qui c’è qualcosa che non va. E non è certo colpa del mio posteriore.
SECONDO OPERAIO: Perché invece di lambiccarci il sedere… cioè, il cervello, non chiamiamo il Grande Architetto a darci istruzioni?
PRIMO OPERAIO: Chiamalo tu, se hai coraggio.
SECONDO OPERAIO: Perché io? Io sono solo il secondo operaio.
PRIMO OPERAIO: Se sei secondo ci sarà pure un motivo.
SECONDO OPERAIO: Esatto perché vengo dopo di te nella scala gerarchica. E poi il bullone è rimasto in mano a te. Quindi è un problema tuo.
PRIMO OPERAIO: E va bene passami il CHIAMOFONO.
SECONDO OPERAIO: Che diavolo è il CHIAMOFONO?
PRIMO OPERAIO: Lo dice il nome stesso, l’aggeggio che serve per chiamare i piani alti della direzione dei lavori.
SECONDO OPERAIO: Quel coso che ci hanno consegnato con l’esplicita avvertenza di usarlo solo in caso di vera emergenza?
PRIMO OPERAIO: Appunto.
SECONDO OPERAIO: E questa è una vera emergenza, o sbaglio.
PRIMO OPERAIO: Certo che lo è. Quando avanza un bullone in una costruzione come questa si corre il rischio di un cedimento strutturale.
SECONDO OPERAIO: Ok, ecco il CHIAMOFONO, come lo chiami tu.
Poerta in scena uno strano oggetto dotato di luci colorate, pulsanti e antenne.
PRIMO OPERAIO: Ok, premi il pulsante verde e passami la comunicazione.
SECONDO OPERAIO: Sono daltonico. Sarà questo il verde?
PRIMO OPERAIO: Spingi spingi, non abbiamo tutto il giorno da perdere per un fottuto bullone.
SECONDO OPERAIO: Fatto.
Preme un pulsante ma partono le immagini di una partenza di missili ed esplosioni di guerra.
PRIMO OPERAIO: Che diavolo hai combinato?
SECONDO OPERAIO: Io? Niente ho solo premuto…
PRIMO OPERAIO: Il pulsante sbagliato scommetto, quello rosso dell’autodistruzione.
SECONDO OPERAIO: Non saprei io il rosso lo vedo blu.
PRIMO OPERAIO: E allora spingi immediatamente il pulsante blu che vedi rosso per fermare il conto alla rovescia del’innesco di bomba fine del mondo.
SECONDO OPERAIO: Fatto anche questo.
PRIMO OPERAIO: Grazie al cielo siamo salvi, per il momento. Ma resta il fatto del bullone. Un mistero da risolvere. Ora spingi il tasto verde che ci mette in comunicazione col Grande Architetto.
SECONDO: OPERAIO: Io il verde lo vedo giallo.
PRIMO OPERAIO: E allora spingi il giallo che invece è verde, diamine.
SECONDO OPERAIO: Meglio di no, ho paura.
PRIMO OPERAIO: Paura di cosa?
SECONDO OPERAIO: Che il mio giallo sia viola nella realtà, e il verde…
PRIMO OPERAIO: Lascia perdere, spostati ci penso io.
Spinge il pulsante verde che fa scattare una serie di suonerie, al termine delle quali risponde una voce:
VOCE METALLICA: Sono momentaneamente assente, lasciate pure un messaggio e sarete richiamati appena possibile.
SECONDO OPERAIO: A noi avanza un bullone o, seconda ipotesi, manca una vite nel suo progetto e lui è “momentaneamente assente”. Che razza di Grande Architetto è?
PRIMO OPERAIO: Sicuramente uno che se la prende comoda mentre noi sgobbiamo. Adesso però gli lascio un messaggio che gli farà venire i brividi lungo la schiena.
SECONDO OPERAIO: Ben detto.
PRIMO OPERAIO: Ma se non ho ancora detto niente.
SECONDO OPERAIO: Allora dillo, che aspetti, prima che la segreteria telefonica chiuda la comunicazione.
PRIMO OPERAIO: Buongiorno Grande Architetto, sono il primo operaio della costruzione del Gran Teatro del Mondo. Abbiamo un problema. Chi è avanzato un bullone a fine lavori. O manca una vite. Non sappiamo bene come risolvere, se cortesemente potesse dare un’occhiata al progetto e…
Si ode un’esplosione, una nuvola di fumo si leva in aria e compare il Grande Architetto.
GRANDE ARCHITETTO: Come hai detto incosciente? Vi siete fatti avanzare un bullone?
SECONDO OPERAIO: Non io, capo, è stato lui a ritrovarselo in mano.
GRANDE ARCHITETTO: Parla scellerato: hai seguito il progetto?
PRIMO OPERAIO: Per filo e per segno.
GRANDE ARCHITETTO: Ah sì? E come me lo spieghi, come me lo giustifichi questo bullone?
PRIMO OPERAIO: In verità potrebbe non tanto e non solo avanzare un bullone, bensì potrebbe mancare una vite.
GRANDE ARCHITETTO: Questa è buona, proprio buona. Secondo te io farei mancare viti nei miei progetti. Ma lo sai chi sono io?
PRIMO OPERAIO: Certo, il Grande Architetto.
GRANDE ARCHITETTO: E allora?
SECONDO OPERAIO: Il mio collega forse intende dire che lei è grande come architetto del mondo, ma non tanto grande come ingegnere.
PRIMO OPERAIO: Senza contare che questa costruzione sembre a molti capovolta, progettata dalla testa ai piedi invece che dai piedi alla testa.
SECONDO OPERAIO: Il mio collega forse intende dire che è stata progettata più coi piedi che con la testa. Insomma è capovolta.
PRIMO OPERAIO: In effetti, guardi bene anche lei, sembra proprio un mondo alla rovescia.
GRANDE ARCHITETTO: Fatemi controllare… (estrae un lungo foglio del progetto) Ordunque, le fondamenta… dove sono i pilastri delle fondamenta?
SECONDO OPERAIO: Oops.
GRANDE ARCHITETTO: Che significa oops? Che avete combinato.
PRIMO OPERAIO: Beh, in verità non c’erà scritto sull’imballaggio che fossro i pilastri delle fondamnete, così li abbbiamo presi per antenne televisive.
GRANDE ARCHITETTO: Non mi direte che avete montato i pilastri sul tetto piuttosto che in terra per sorreggere la struttura?
SECONDO OPERAIO: Però fungono benissimo come antenne, la televisione si vede senza disturbi.
GRANDE ARCHITETTO: Ci mancavano i disturbi, semmai il disturbato, lo schifato dalla vostra manovalanza sono io. E ditemi, che cosa avete usato al posto dei pilastri per le fondamenta?
PRIMO OPERAIO: Niente.
SECONDO OPERAIO: Niente.
GRANDE ARCHITETTO: Come niente?
PRIMO OPERAIO: Abbiamo pensato che si trattasse di una struttura autoreggente.
GRANDE ARCHITETTO: Come le calze sexy di tua sorella, deficiente. Qui non si autoregge nulla. Mancando i pilastri mancano anche le fondamenta, non è così.
PRIMO OPERAIO: C’è sempre il bullone che avanza.
SECONDO OPERAIO: O la vite che manca.
GRANDE ARCHITETTO: Accidenti a voi, altro che vite e bullone! Dovevate costruire secondo i miei piani un paradiso terrestre e invece avete messo in piedi un vero e proprio disastro ambientale.
Scende un Angelo dal Paradiso, suona la tromba per annunciarsi, ma il suoo e distorto e fastidioso.
GRANDE ARCHITETTO: Sentito? In questo spazio tempo quantisticamente sbagliato anche il suono dell’Angelo dell’Annunciazione è come la scorreggia di una diavolo che ha mangiato fagioli. Tutta colpa vostra, sparite prima che vi riduca in cenere. (All’Angelo) Falla finita di strombeggiare con la tromba dell’intestino di Satana. Che vuoi?
ANGELO: Devo conferire con il Grande Architetto del Mondo. Sapete dov’è che fine ha fatto? Lo stiamo cercando per utti i cieli.
GRANDE ARCHITETTO: Deficiente, non mi riconosci? Sono io.
ANGELO: Chiedo scusa, sono un po’ miope. I miei occhi non funzionano bene.
GRANDE ARCHITETTO: In questo cavolo di mondo per colpa di quei due deficienti che si sono fatti a avanzare un bullono, non hanno trovato una vite, e poi hanno messo i pilastri al posto delle antenne e hanno usato le antenne magari per fare canne da pesca, non funzionano bene neppure gli angeli.
L’angelo cade malamente al suolo.
ANGELO: Chiedo scusa per l’atterraggio preccipitoso, in effetti sono precipitato perché le ali non funzionano tanto bene.
GRANDE ARCHITETTO: Adesso pure le ali degli angeli presentano difetti.
ANGELO: E non solo le ali degli angeli.
GRANDE ARCHITETTO: Che altro c’è?
ANGELO: Una delegazioni degli animali del Creato chiede udienza al Grande Architetto per esporre le proprie rimostranze.
GRANDE ARCHITETTO: Questo è veramente troppo, anche gli animali si lamentano.
ANGELO: Purtroppo sì. Per non parlare degli esseri umani che…
GRANDE ARCHITETTO: Lascia perdere, quelli si lamentano sempre. Si lamentavano anche nel paradiso terrestre.
ANGELO: Dunque? Li faccio entrare in udienza?
GRANDE ARCHITETTO: Gli animali o gli esseri umani?
ANGELO: Dica lei.
GRANDE ARCHITETTO: Cominciamo con gli animali che sono meno problematici. Sentiamo che hanno da dire o da ridire. Quanti sono?
ANGELO: Tanti, ovvero tutti. Ciascuno con una lamentela diversa.
GRANDE ARCHITETTO: Non posso ricevere l’intera fauna mondiale. Fa entrare solo quattro di questi facinorosi esseri viventi, per esempio: un elefante, una giraffa, una tartaruga e anche un po’ di pollame.
ANGELO: Qualche gallina?
GRANDE ARCHITETTO: Qualcosa di più grande, significativo.
ANGELO: Un tacchino?
GRANDE ARCHITETTO: Esagera esagera. Facciamo le cose in grande, altrimenti dicono che abbiamo intimorito i piccoletti.
ANGELO: Uno struzzo.
GRANDE ARCHITETTO: Ecco bravo, uno struzzo, ma che sia femmina che i maschi fanno sempre i gallett e alzano la cresta.
ANGELO: Vado subito a cercare una struzza e ad avvertire gli altri di prepararsi all’udienza con il Grande Architetto.
GRANDE ARCHITETTO: Ma dove vai, imbeclle. Mica li posso ricevere così in piedi come, come un capomastro qualsiasi. Fai subito scendere il trono celeste.
ANGELO: Primo non sono io l’addetto al trono celeste. Secondo…
GRANDE ARCHITETTO: Cosa c’è per secondo? Vuoi anche un contorno?
ANGELO: Dicevo che secondo: il trono celeste non scende perché l’argano per farlo scendere è difettoso.
GRANDE ARCHITETTO: Capito, qui è difettoso anche l’argano del trono celeste. Portami almeno un seggiolone.
ANGELO: Abbiamo solo quello del bambinello Gesù.
GRANDE ARCHITETTO: Sono troppo cresciuto per quello. Coraggio, mettiti a quattro zampe, userò la tua schiena come podio divino.
ANGELO: (tra sé) Accidenti a me e a quando mi sono arruolato nella schiera degli angeli. Potevo fare l’obiettore di coscienza e rimanermene tranquillo in purgatorio. Ha fatto bene Gabriele a scendere di livello… Magari ha un po’ esagerato nella discesa.
GRANDE ARCHITETTO: Avanti, chiama questi benedetti animali in udienza.
L’Angelo suona la tromba che però emette ancora un suono fastidiosissimo.
GRANDE ARCHITETTO: Prova con una scorreggia che forse ti viene meglio.
ANGELO: Va bene così?
GRANDE ARCHITETTO: Ma senza puzza, ti prego.
ANGELO: Era solo per far sentire gli animali a loro agio, nel loro ambiente naturale.
GRANDE ARCHITETTO: Porco mondo, in che cavolo di mondo siamo. L’ho progettato io, ma qui esce zolfo anche dal sedere degli angeli!
ANGELO: Entrate pure, bestie.
Entrano L’Elefante, la Giraffa, La Tartaruga e Lo Struzzo.
ELEFANTE: Santo cielo che puzza!
LA GIRAFFA: Insopportabile.
LA TARTARUGA: Il Grande Architetto deve averne sparata una all’indirizzo di Satana.
ELEFANTE: Sicuramente per annientarlo.
STRUZZO: Io propoendo per l’ipotesi del malfuzionamente della digestione e della peristalsi con incranchenimento dell’organo espulsivo.
GRANDE ARCHITETTO: Poche chiacchiere, non sono stato io, ma l’angelo sottostante che mi sorregge in groppa.
ELEFANTE: Alora abbiamoa nche un quinto animale: un asino!
Angelo scatta in piedi e manda a gambe all’aria il Grande RAchitetto.
ANGELO: Come ti permetti, ciccione! Vuoi fare a botte con uno spirito puro come me?
LA GIRAFFA: Puro un corno con le puzze che emetti.
ANGELO: Perché voi non scorreggiate mai.
TARTARUGA: Sì, ma noi siamo animali.
LO STRUZZO: Non angeli.
ELEFANTE: E proprio di questo vogliamo lamentarci, della nostra animalità.
GRANDE ARCHITETTO: Come come? Ne siete insoddisfatti?
ELEFANTE: Senz’altro caro il mio Grande Architetto. Perché vedi: tu ci hai creato decisamente male, a casaccio, hai asemblato i pezzi del nostro corpo senza rifletetre sulle conseguenze.
GRANDE ARCHITETTO: Dimmi cos’è che non ti va a genio della tua fisinonomia corporea.
ELEFANTE. Beh, tanto per cominciare ho una panzone più gonfio di un ubriacone tedesco dopo la festa della birra di monaco. Poi ho questo naso che pare un serpente boa, per non parlare delle orecchie a sventola su cui Walt Disney ha creato anche il divertente personaggio di Dumbo. Insomma faccio ridere conciato in questo modo, ti pare bello avermi creato così?
GRANDE ARCHITETTO: Tanto per cominciare, caro il mio signor Elefante, la tua mole ti consente di non avere problemi o subire attacchi dalle altre bestie feroci. Nessuno può manguiarti senza il rischio di morire di indigestione. Per quanto riguarda il naso, ovvero la proboscide, sappi che ti ho voluto dotare di una doccia incorporata: puoi con essa aspirare ettolitri di acqua e spruzzarteli addosso per lavarti come Dio, cioé io, comanda.
ELEFANTE: E le orecchie a sventola?
GRANDE ARCHITETTO: E ti par poco? Puoi sventolarle e avere un phone incorporato per asciugarti quando esce dall’acqua. Ecco come puoi constatare ho pensato tutto per il tuo bene e il tuo refrigerio. Contento? Bene. Passiamo alla Giraffa. Che cosa hai tu da contestare?
GIRAFFA: La mia altezza, il mio collo troppo lungo, le zampe che sembrana palafitte. Ammettilo, mi hai creato proprio malino Grande Architetto dei miei stivali.
GRANDE ARCHITETTO: Anche tu incorri in un equivoco. Le zampe lunghe ti servono per correre veloce quando un leone ti si vuole sbranare, il collo ti serve per andare a mangiare le foglioline degli alberi il più in alto possibile, dove arrivano soltanto gli uccelli. E l’altezza delle tue dimensioni ti permette di avvistare il pericolo d alontano ed eclissarti in tempo. Contenta anche tu? Passiamo alla Tartaruga.
TARTARUGA: Io sono troppo lenta perché devo portarmi questo pesante fardello sulle spalle. Non riesco a correre, e quantunque in un celebre paradosso Achille non riuscirà mai a raggiungermi, in realtà mi superano anche formiche e millepiedi. È un’ingiustizia.
GRANDE ARCHITETTO: Anche in questo caso ho ragione io che ti ho crato così, affinché tu abbia sempre una casa sicura e corazzata in cui rintanarti. Non hai bisogno di correre e sprecare energie, entri dentro, chiudi la porta e chi s’è visto s’è visto. Achille ti supera? E dove vuoi che vada! A furia di correre si trova sempre all stesso punto poiché il mondo perfetto che ho creato, beh diciamo quasi perfetto è tondo e tu torna al punto di partenza. Abbiamo finito?
STRUZZO: Eh no, non abbiamo ancora finito. Ci sono anch’io caro il mio Grande Architetto, e a me non mi buggeri tanto facilmente con la tua parlantina.
GRANDE ARCHITETTO: Ma come? A differenza dei pollie tacchini ti ho fatto grossa, forte, veloce, piumata come la egina di Saba, a proposito ti ho anche dotato della capacitò di nascondere la testa sotto la sabbia, e ti lamenti pure.
STRUZZO: Eh s’ che mi lamento, perché o mifacevi l’uovo più piccolo o il buco del culo più grande.
GRANDE ARCHITETTO: (All’Angelo) Angelo, segnala ai signori animali qui presenti che l’udienza è finita.
ANGELO: Con un colpo di tromba.
GRANDE ARCHITETTO: No, meglio con un colpo di tromba di culo, e che sia puzolente altrimenti questi non se ne vanno.
L’Angelo esegue e gli animali fuggono via barrendo e urlando inseguiti dall’Angelo che continua ad emettere suoni osceni.
Il Grande Architetto resta solo
ENTRA M 1.
M 1 : – Chi sono? Come mi chiamo? Non si vede, forse? Cosa c’è scritto qui? Emme. Sono la M non come quella parolaccia mer… no, non quella che state pensando, un’altra, cioé mer-ce… sì, proprio quella: MER-CE e non MER-DE. (pausa) Che ci faccio qui? Ci faccio tutto perché tutto è cominciato con me, con la Me-rce. Infatti soddisfatti i bisogni primari, la M 1 si è accumulata, si è creata M 2
… eccola qui giunge a proposito, prego si accomodi signora SECONDA MERCE.
Entra Altra M 2.
M 2. – Giusto giustissimo giustappunto, io sono il cosiddetto Surplus, ovvero l’M 2, cioé la
M 1 che si poteva scambiare con altra M 1 . 1 + 1 = 2. Ad esempio grano per frutta, carne per pesce, uova per pomodori, uva per carta igienica… eccetera eccetera. E siamo andati a braccetto, io e la M 1, per un lungo, lunghissimo periodo. L’umanità era felice, produceva tanta M 1, anzi tante merci e le scambiava, insomma nacque così l’economia di scambio, dalla produzione materiale di cose necessarie: io do’ una cosa a te e tu dai una cosa a me. Alla fine siamo pari, felici e contenti tutti quanti. Parte la musica stacchetto con balletto allegro.
M 1: Già, ma poi è entrato in ballo lui.
M 2: Lui chi?
M 1 : Suo Maestà il Denaro.
M 2: Lo sterco del diavolo dici?
M 1: Appunto.
Entra il Denaro con la scritta D 1.
D 1: (ballata dal Faust di Goethe) Non più fastidio addosso
Di borsa o borsellino
si porta agevolmente
in tasca il bel foglino
e bene si nasconde
dentro il reggipetto
alla lettera d’amore
non guasta un bel foglietto!
Devotamente il prete
lo tiene nel breviario
per andar spedito
di più dell’ordinario
e Sua Maestà perdoni
se con simili sciocchezze
lo strabiliante evento
appare sminuito…
Quella carta al posto
di gemme perle e oro
vale tanto quanto
un grandissimo tesoro
oh, quella carta Sire
che gran comodità
cio che si possiede
con essa almen si sa!
Più trafficar non devesi
né merci barattare
d’amor come di vino
ci si può ubriacare
se manca questa carta
basta scavare un poco
la banca dell’Impero
cosi sta sempre in loco!
Nient’altro vuole il popolo
e non gli pare vero
per quanto vasta sia
la grandezza dell’Impero
d’oro gioielli e perle
quanto basta troveremo
per stampare e dar valore
ad un mucchio di cartaccia!
D 1: Si puo’, è permesso? Buongiorno signorini brutti o signorine belle, avete voglie, vogliette, desideri, facciamo qualche affaruccio? Un po’ di soldini? Sentite che buon profumino di carta stampata? L’inchiostro è ancora fresco, attente a non sporcarvi le manine.
M 1 : Nomini il diavolo e lui si presenta.
D 1 Coraggio ragazze, facciamoci una bella passeggiata insieme. Così mi dite che cosa vorreste comprare dopo aver venduto voi stesse?
M 2: Come venduto!?
M 1 Ehi, ci ha preso per donne di malaffare?
M 2: Che maleducato. Noi veniamo scambiate non comprate e vendute, bada bene a come parli.
D 1: Amiche care, non siate sciocchine. Da oggi in poi con me si compra e vende tutto, beni materiali e immateriali, anima e corpo, sesso compreso: dipende solo dai gusti e dalla disponibilità del portafoglio.
Le prende a braccetto e fanno alcuni passi di danza tirandole e costringendole.
M 1 : In realtà costui si è messo in mezzo a noi e ci fa fare la figura di due zitelle rivali in amore: Merce 1 – denaro – Merce 2.
M 2: Ahimè, si è rotto l’incantesimo, stavamo così bene sole solette, ed ecco presentarsi questo rompiscatole approfittatore.
M 1: Coraggio, amica mia. Purtroppo sono i tempi che cambiano. Del resto, a pensarci bene, è comodo avere uno strumento intermedio, un mezzo per definire il valore di ciascuna di noi. Così non serve più portarsi dietro un sacco di patate per barattarlo con uno di grano, un carro di cocomeri per barattarlo con una catasta di legna da ardere, basta un fogliettino, una monetina e il gioco è fatto. La compravendita al posto del baratto. E se vendono me per compare te, che vali meno di me, danno anche il resto.
M 2: Ah, tu credi di avere più valore di me?
M 1: Almeno il doppio, amica mia.
M 2: Amica un corno. Adesso ti faccio vedere io quanto valgo. Prego signor Altrodenaro, venga, entri pure, ho bisogno di lei per sapere il mio giusto valore. E tu
M 1, levati di torno, basto io a far di conto. Tu non servi più.
M 2 butta fuori scena la M 1 e prende Denaro e Altrodenaro alias D 2 a braccetto. Stacchetto musicale.
D 2: Finalmente una grande novità che rivoluziona il commercio mondiale, tutto grazie a me. Il denaro serve per comprare la M 1 che poi si vende per produrre me, l’Altrodenaro. Così si passa dalla Produzione alla Speculazione, dal Guadagno al Profitto, dal Valore al Plusvalore. Più Merce il denaro riesce a comprare e a rivendere a maggior costo, più Altrodenaro si può mettere in banca.
D 1: Grazie a noi due, dal capitalismo rinascimentale e commerciale si passa al capitalismo della produzione industriale, hai visto quel film Tempi moderni di Charlie Chaplin. (imita i famosi gesti della catena di montaggio di Chaplin) M 1 -M 1 -M 1 , denaro-denaro-denaro..
D 2: Ma scusa signor Denaro, a questo punto perché perdere tempo nella produzione di questa signora Merce che ha tante pretese, esigenze, necessità di manodopera, materie prime, trasporti e poi le tasse! Le tasse! Facciamo un bella cosa, se ci stai, facciamo a meno della Merce.
D 1: Farne a meno come?
D 2: Semplice, la aboliamo.
D 1: E che cosa vendiamo? Con che cosa potremmo fare profitto cioé l’altrodenaro che sei?
D 2: Semplice. Vendiamo noi stessi. Vendiamo il denaro e guadagnamo, noi che siamo il denaro, sul denaro che siamo e che gli altri ci comprano.
D 1: Ottima idea, e tu Merce basta, vattene, non ci servi più.
M 1: Oh, che maniere, villani! Buzzurri! Cafoni!
D 1: Ora comandiamo noi.
D 2: Non produciamo nulla e stampiamo carta moneta, titoli di stato, fondi d’investimento, azioni, buoni fruttiferi, carta straccia insomma.
Altro stacchetto musicale, buttano fuori in malo modo la M 1, e se ne vanno a spasso ballando e fischiettando allegramente: Un soldino tralllallà, due soldini trallalà, tre soldini trallallà.All’improvviso D 2 si blocca, si fa pensieroso, rimurgina qualcosa.
D 2: Uhm caro Denaro, sai a cosa sto pensando? D 1: No, a che cosa?
D 2 : Che tutto sommato potrei fare anche a meno di te.
D 1: A meno di me? A meno del denaro? Sei impazzito? Come si fa a vivere senza il denaro?
D 2: Vedi le cose stanno così: siamo partiti dalla merce che prima veniva scambiata con altra merce, poi sei venuto tu a fare da intermediario e da lì sono nato io, il Profitto. Ma è tutto troppo complicato, troppi passaggi, ci vuole la Borsa, il Mercato, le Finanziarie… Allora ho penstao, aboliamo tutto, partiamo da me, cioè dal Profitto, dal denaro che ancora non si ha ma che si spera chie si potrà guadagnare, forse, prima o poi, chissà…
D 1: E come mi sostituisci tu che sei il denaro che si fa vendendo me che sono il denaro che si presta a interesse?
D 2: Ma è semplice, te l’ho appena spiegato: con l’illusione di fare denaro. Quanto costa un’illusione?
D 1: Niente.
D 2: Niente, appunto. Non costa niente. Si stampa e si vende. Quindi è Merce gratis su cui guadagnare. La chiamerò CC, ossia Carta di Credito.
D 1: E sarebbe?
D 2: Il Niente. Carta straccia. Ovvero l’illusione che sia un magazzino pieno di cosette, oppure un salvadanaio pieno di soldini sonanti.
D 1: E dove rimane? Perché non entra in scena?
D 2: Perché è Niente, non esiste, è pura illusione. E come tutte le illusioni, fa così: puff.
D 1: Puff?
D 2: Puff, sparisce. Ora c’è e dopo un istante via. Non c’è più. Si è consumata da sola. Adio soldi, addio sogni, addio tutto.
D 1: Come un incantesimo?
D 2: Dieri piuttosto come una fregatura.
D 1: Non mi sembra una grande idea. A che serve se poi sparisce? D 2: Serve a montarci sopra un gigante.
D 1: Capperi! Un gigante! E come si chiama?
D 2: Si chiama Scommessa. Non deve fare altro che scommettere sul puff che fa Carta di Credito prima di svanire. Se tu dici che alle otto di sera fa puff e sparisce e quella alle otto di sera puntualmente sparisce tu hai vinto la Scommessa.
D 1: E che cosa produce Scommessa? Che ci si guadagna?
D 2: Niente. Che cosa dovrebbe produrre? Una scommessa è come un terremoto per una casa fatta di briciole di cemento che si sfaldano come polvere al primo scossone. Si scommette sul valore di quella casa che invece non vale niente perché è fatta di illusioni e le illusioni fino a prova contraria non valgono appunto nun emerito cavolo. Un cacchio. Niente.
D 1: Anche lei niente? Ma allora siamo rovinati! Ridotti sul lastrico, non possediamo più niente se niente vale niente e abbiamo scommesso sul niente in base ad una vana illusione.
D 2: Scommessa, illusione, speculazione. Alla fine… sai che succede?
D 1: Si torna a vendere merce?
D 2: No! No! Stupidone, testone. C’è di meglio della semplice merce: vendiamo la Paura.
D 1: Paura di che cosa?
D 2: Guerra, malattia, terrorismo… sai quanti bei soldoni si possono fare ad esempio con un virus? Diffondiamo l’epidemia e poi vendiamo l’antidoto. E mentre vendiamo l’antidoto facciamo scoppiare una guerra così vendiamo le armi. E poi si ricomincia col terrorismo. Una bomba qua, una sparatoria là, ed ecco che torna la pandemia. Un giorno potremo contare anche sugli Ufo, gli extraterrestri, venderemo ombrelli per proteggere dai raggi ultracosmici.
D 1: Cosa sono i raggi ultracosmici?
D 2: Non lo so. Sono ancora da inventare. Ma ecco che entra il nostro miglior amico, il miglior alleato del denaro: Sua Maestà IL DIAVOLO.
Bagliori infernali, entra Diavolo.
DIAVOLO: Oggi sono di ottimo umore: gli affari vanno a gonfie vele ed il tempo è finalmente pessimo. Il mio laboratorio ha ricominciato a produrre a pieno ritmo, come ai tempi delle migliori pestilenze a memoria di diavolo. Ricordo in particolare quella della guerra dei Mille anni… no, sbaglio, dei Cent’anni: era un piacere far volare mosche piene di microbi e batteri dai cadaveri putrefatti dei campi di battaglia alle tavole imbandite: assumevo le sembianze di un moscone e mi andavo a depositare sulle labbra di un ignaro commensale. Il quale, poveretto, non faceva in tempo a cacciarmi via che già si era beccato qualche male. Allora, però, mi dedicavo solo per hobby a propagare infezioni, mentre oggi lavoro esclusivamente su commissione, per rimpinguare gli arsenali ad esempio. Collaboro anche con le industrie farmaceutiche: non devo far altro che mandare in giro per il mondo qualche virus e concedere l’esclusiva sull’eventuale antidoto. Per me, naturalmente, è un gioco da ragazzi, anzi, qualche volta esagero perfino un po’ troppo. Attualmente ho isolato un virus del tutto innocuo, gli ho cambiato i connotati, gli ho propinato un buon ricostituente e… ve lo presento! Da bravo, dì buongiorno a lor signori…
VIRUS: (Entra seccato) Quanto scocci!
DIAVOLO: Che razza di cafone! (Al pubb.) Non fateci caso, è tutto suo padre, cioé me. Da bravo, dì chi ti ha generato?
VIRUS: La sete di potere.
DIAVOLO: Ohé, bamboccio, fai già il contestatore? Guarda che il Sessantotto, è finito come il Quarantotto, ed anche il terrorismo per grazia del diavolo e stato definitivamente debellato. Quindi non far lo spiritoso. Sentiamo: a chi appartieni?
VIRUS: Ad una potenza straniera.
DIAVOLO: P ezzo d’asino, questo è un segreto di Stato. E poi appartieni a me, soltanto a me, capito? Continuiamo: chi veneri?
VIRUS: Il Dio Denaro.
DIAVOLO: Non ho mai visto un virus più impertinente di questo. Non l’ho ancora immesso sul mercato e già mi disconosce come padre spirituale. Vediamo se un po’ di penicillina gli fa tornare il giudizio. (Gli fa un’iniezione) Dì: a chi sei più attaccato?
VIRUS: A chi mi contrae.
DIAVOLO: Mefistofele salterà di gioia quando avrà a disposizione un simile tipo di virus. Non è forse più che virulento? E’ davvero il mio capolavoro, ve ne accorgerete. Si sta infatti già propagando tra voi!
VIRUS: Gli uomini s’illudon che la vita sia fatta per essere vissuta,
ogni dì è invece amaro di cicuta, quelli allegri si contan sulle dita.
Io stesso ho imparato la lezione, anche se la mia non fu generazione del tutto spontanea e non voluta: la mia specie dev’essere cresciuta!
Fui concepito in una squallida provetta, dovevo essere studiato ed archiviato, senonché un genialissimo scienziato: “figlio! — m’ha chiamato — non e’ detta l’ultima parola, sarai presto liberato”.
Ed eccomi qui, in carne ed ossa, a patire le amarezze della vita!
Vorrei tanto che i corpi in cui entro non cedessero dopo breve incubazione.
Mi porto dietro questo atroce carico di morte e mi piacerebbe essere capito, ch’è la pura sacrosanta verità se dico che vorrei cambiare codice genetico.
FINALE.
Entrano in scena con musica “a palla” Angeli e Animali e dopo un breve combattimento scacciano il Diavolo e il suo Virus dal palcoscenico. Cantano la ballata finale:
Guarda che bello
la morte è svanita
e la vita ritorna
su questo pianeta.
Guarda che bello
rispuntano i fiori
è già primavera
con luci e colori.
Tra canti felici
si stringon le mani
intonano i cori
sia estranei che amici.
IL DIAVOLO (in disparte) Cantate pure, ma non cantate vittoria! Anzi, adesso che ci penso, ma sì, cantatela pure: farò un’edizione musicale, ne venderò milioni di copie e il mondo finalmente sarà mio. Mio, mio mio, Io Io e ancora IO.
Il diavolo si traveste da Pop Star e canta anche lui un motivo rap.

