In scena dal 20 al 21 gennaio 2026 al “Teatro Gustavo Modena” di Genova
Nel monologo tratto dal romanzo di Michela Murgia, la figura dell’accabadora si staglia come un dispositivo simbolico di rara densità: una presenza che non coincide con il semplice ruolo narrativo, ma che si configura come un luogo teorico, un punto di condensazione in cui si intrecciano antropologia, etica e immaginario arcaico. La messinscena di Veronica Cruciani, sostenuta dalla drammaturgia di Carlotta Corradi, restituisce questa complessità con un rigore che sfiora il rituale, trasformando il teatro in uno spazio di soglia.
L’accabadora — Bonaria Urrai — appartiene a quella costellazione di figure femminili che abitano il confine, custodi di un sapere che la modernità ha relegato all’indicibile. Il suo gesto, che deriva dall’antico acabar, non è riducibile alla dimensione della morte: è un atto di finitudine consapevole, un compimento che si inscrive nella logica comunitaria del dono e della responsabilità. In lei sopravvive un’idea di cura che non coincide con la guarigione, ma con l’accompagnamento: un sapere oscuro, che non si oppone alla vita ma ne riconosce il limite.
La scelta di affidare la narrazione alla voce di Maria, la fill’e anima, permette allo spettacolo di costruire l’accabadora come figura in absentia: non appare mai, eppure la sua ombra struttura ogni parola. Anna Della Rosa, con una prova attorale di grande precisione, dà corpo a un racconto che è insieme elegia e analisi, confessione e tentativo di decifrazione. Nel suo sguardo, Bonaria emerge come un enigma affettivo: madre elettiva e officiatrice di un rito che la figlia può comprendere solo retrospettivamente, quando il tempo della separazione si è fatto materia da attraversare.
Il ritorno di Maria, che apre lo spettacolo, è il vero spazio liminale della drammaturgia: un varco in cui la memoria si fa strumento di riconciliazione e la parola diventa gesto terapeutico. È in questo ritorno che la figura dell’accabadora si rivela nella sua natura simbolica: non più soltanto colei che “finisce”, ma colei che chiede di essere finita, di essere accompagnata nel proprio passaggio. Il rovesciamento è radicale: la finitrice diventa finita, e la figlia d’anima assume il compito di restituire ciò che ha ricevuto, in un circuito di reciprocità che appartiene più al mito che alla psicologia.
Lo spettacolo, nella sua essenzialità formale, si configura come una meditazione sulla potenza femminile del limite: una potenza che non genera, ma custodisce; che non crea, ma conclude; che non salva, ma accompagna. L’accabadora diventa così una figura del sacro minore, una sacerdotessa dell’ultimo passaggio, capace di incarnare un’etica della responsabilità che la contemporaneità fatica a nominare.
In settanta minuti di parola densa e calibrata, Accabadora non si limita a evocare un mondo arcaico: lo convoca come specchio simbolico, come interrogazione radicale sul senso della fine, sulla natura della cura e sulla possibilità di una maternità che non coincide con il sangue ma con la scelta, con il gesto, con il coraggio di abitare la soglia.
Giuliano Angeletti

