Il Caffè Rossetti a Trieste fa parte integrante del corpo architettonico del Teatro Stabile ed è un luogo magico per chi ama profondamente il teatro come me. L’entrata è adiacente alla biglietteria ed è strutturato a gradoni, proprio come fosse uno spicchio, una fetta di teatro. L’illuminazione è fatta da riflettori e le pareti sono tappezzate da fotografie di scena, impattanti, in bianco e nero, dei mostri sacri che si sono esibiti nel corso dei 70 anni del Politeama Rossetti, mentre i pilastri di sostegno dello spazio sono ricoperti di locandine.
Quando sei seduto lì, ti senti tu osservato da Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Gabriele Lavia, Robeto Herlitzka, Glauco Mauri, Piera Degli Esposti (giusto per citarne alcuni) e via così. E ti senti felice perché ti sembra di aver preso parte alla loro vita. Ti ringraziano e ti abbracciano. È una sensazione bellissima.
In questo tempio, a volte capita (quando la Sala Bartoli è occupata) che il tanto desiderato incontro fra la compagnia degli attori che sono in scena e il pubblico, avvenga qui. Così è accaduto dopo la prima de “La Rigenerazione” di Italo svevo, di cui ho fatto la recensione al seguente link.
Al termine dell’interessante riunione, osservati dai miti di cui parlavo e che mi emozionano sempre, ho avuto l’enorme piacere di trascorrere alcuni minuti in compagnia del “mastodontico” protagonista dello spettacolo Nello Mascia, tornato a Trieste dopo alcuni anni.
Rosa Z.: Buonasera signor Mascia, posso permettermi di chiamarLa Lello?
Nello M.: Certamente!
Rosa Z.: Grazie infinite. Lei rappresenta, sia per il teatro italiano che tantissimo per me, Viviani, Eduardo e la mia Napoli che mi manca tanto, perché Napoli manca, è poco da dire.
Lei è nato in provincia di Salerno, a Sala Consilina, ma per tutti noi Lei “è” Napoli.
Nello M.: Sono nato incidentalmente a Sala Consilina ma sono napoletano a tutti gli effetti, anche perché ho avuto l’influenza di mio padre che era un linguista napoletano.
Rosa Z.: Guardi, proprio oggi, tra le altre cose, sono venuta a conoscenza di un libro per come scrivere correttamente il napoletano, perché ogni tanto mi viene da star male per ciò che leggo in lingua napoletana e non riesco neanche a capire cosa ci sia scritto. L’autore è Claudio Mattone (compositore, paroliere e editore italiano – “Scrivere in napoletano (decentemente…)”di Claudio Mattone, Metropolitana srl, 2024. )
Nello M.: Mio padre pure scrisse qualcosa del genere, una grammatica napoletana. Che è poi complicatissima. Tanti anni fa. Vabbè, qualsiasi grammatica di qualsiasi dialetto è così, perché i dialetti sono talmente un impasto! Ma la lingua napoletana è storpiatissima dai napoletani stessi, questo è il guaio. Ormai manco gli “autoctoni” che vivono a Napoli conoscono più il napoletano di Eduardo, eccetera. Bisogna tutto elidere, bisogna tutto accorciare, come fai a pronunciarlo? Ci sono questi rapper, che si permettono di dire che scrivono come parlano, “ma statte zitte” (trad. “Taci!”).
Rosa Z.: Una domanda che sempre mi affascina: io vorrei sapere, quando ha capito che il teatro era la Sua arte?
Nello M.: Che bella questa domanda. Mio padre era un intellettuale e già aveva capito che io avevo qualche talento. A tre anni già mi aveva insegnato alcune poesie di Pascoli, di Gozzano, che io declamavo e facevo una piccola tournée quotidianamente con mia madre, dal fruttivendolo, dal macellaio, ecc.
Rosa Z.: Che meraviglia! Tutto questo a Napoli, oppure sempre a Sala Consilina o zone limitrofe?
Nello M.: Da quelle parti, perché io poi sono venuto a Napoli a 13 anni.
Lui già aveva capito. Infatti poi a scuola ero diventato una specie di divo e tutte le maestre mi amavano, perché declamavo le poesie. Ero già considerato una sorta di “divetto bambino”. Poi successe che il parroco mi chiamò per la festa della Madonna del Carmine, in questo paese dove noi vivevamo, cioè Gragnano.
Rosa Z.: Ah, Gragnano: la pasta e il vino, sopraffini prodotti. E la “bella mamma del Carmine” (verso di “ ‘A rumba d’ ‘e scugnizze” di Raffaele Viviani. N.d.r.).
Nello M.: Per la festa del Carmine, dove c’era tutta la cittadinanza, tutto il paese in piazza, il parroco appunto mi aveva detto di imparare una sua poesia lunga, orribile tra l’altro. Io andai sul palcoscenico, vidi tutta questa folla, mi terrorizzai, non riuscì a parlare e me ne scappai dal palcoscenico. Avevo sette anni. In seguito, mi vergognai di quello che avevo fatto e temetti la reazione di mio padre. Tornai a casa molto tardi, loro si preoccuparono moltissimo e da allora in poi non ho fatto più niente.
Poi successe che mio padre portò una sera al Teatro Mercadante tutta la mia famiglia, mia madre, me e mia sorella, per vedere uno spettacolo. Accadde una cosa straordinaria, assoluta. In sala eravamo 7-8 persone, con la mia famiglia arrivavamo a 10-11 spettatori. A un certo punto si aprì un po’ il sipario e venne fuori un vecchietto che disse: “Signori buonasera. Secondo una vecchia consuetudine del teatro, quando gli spettatori sono inferiori di numero agli attori che sono in scena, non si fa lo spettacolo e si restituisce il biglietto agli spettatori, con le scuse della compagnia. Ma noi questa sera non faremo questo. Noi questa sera faremo per voi lo spettacolo più bello della nostra vita”.
Questo signore anziano era Sergio Tofano. Un grande Signore! Allora scoccò la scintilla.
Rosa Z.: E la pièce cos’era?
Nello M.: Credo, non lo ricordo con grande sicurezza, “pensaci, Giacomino” di Luigi Pirandello. Lì fu la folgorazione e dissi: “io voglio fare quella cosa lì”.
Rosa Z.: Per fortuna, dunque, che aveva suo padre… l’ha mai ostacolato?
Nello M.: Mio padre non voleva, non voleva assolutamente. Poi purtroppo morì e rimasi con mia madre. Io avevo già cominciato un po’ a fare teatro, frequentavo questa scuola di teatro a Napoli e avevo cominciato a muovere i primi passi.
Mio padre non è che avesse la puzza sotto al naso, aveva solo paura. Fondamentalmente i lavori sicuri per i genitori sono altro. Questo è. Quando mio padre morì, mia madre era disperata e andò da un suo parente importante, che era l’avvocato capo del Banco di Napoli, a chiedere “la grazia” di farmi entrare nel Banco di Napoli. E successe che riuscì a farmi avere un posto. Però contemporaneamente, in 15 giorni successe di tutto: ebbi il posto al Banco di Napoli e la chiamata di Eduardo (De Filippo, n.d.r.). Lo dissi a mia madre. Quante notti insonni! Dissi a mia madre: “vabbè però si tratta di Eduardo, mica uno così”. Però comunque era disperata.
Rosa Z.: E senta questa è stata la sua scintilla e invece con che cosa ha debuttato prima di tutto? Con chi e cosa ricorda?
Nello M.: Il debutto non fu una grande emozione. Questo passato che ho avuto era stato burrascoso, in effetti. Insomma, non fu una grande emozione. Debuttai in uno spettacolo che si chiamava “La tabernaria” di Giovan Battista della Porta e facevo uno dei tre soldati. Uno era Armando Pugliese, un altro soldato era Tato Russo che faceva già l’attore all’epoca. Povero Armando che poi è morto (nel 2024 n.d.r.). (In teatro debutta da professionista nell’estate del 1967 ne “La Tabernaria” di Giovan Battista Della Porta, regia di Mico Galdieri. Protagonisti Ugo D’Alessio e Giustino Durano affiancati da Gennarino Palumbo e da Enzo Cannavale e “poi un gruppo di mocciosi”: Franco Iavarone, Tato Russo, Lina Sastri, Ida Di Benedetto, Paolo Falace, Peppe Barra, Armando Pugliese. Musiche di Roberto De Simone. N.d.r.)
Eravamo tutti amici quindi ci divertivamo fra di noi. Non fu un’emozione. Ricordo sempre invece con tanta emozione Sergio Tofano che apre il sipario al Mercadante.
Ho il ricordo piuttosto di mio padre, che appunto non era d’accordo, emozionatissimo. Lui sì. Io no.
Rosa Z.: La sua Napoletanità nel teatro come la vede Lei? Solamente come tradizione? Come identità? Come resistenza culturale? Come?
Nello M.: È una cultura come la cultura, che so io, Shakespeariana. Napoli, bisogna ricordarlo, è una capitale culturale. Lo è sempre stata. È una grande capitale.
Rosa Z.: E quindi benvenga! Infatti, devo essere sincera, vedere Lei in questo ruolo di Triestino a me ha incantato. Oltretutto anche con le Sue trovate che ricordano vagamente una pochade di Feydeau. Io vedevo la fanciulla, “La Rita”, con delle risate meravigliose.
Amo le prime file perché io voglio sentire il vostro odore, l’odore del palcoscenico. Voglio sentire il meccanismo del sipario che si apre. E voglio vedere i vostri volti. Il vostro trucco che si “consuma”. E quindi grazie.
Nello M.: (Sorride…)
Rosa Z.: Se Lei dovesse scegliere un personaggio di Eduardo, che non ha interpretato ma che avrebbe voluto, chi desidererebbe?
Nello M.: Quale? Lei sta toccando un tasto dolente. È un mio sogno “Gli esami non finiscono mai”, perché è stato lo spettacolo che feci con Eduardo.
È stato il suo ultimo testo. È un testo importante nella sua drammaturgia perché lui lo ha scritto a 74-75 anni. Quando creò questo testo, abbandonò completamente tutta la sua precedente drammaturgia che era fatta, come devo dire, in un certo modo canonico.
Rosa Z.: E lei che ruolo faceva?
Nello M.: Io facevo il figlio di Edoardo (Vincenzo Speranza n.d.r.)
Rosa Z.: Lei cosa preferisce? Lei Lello Mascia. Qual è la differenza che La colpisce di più e Le crea più emozione? Il cinema? Il teatro? E tra il cinema e il teatro?
Nello M.: È difficile fare una scelta. Il teatro forse, il teatro mi è più familiare probabilmente, no? Ho cominciato col teatro e poi, come devo dire, c’è una differenza fondamentale rispetto al cinema. A teatro l’attore è l’ultimo a parlare, è il responsabile finale del risultato. Il regista di se stesso,via! Tutti i consigli sono preziosi finché non si apre il sipario.
E poi è fatta. Invece al cinema ti tagliano. Eh sì, se non va come dicevamo, c’è il taglia e cuci, che ovviamentefa sì che. importante e fondamentale sia il moviolista, il montatore, che poi a tutti gli effetti è il regista.
Rosa Z.: questa tournée sarà tanto lunga?
Nello M.: Dopo il debutto di Palermo e poi Trieste, andremo a Napoli, Roma, Genova. E poi si riprenderà l’anno prossimo.
Rosa Z.: Lei, nel frattempo, ha qualche progetto cinematografico e /o teatrale?
Nello M.: C’è una cosa cinematografica che deve ancora concretizzarsi con Martone ma non ne parliamo. Invece a teatro “Il Mercante di Venezia”, nella parte di Shylock. Probabilmente. Con la regia del cognato di Valerio Santoro, che si chiama Renato Giordano. È un progetto di cui si sta parlando con insistenza. Sì, quindi sono delle cose concrete. Questo andrà in porto. Shakespeare ha avuto una grande rivalutazione. Adesso sono tutti molto centrati. “Il mercante di Venezia” mi piacerebbe tantissimo.
Rosa Z.: Non si dimentichi di tornare anche a Trieste!
Nello M.: Senz’altro.
Rosa Z.: Lei come vede il teatro oggi? A parte che c’è una diseducazione teatrale allucinante. Uno dei miei sogni, è di fare un corso di “educazione comportamentale teatrale”: a teatro non si aprono le cerniere delle borse, non si scartano le caramelle, non si aprono le bottiglie d’acqua, non si tengono quei dannati di telefonini accesi. Ecco, bisognerebbe trovare un canale perché diventi come una “pubblicità progresso”. A me come spettatrice, dà molto fastidio: non si è al cinema, dove lo spettacolo è una proiezione! Voi siete là, vivi, pulsanti, per noi. È irrispettoso, ma non se ne rendono conto. Mi dà ragione?
Nello M.: Certamente, assolutamente. Anche noi lo percepiamo e ci dà molto fastidio.
Rosa Z.: Ma Lei i giovani a teatro, come li vede?
Nello M.: Beh, l’argomento è veramente tosto. Comunque, ne parlavamo prima (durante l’incontro col pubblico), ma ho glissato un po’. Beh, era come buttare un sasso in uno stagno. No, ma è terribile. Comunque, voglio dire, il teatro è da sempre in crisi ed ormai veramente la crisi è progressiva, no? Adesso siamo arrivati al punto zero.
Se si pensa, nei cartelloni di tutti i teatri gli spazi sono ridottissimi. Sono occupati anche da personaggi che hanno già tanta visibilità in televisione o sulla rete e che sono un po’ estranei alle dinamiche dello spazio del palcoscenico teatrale.
Rosa Z.: Vuole lasciarmi un messaggio di cinque secondi, quindi super breve, ai suoi spettatori, ai giovani e anche a noi più âgés? Un messaggio di Lello Mascia sul teatro agli spettatori.
Nello M.: La cosa più semplice che mi viene in mente (perché poi per queste cose ci vuole un po’ di tempo per pensarci su), è che, come ho detto prima, il teatro, nonostante la crisi, non potrà finire mai, perché è un’esigenza dell’essere umano. Noi stiamo facendo teatro. Anche io e lei stiamo facendo teatro. Stiamo facendo teatro perché io racconto e lei ascolta. Quindi la sintesi probabilmente potrebbe essere questa. Che il teatro non morirà mai. Nel momento in cui ci sono due persone, uno racconta e uno ascolta, quello è teatro. Quello è il messaggio del teatro.
Rosa Z.: Meraviglioso. Io La ringrazio davvero dal profondo del cuore. Sono felicissima e veramente onoratissima che Lei abbia potuto dedicare un po’ del Suo prezioso tempo ai nostri lettori. La aspettiamo presto.
Una potente stretta di mano e un abbraccio. Poi, col cappotto sul braccio, vedo Nello Mascia allontanarsi in direzione dei camerini. Fra pochi minuti regalerà ancora la sua meravigliosa arte ad altri curiosi spettatori, che assisteranno ad un “signor spettacolo”.
Io mi sento felice di aver potuto raccogliere questa incommensurabile testimonianza, furante la quale il tempo è volato, con l’imprimatur dei grandissimi. E con l’amore immenso che mi ha riempito il cuore.
Da Trieste per oggi è tutto.
Rosa Zammitto Schiller

