Dopo l’immancabile appuntamento con il Festival Verdi, al Teatro Regio di Parma prende il via la Stagione 2026 (che celebra quest’anno il 197º anniversario dell’inaugurazione della celebre sala) con tre titoli operistici di grande impegno e richiamo: Orfeo ed Euridice, Norma e Manon Lescaut. L’apertura del cartellone è affidata a Orfeo ed Euridice composta da Christoph Willibald Gluck, uno dei rari casi di opera settecentesca che non ha conosciuto l’oblio, essendo stata eseguita nei suoi 250 anni di vita con una certa regolarità. Scritta per Vienna il 5 ottobre 1762 per il Teatro di Corte, il Burgtheater, a coronamento delle celebrazioni per il giorno onomastico (anche se in realtà era il 4, San Francesco d’Assisi) dell’Imperatore Francesco I. Orfeo ed Euridice nasce come «azione teatrale» che, nella forma aerea di una festa, si svincolava dalle rigide strutture musicali in cui era inquadrata l’opera seria, per meglio adeguarsi alla circostanza celebrativa. Un soggetto mitologico, incorniciato in una struttura fantastica di scenografie spettacolari (cui non era estraneo lo sfarzo), vedeva dispiegarsi la trama su un ordito di elaborata e ricca orchestrazione, con largo impiego di danze e punteggiata da vibranti partecipazioni corali. L’incontro fruttuoso che Gluck ebbe intorno alla figura di Orfeo nel libretto versificato da Ranieri de’ Calzabigi, ebbe a frutto il capolavoro che possediamo. La stilizzazione del mito, ancora ben radicata nella seconda metà del Settecento, esigeva che a impersonare il protagonista fosse una voce aulica, quella di un contraltista evirato, il lodigiano Gaetano Guadagni, celeberrimo per l’espressività del canto, creatore dell’Orfeo gluckiano. Valente musicista anche, tanto da creare una propria versione dell’opera (probabilmente da eseguire in un’occasione privata), conservata a Padova. Ragioni di stilizzazione queste che verranno meno più tardi, quando Gluck a Parigi rimaneggerà e farà riversificare l’opera, trasportando Orfeo in chiave di tenore contraltino, precisamente l’haute-contre Joseph Le Gros. A metà Ottocento Berlioz si troverà in un grave dilemma quando, riscoperta la partitura, dovrà adattarla alla voce del contralto Pauline Viardot, sorella della Malibran. Da lì nacquero i molti tentativi di adattamento di Orfeo ed Euridice che rispecchiassero il più fedelmente possibile l’idea concepita dal compositore. Ozioso stare a disquisire su quale delle versioni sia la migliore o più giusta, quale versificazione sia più aerea e pregnante: entrambe son figlie di una diversa poetica. Nell’ambito della Stagione 2026 il Teatro Regio di Parma ha optato per la versione viennese del 1762 e non (pur giocando in casa!) quella di Parma del 1769, scelta invece nel recente Monteverdi Festival di Cremona. Nuovo l’allestimento, firmato da Shitin Neshat per la regia, Heike Vollmer scene, Katharina Schlipf costumi e Valerio Tiberi luci; spettacolo di superba fattura e realizzazione nato in collaborazione con i Teatri di Reggio Emilia. Esempio di perfetta simbiosi tra quel che accade in palcoscenico e tessuto musicale che sale dal golfo mistico, l’allestimento si dipana, fascinosamente dispiegando un mondo onirico in pregnante “bianco & nero”. Sapientemente sovrapponendo video a una regia d’ispirati movimenti calibrati sulla musica, raggiunge una sospensione di stati d’animi che rapiscono lo spettatore. Una pregevole successione di ambienti, marcata da ombre che si proiettano a giganteggiare la volontà d’azione dei personaggi, si frammischiano con nebbie che invadono la platea. Pur mancando le danze, sovrana è la pregnanza di uno spettacolo sposato a eleganza e raffinatezza. Solenne e nobile nella studiata – quanto ispirata e avvolgente – ieraticità, la direzione di Fabio Biondi rende la ricchezza cromatica della partitura gluckiana in ogni dettaglio; calda la resa espressiva, tesa ed energica sempre restando nel solco di un fraseggio aulico. Ora patetica, ora di astratta purezza e intima dolcezza, rende l’atmosfera incantata dell’idillio pastorale e un senso di nostalgia per un’età aurea quanto idilliaca in cui i piani di lettura si mescolano e intersecano già dalla celebrativa ouverture, resa dalla compagine della Filarmonica Arturo Toscanini in ogni ripiegata intenzione del direttore a creare il perfetto climax. Struggente in accompagnamenti, rende i brividi e lo spaventevole terrore dell’Erebo; vorticoso si fa l’andamento orchestrale delle furie per sciogliersi in toccante momento al passaggio di Orfeo dalle zone infere ai Campi Elisi. Che dolcezza! E l’avvolgente malinconico ritmo finale, che si fa morente, dell’addio allo spirito dell’amata prima del lieto fine. Il trionfatore della serata è il contraltista Carlo Vistoli, che plasma Orfeo conferendogli un vibrante alito vitale nonché umano. Voce dotata di un’ottava superiore intensa e privilegiata, il cui volume si esalta facilmente nello spazio della sala del Regio, piega la tessitura in fraseggio pregnante, sempre a fini interpretativi. Attore convincente e partecipe, vivifica e rende pulsante con l’intensità e la partecipazione di studiati movimenti drammaturgici. Il timbro si caratterizza per una calda brunitura, un’omogeneità di registri, un legato che gli permette lunghezza di fiati e arcate sonore fulgenti. L’interprete, con profondità recitativa, è apparso ulteriormente maturato, trovando piagata espressività e colori vocali per esprimere con ricchezza di sfumature gli stati d’animo del cantore. Con le lamentevoli ripetizioni di “Euridice”, nell’aria iniziale, declinate in diverse gradazioni, entra subito in parte: seguono commoventi richiami alla felicità passata, in cui concentra lo straziante dolore per la perdita dell’amata. Scioglie in lancinante fraseggio la passione che lo travolge nella triplice invocazione Chiamo, cerco, piango…il mio ben così: con tenerezza e partecipata malinconia la prima, lenta e impreziosita da parche variazioni di dolente colore la seconda ripetizione, e quasi grido di trafiggente disperazione, l’ultima. L’accento si fa impetuoso e perentorio rivolgendosi agli Dei inferi – sempre mantenendo nobile aulicità – per sciogliersi in canto dolce e toccante alle Furie che, commosse, lo lasciano proseguire. Capace di esaltare la parola, raggiunge estatici accenti nell’impagabile Che puro ciel! reso con sensibilità e canto soavemente sospeso; non mancano scatti di umanità e fiera disperazione. Commovente nella celebre chiusura Che farò senza Euridice! in sbalzo di tempi delle due sezioni, per farsi infine raggiante e gioioso nella fausta conclusione, benignamente concessa da Amore. Voce omogenea e tonda, Francesca Pia Vitale è Euridice convincente pur spiccata eloquenza e passionale accentazione, trovando nell’esecuzione dell’aria Che fiero momento un felice sviluppo armonioso. Screziato dai riverberi di leggerissimo vibrato, il timbro si fa intenso e struggente per perfettamente vestire i panni d’un’anima straziata da pene d’amore. Giovanile e partecipe Amore di Nadja Mchantaf, anche se non tutto è ben risolto nell’emissione e omogeneità di timbro. Efficace compagine corale del Teatro Regio di Parma, diretta da Martino Faggiani nei diversi e articolati interventi. Successo calorosissimo, reso ancor più festante da un pubblico partecipe che ha richiamato al proscenio numerose volte l’intera compagnia, con ovazioni per Carlo Vistoli. Al Teatro Regio di Parma, recite fino al 31 gennaio.
gF. Previtali Rosti

