“Io cammino-Benedetto e Francesco”. Un viaggio teatrale inedito tra Poesia e Filosofia

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La poesia fiorisce quando la storia è avversa all’umanità. In un mondo che si tinge di colori plumbei e minacciosi la salvezza è nel limpido azzurro della parola poetica, che arriva a consolarci dell’inconsolabile. Spesso ho sentito dire che la poesia-come il teatro e come l’arte in generale- non serve a nulla. Ecco, a mio parere è invece questo il suo valore più grande: non serve a nulla perché serve a tutto, ed è nell’apparente inconsistenza della sua bellezza che si può tracciare il cammino di una personale redenzione. Si, perché spesso basta solo iniziare a camminare, “mettere un piede dopo l’altro” e andare avanti per cercare la poesia della vita e di Dio.

Questo hanno fatto San Francesco d’Assisi- del quale quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte (1226-2026)-e San Benedetto da Norcia, i personaggi dello spettacolo di cui vi racconto oggi.

IO CAMMINO. BENEDETTO E FRANCESCO”, con l’attore e doppiatore Luca Violini e il drammaturgo, poeta e filosofo Alessandro Pertosa, ha debuttato lo scorso 5 gennaio presso la Sala Consiliare del Comune di Rieti, secondo appuntamento del progetto culturale “Io Viandante. Festival dei Cammini” promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti, con il contributo della Regione Lazio.

Ciò che ho particolarmente apprezzato di questo spettacolo è la sua formula innovativa e originale, che ha coniugato brillantemente poesia, filosofia e teatro: una conversazione teatrale che diventa in alcuni punti conversazione con sé stessi, con il proprio spirito, la propria essenza. Protagonisti dello spettacolo sono Luca Violini e Alessandro Pertosa, che reggono la scena con magnetico rigore, senza forzature, lasciando lo spazio al pubblico di respirare ancor meglio la potenza delle loro parole.

Luca Violini è una delle più importanti voci del doppiaggio cinematografico, pubblicitario, documentaristico, televisivo e radiofonico. In qualità di speaker è la voce di LA7, di diversi canali satellitari per la realizzazione di trailer, documentari, promo. È sua la voce di numerosi attori, tra cui Dolph Lundgren, Chazz Palminteri, Bruce Payne, James Russo e molti personaggi dei cartoni animati, tra cui Ken il Guerriero, Hercules, The Mask e altri ancora. Da anni si dedica attivamente alla creazione ed elaborazione di una particolare forma di spettacolo, la lettura teatrale, basata sulla rappresentazione audio-scenica di classici della letteratura mondiale.

Altrettanto interessante è la voce di Alessandro Pertosa, drammaturgo, sceneggiatore, saggista ma anche poeta e insegnante di Filosofia Teoretica presso l’ISSR di Ancona, scrittore presso l’Osservatore Romano e riviste di poesia. La sua scrittura si pregia di una cultura intellettuale solida, di una matrice poetica densa fatta di lampi, visioni immediate che catturano l’attenzione senza mai sprofondare nella banalità, ma anche e soprattutto per quella sensibilità rabdomantica e profondamente disincantata, derivata dagli studi e i numerosi saggi filosofici da lui scritti e pubblicati in varie riviste del settore. Ciò che colpisce è proprio la peculiarità di tale scrittura- già visibile in altre sue opere teatrali- una sorta di prosa-poetica.

IO CAMMINO è dunque un viaggio teatrale e poetico a due voci, un dialogo tra due anime che si cercano e provano a trovarsi, ma che al contempo prendono per mano il pubblico e lo inducono “a camminare”, seguendo la luce del divino. Il testo originale, scritto da Pertosa, è il filo che unisce queste due voci, quella di un attore-lettore- e di un narratore-poeta e si dipana mirabilmente tracciando il sentiero percorso dalle due anime “elette” che rappresentano: da una parte Benedetto da Norcia, il monaco del silenzio e della regola, radicato nella terra e nella stabilitas, dall’altra Francesco D’Assisi, il giullare di Dio, che abbraccia con gioia il mondo e cammina a piedi scalzi cantando la lode anche nella sofferenza. Dal punto di vista della dinamica scenica i due non s’incontrano mai: sono in due punti diversi del palco, e parlano a loro se stessi o al pubblico, ma è proprio là che le parole intervengono a saldare due orizzonti di pensiero uguali e contrari, due forme semanticamente simili: parole piene di grazia “che non riempiono i vuoti ma li custodiscono” e che fanno da elegante raccordo poetico e narrativo tra i due pellegrini dell’anima che raccontano la loro storia, le loro emozioni, il loro andare nel mondo.

Tali parole vengono snocciolate con maestria da Pertosa e da Violini, che le “disegna nell’aria” come un direttore d’orchestra fa con la musica: ciò porta lo spettatore “a sentire” lo spettacolo, e a volte si chiude gli occhi per guardarlo meglio, per perdersi forse, in quel sentiero tracciato dai due pellegrini.

La voce calda e vibrante di Luca Violini, ricca di sfumature e di cambi tonali rende le maglie del tessuto drammaturgico ancora più preziose, perché in quelle geometrie vi si ritrova un profondo e mistico senso del ritmo, quasi un canto.

Prima che la parola trovi il suo timbro e la voce il suo respiro, c’è un gesto elementare che precede ogni racconto: il corpo che accetta di muoversi… di fare un passo… di sbilanciarsi… “

Camminare non è un atto neutro, non è semplice attraversamento dello spazio. È una decisione che coinvolge l’intero essere, anche quando non viene formulata come scelta. Nel momento in cui il piede si solleva, qualcosa si stacca dall’immobilità e accetta la legge del divenire. Andare significa riconoscere che la stasi non è più possibile, che restare equivale a perdere contatto con ciò che pulsa.”

Questo spettacolo, essenziale e profondamente umano, dimostra il potere immenso della Parola di cui parlavo prima; una riflessione teatrale sul senso del camminare, perché “è un atto di fiducia nel sapere che non si possiede, ma che si abita. È accettare che il senso non sia dato all’inizio, ma si chiarisca nel procedere, come un paesaggio che si definisce solo mentre lo si attraversa.” Non si deve temere l’ignoto, anzi l’invito è proprio quello di mettersi in cammino senza sapere la meta, come Benedetto e Francesco, “con cuore aperto e mani vuote”.

Melania Fiore

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