In scena dal 22 al 25 gennaio 2026 al “Teatro Ivo Chiesa” di Genova
La nuova produzione di Ritorno a casa di Harold Pinter – frutto della collaborazione tra la Compagnia Umberto Orsini, il Teatro di Roma – Teatro Nazionale e il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, con il sostegno di AMAT e del Comune di Fabriano – si impone come una delle letture più lucide e perturbanti del capolavoro di Pinter.
La regia di Massimo Popolizio, che interpreta anche il ruolo di Max, affronta il testo con un rigore quasi antropologico, come se la casa della famiglia pinteriana fosse un laboratorio di osservazione delle derive del maschile. Il risultato è uno spettacolo che non si limita a riproporre un classico, ma lo riattiva, lo rilancia, lo rende nuovamente pericoloso.
Pinter scrive Ritorno a casa nel 1964, ma la sua ferocia sembra parlare direttamente al presente. La casa di periferia in cui si muovono Max, i figli Lenny e Joey, e il fratello Sam è un microcosmo di potere, violenza e ottusità patriarcale. È un ambiente che non evolve, non apprende, non ascolta: un organismo chiuso, autoreferenziale, che si nutre delle proprie tossine. In questo habitat stagnante irrompe Teddy, il figlio “fuggito” in America, accompagnato dalla moglie Ruth.
Ed è proprio Ruth, interpretata da una magnetica Giorgia Salari a diventare il vero epicentro dello spettacolo. Popolizio lo dichiara apertamente: il punto di vista di Ruth è il più interessante, il più destabilizzante, il più contemporaneo. La sua presenza non è un semplice elemento di disturbo: è un detonatore. Ruth osserva, ascolta, misura. Non reagisce: agisce. Non subisce: riorganizza.
La sua trasformazione (da figura apparentemente passiva a dominatrice silenziosa) ribalta le dinamiche di potere interne alla casa. La manipolazione maschile, suggerisce la regia, è solo un’illusione: sono gli uomini a credersi predatori, mentre Ruth li osserva come si osservano animali in cattività. La sua ascesa è tanto inquietante quanto inevitabile, e Popolizio la dirige con un’attenzione chirurgica ai dettagli, ai silenzi, alle micro-espressioni.
Accanto a lui e a Salari, il cast Christian La Rosa, Paolo Musio, Alberto Onofrietti, Eros Pascale costruisce un ensemble compatto, capace di restituire la brutalità e la fragilità dei personaggi senza mai cadere nella caricatura. L’ironia nera che attraversa lo spettacolo, a tratti degna di Joe Orton o dei fratelli Coen, non alleggerisce la tensione: la amplifica, la rende più tagliente.
Questa messinscena di Ritorno a casa non è solo un omaggio a Pinter, ma una sua rilettura critica. Popolizio sembra suggerire che il dramma non risieda nella violenza esplicita, ma nella normalizzazione della violenza; non nella sopraffazione, ma nella sua quotidianità; non nel maschilismo, ma nella sua inconsapevolezza. In questo senso, Pinter appare quasi profetico, anticipando dinamiche di genere e rapporti di potere che oggi riconosciamo con maggiore chiarezza.
Il risultato è uno spettacolo che colpisce per precisione, densità e intelligenza scenica. Un Ritorno a casa che non si limita a raccontare una storia, ma interroga lo spettatore, lo mette a disagio, lo costringe a guardare dentro un sistema di relazioni che, pur nella loro esasperazione teatrale, conservano una sorprendente somiglianza con il reale.
Giuliano Angeletti

