Ieri, 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, il Teatro Nazionale di Genova ha presentato una produzione in prima nazionale scegliendo un testo di Caryl Churchill, Sette bambine ebree, nella traduzione di Masolino d’Amico. Un testo che dal 2009 sta avendo molta risonanza internazionale. Il motivo è palese: a quasi vent’anni della brutale operazione militare Piombo fuso, condotta dall’esercito israeliano a Gaza, che portò alla morte di oltre 1400 persone, nulla sembra essere cambiato per cui questo testo, molto asciutto(poche pagine), assume ora, come allora, tutti i connotati di una folgorante opera di denuncia.
Quella di Caryl Churchill è una narrazione che ripercorre quasi cento anni di storia che mette in primo piano il popolo ebraico. La struttura di Sette Bambine Ebree prevede sette quadri che, prendendo le mosse dal doloroso ricordo della Shoah, fino alla nascita dello Stato di Israele, fino alla Guerra dei sei giorni giungono fino ad oggi. Quadro dopo quadro, vediamo mescolarsi disperazione a sogni, violenza a tenerezza, che svelano le contraddizioni assolute e dolenti dapprima del popolo ebraico, ma, diciamolo, di tutti i popoli quando sono in guerra, o meglio, subiscono la guerra.
Come in una tragedia greca chi racconta è un coro formato da tre coppie, tre uomini e tre donne, che barcamenandosi tra la paura di un suono di sirena, e una ricerca di tenerezza, ricercano colpe e responsabilità attraverso una costante domanda: se sia giusto o meno dire a una bambina la verità. Una verità che brucia, ma che forse è necessaria per la crescita sua e non solo. Le nuove generazioni devono conoscere il passato, nella speranza che da quell’esperienza cambi qualcosa. Sappiamo che non sarà così, perchè la storia non fa che ripetersi esattamente con gli errori di sempre, in cui a farne le spese sono sempre gli stessi, i più deboli . Ma la Churchill non arretra e richiama il principio di responsabilità che tutti devono assumersi. C’è sicuramente una speranza in lei comunque, e questa speranza risiede proprio in quelle bambine, che sono più che mai da proteggere, amare, ma soprattutto da far crescere nella pace e in libertà.
Regista della piece di produzione del Teatro Nazionale di Genova è Carlo Orlando, attore, pedagogo, sceneggiatore e direttore artistico, che frequenta il teatro di Genova da molte stagioni .«Nel testo rivive con sintesi folgorante tutta la tragedia del popolo ebraico, messa di fronte all’altra orribile tragedia che si svolge sotto i nostri occhi, in diretta televisiva o streaming: il genocidio del popolo palestinese» ha affermato il regista anche a fine spettacolo .
Il gruppo in scena formato da Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Caterina Tieghi, Elisa Carucci, Pietro Desimio e lo stesso Carlo Orlando, è di varie generazione della scuola genovese e si muove seguendo la partitura ideata da Claudia Monti. Ed è proprio la brillante coreografia della Monti che valorizza una piece unpo’ debole. Gli spigliati e convincenti attori si servono della danza , come strumento efficace per rendere veri quei personaggi toccati da tristi esperienze a cui, però, non manca mai il sorriso della speranza. Coinvolgenti i balli tradizionali ripresi dalla coreografa genovese, accompagnati dalle musiche dal vivo a cura di Alessandra Ravizza. Musiche le cui sonorità attingono dai i canti hiddish e le ninna nanne di tradizione palestinese, ma che non tralasciano anche il beat e l’elettronica.
Questo canto di un coro, che è quello di una famiglia, ma anche di un clan, e che si rivolge a una piccola bambina che non compare mai, scorre per 50 minuti con le date cronologiche scritte col gesso su una porta di legno, eppure sembra manchi il teatro. Il teatro che prende posizione che è un grido forte verso l’ingiustizia, le soppressioni, le guerre che non dovrebbero essere, insomma il grido verso il male che, come ha detto Hannah Arendt, rischia troppo spesso di diventare banale.
Lo spettacolo sarà ancora in scena al Teatro Duse, fino a a domenica 1° febbraio.
Francesca Camponero

