“Dopo molte false partenze, una peggiore dell’altra, credo di aver azzeccato la direzione giusta per la prima stesura…” così scriveva Eugene O’Neill nel suo diario di lavoro a riguardo de Il lutto si addice ad Elettra nell’ottobre del 1929, riprendendo il manoscritto con chiare idee di base dei personaggi, dopo averlo interrotto per essersi cacciato, come da lui stesso ammesso, in un ginepraio, alla ricerca di nuovi modi, di nuove strade, di un nuovo stile. Lo scrittore, concentrandosi intensamente per mesi su questo nuovo lavoro, prima di revisionarlo e approntare una seconda stesura confessa di essere prosciugato per le emozioni che il dramma gli procura. Prima di dedicarsi alla versione definitiva, ondeggia tra soddisfazione e un senso di inadeguatezza che gli procura la nausea dello scrivere. Seguirà finalmente la versione definitiva: “E’ stato un lavoro infernale! speriamo che il risultato giustifichi la fatica”. Eugene O’Neill ha diviso Il lutto si addice ad Elettra in tre parti: Ritorno, L’agguato e L’incubo che non possono essere rappresentate separate, formando una trilogia che si dipana in tredici atti. Inutile dire che la versione integrale del testo è particolarmente lunga per una rappresentazione teatrale, e spesso viene messa in scena con tagli e adattamenti: motivi che non la rendono fra le opere più rappresentate del drammaturgo americano. Prima rappresentazione assoluta 26 ottobre 1931 al Guild Theatre di New York in cui spiccava Alla Nazimova nella parte di Christine Mannon accanto ad Alice Brady, Lee Baker ed Earle Larimore. In Italia le edizioni si possono contare sulla punta delle dita di una mano: la prima una decina d’anni dopo quella americana, il 28 marzo 1941 al Teatro delle Arti di Roma, con la compagnia Randone-Torrieri-Braccini. Nel 1946 è Giorgio Strehler che si cimenta con il testo di O’Neill, Teatro Odeon di Milano con Benassi, nuovamente Diana Torrieri quale Lavinia Mannon e la Gheraldi. Si salta poi al 1982, Odeon di Bologna, a seguire Roma, 1989, Teatro Ghione con Ileana Ghione, Gianni Musy ed Edda Valente. Ultima in ordine di tempo, con un cast stellare, quella prodotta dal Teatro di Genova e Teatro di Roma nel 1997, regia di Luca Ronconi: Mariangela Melato, Elisabetta Pozzi, Massimo Popolizio, Alpi, Bini, Milillo e Marisa Fabbri. Ne è stata ricavata anche una versione cinematografica nel 1947 e una riduzione televisiva, 1971, nell’adattamento di Diego Fabbri, con Alida Valli, Lydia Alfonsi, Mario Feliciani e Giancarlo Dettori. Il lutto si addice ad Elettra uno dei capisaldi del teatro novecentesco, testo di passioni intense e tormentose, prende a sfondo la tragedia greca per restituirci un vetriolesco sguardo sull’animo umano del nostro tempo, in fondo di tutti i tempi. Un panorama estensivo di odio, di lotte senza quartiere, un dramma infinito che si ripete di generazione in generazione, una maledizione che non lascia impunite le colpe. Un “noir” di travolgente tensione. Nessuno si salva, nessuno ne esce indenne, nessuno è senza macchia, se non forse la giovane Hazel; tutti ne son travolti e contaminati. Le due principali figure femminili presenti sembrano abbiano invertito le posizioni del vivere e dell’età, per età e temperamento solare e introverso. Cinismo e tensione, atmosfera insana palpabile che si estende come una nebbia sulle coscienze di tutti, nessun indenne, nessun positivo, contaminati da qual velame di passione incestuosa, con i personaggi caratterizzati da un’insistita autoanalisi. Un testo che non lascia scampo, incalzante, che costringe anche noi a guardarci dentro. Si saluta con piacere questa nuova produzione del Teatro Nazionale di Genova (in coproduzione con Centro Teatrale Bresciano) per la Regia Davide Livermore, con la traduzione e adattamento di Margherita Rubino. Il forte impatto, sferzante, che tiene lo spettatore in continua tensione nasce principalmente dall’incombente regia di Davide Livermore che ci rinserra e attanaglia in uno spettacolo quasi minimalista, dal sapiente taglio cinematografico a rendere palpabile ed ossessiva la presenza dei trapassati fra noi. I morti che sempre ci accompagnano in una vita che mai si stacca dal passato se non quando ci si è pacificati con esso, pena lo sprofondamento in una spirale di ossessione e follia. Le scene dello stesso Livermore, i preziosi e pertinenti costumi di Gianluca Falaschi, nella perfetta essenzialità altro non fanno che esaltare la prestazione di un’eccellente compagnia di attori. Si è optato per interpreti microfonati che, se purtroppo si viene a perdere la rotonda spazialità della voce e delle sfumature, permette allo spettatore di seguire immersivamente l’arduo testo. Ezra Mannon Paolo Pierobon pur relegato in una parte ridotta che non esalta le sue potenzialità, mostra un profondo scandaglio della parola, con pause sospese e pregnanti che sfociano nella tremenda confessione sul “muro maritale”, gabbia soffocante dei sentimenti. Penetrante e in lucida analisi in drammatico confronto con la moglie, vero gioco al massacro, su una trama continua di riemerse sofferenze di aridi rapporti umani fra marito e moglie. Christine Mannon Elisabetta Pozzi, la ritroviamo in questo dramma scegliendosi la parte femminile più matura, dopo essere stata quella giovane nell’edizione ronconiana del 1997, porta in scena un fascino a ben esplicitare lo stato amoroso che sta vivendo, avvolta in un’aura di felicità segreta che non ha mai conosciuto da maritata e lo spande in palcoscenico, con quella soddisfatta felicità di un dire palpitante e sicuro, in sapiente sventagliata di colori. La passione amorosa che dispiega trova l’esatto contraltare nella crudezza delle rivelazioni in camera da letto, dell’analisi e scandaglio impietoso della sua anima e dei suoi sentimenti. Assurge a tragica eroina, nella drammatica conclusione di togliersi la vita. Lavinia Mannon Linda Gennari dal dire secco e puntuto, tagliente negli sguardi e nei gesti è la vera anima nera della pièce, una recitazione da caterpillar che stende e spiana tutti sul suo cammino, non restandole che una straziante solitudine finale a scontare i subdoli e malvagi calcoli e perversioni covati per tutta la vita. In ondivago, calcolato affetto per il fratello, dominante quanto suadente nei satanici calcoli d’anima infernale. A lei sarà comminata la pena maggiore: condannata a vivere nel lutto perpetuo. Piagato Orin Mannon di Marco Foschi rende fisicamente con l’incurvata postura la declinante parabola della sua esistenza: piagato da un’ipersensibilità nell’attaccamento alla madre, e poi alla sorella che “riveste” i panni e pose dell’odiata genitrice, mostra quale ineluttabile destino l’essere nuovamente irretito in ragnatele di perversi sentimenti. Esplicita con delicatezza segni di salute mentale che sconfina nel nevroticismo, ma in cui parla ancora forte la voce del rimorso e della coscienza. Adam Brant Aldo Ottobrino impone una presenza sottolineata con recitazione suadente e plasticamente avvolgente nell’iniziale corteggiamento di Lavinia, passando a repentino, furioso cambio di registro in cui si fa veemente. Completavano il cast i bravi e convincenti Peter Niles di Davide Niccolini e Hazel Niles di Carolina Rapillo. Musiche permeanti la tragica vicenda di Daniele D’Angelo, luci preziose di Aldo Mantovani con tagli che sciabolano sui personaggi. Calorosa accoglienza di un pubblico che ha seguito affascinato. Al Teatro Sociale di Brescia.
gF. Previtali Rosti

