In scena dal 27 gennaio al 1° febbraio 2026 al “Teatro Eleonora Duse” di Genova
La messinscena di Sette bambine ebree, proposta dal Teatro Nazionale di Genova in occasione della Giornata della Memoria, si inserisce in un contesto storico e culturale in cui il teatro politico contemporaneo torna a interrogare le forme della rappresentazione dell’orrore. Il testo di Caryl Churchill, scritto nel 2009 all’indomani dell’operazione militare “Piombo fuso”, si presenta come un oggetto drammaturgico di apparente esilità formale: poche pagine, una struttura frammentata, un dispositivo scenico ridotto all’osso. Eppure, proprio questa essenzialità costituisce la cifra più radicale dell’opera, che si colloca nella tradizione del teatro di denuncia attraverso una sintesi poetica di straordinaria densità.
Churchill costruisce un testo che non procede per narrazione lineare, ma per accumulo di quadri, sette frammenti che attraversano quasi un secolo di storia: dalla Shoah alla fondazione dello Stato di Israele, dalla Guerra dei Sei Giorni fino alle più recenti violenze in Palestina. La drammaturgia si configura come un dispositivo corale in cui la voce collettiva sostituisce il personaggio individuale, dissolvendo l’identità in un flusso di enunciazioni che oscillano tra protezione e violenza, paura e giustificazione, memoria e rimozione. La bambina evocata nel titolo non compare mai: è un’assenza che struttura il testo, un punto cieco che diventa metafora della trasmissione intergenerazionale del trauma e della responsabilità.
La regia di Carlo Orlando accoglie e amplifica questa dimensione corale, rinunciando deliberatamente alla costruzione di personaggi psicologicamente definiti. Orlando concepisce la scena come un luogo rituale, in cui la famiglia evocata da Churchill si trasforma progressivamente in clan, poi in popolo, fino a diventare un coro tragico nel senso più classico del termine. La scelta di non individualizzare le figure, ma di farle emergere come voci di una coscienza collettiva lacerata, richiama la struttura della tragedia greca, in cui il coro non è semplice commento, ma organo critico della polis, specchio delle sue contraddizioni e delle sue colpe.
L’allestimento, sostenuto dalle scene e dai costumi di Laura Benzi, dalle musiche dal vivo di Alessandra Ravizza e dalle partiture coreografiche di Claudia Monti, costruisce un ambiente scenico essenziale, quasi astratto, che permette al testo di risuonare nella sua nudità politica. L’assenza di una drammaturgia mimetica e la rinuncia a qualsiasi forma di naturalismo accentuano la dimensione simbolica dell’opera: ciò che viene rappresentato non è un evento storico specifico, ma la ripetizione ciclica della violenza, la trasformazione della storia in mito, come sottolinea lo stesso Orlando.
La forza dello spettacolo risiede nella capacità di far emergere la complessità del discorso di Churchill senza semplificazioni ideologiche. Il testo non si limita a denunciare un orrore contemporaneo, ma mette in tensione due tragedie storiche: quella del popolo ebraico e quella del popolo palestinese. In questa sovrapposizione, che non è equivalenza ma interrogazione etica, si colloca la dimensione più problematica e più feconda dell’opera. Il teatro diventa così luogo di una responsabilità condivisa, in cui lo spettatore è chiamato non a identificarsi, ma a prendere posizione, a riconoscere la propria partecipazione a un orrore che continua a ripetersi.
Gli interpreti (Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Carlo Orlando, Caterina Tieghi, Elisa Carucci, Pietro Desimio ) restituiscono con rigore la polifonia del testo, alternando registri emotivi contrastanti: la protezione materna, la paura ancestrale, la violenza giustificata, la disperazione impotente. La loro coralità non è mai uniforme: è un organismo vivo, attraversato da fratture, contraddizioni, tensioni che rendono percepibile la complessità della coscienza collettiva evocata da Churchill.
In cinquanta minuti di durata, Sette bambine ebree si impone come un esempio di teatro politico capace di coniugare rigore formale e urgenza etica. L’allestimento di Orlando non cerca di attualizzare il testo: è il testo stesso a essere irrimediabilmente attuale, a mostrare come la storia, quando non viene interrogata criticamente, si trasformi in mito e il mito in giustificazione. In questo senso, lo spettacolo non è solo un atto di memoria, ma un atto di responsabilità.
Giuliano Angeletti
SETTE BAMBINE EBREE
Produzione
Teatro Nazionale di Genova
Traduzione
Masolino d’Amico
Regia
Carlo Orlando
Interpreti
Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Carlo Orlando, Caterina Tieghi, Elisa Carucci, Pietro Desimio
Musiche eseguite dal vivo
Alessandra Ravizza
Partiture coreografiche
Claudia Monti
Scene e costumi
Laura Benzi
Luci
Aldo Mantovani
Aiuto regia
Milo Prunotto
Cast tecnico
direttore di scena Salvatore Arena
fonico Giorgio Neri
sarta Viviana Bartolini

